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Il territorio di Granaglione, prima di diventare “Granaione”, è stato interessato dalla presenza della civiltà Villanoviana, che ha avuto il suo massimo sviluppo demografico tra il sesto e il settimo secolo avanti Cristo. Con questo nome si designa la civiltà caratterizzata dalla scoperta del ferro, per forgiare strumenti ed armi. Gli Etruschi, provenienti dalla attuale Toscana, hanno colonizzato le aree precedentemente occupate dai Villanoviani lasciando importanti tracce dei loro insediamenti a Marzabotto (Pian Misanello), Grizzana, Montacuto Ragazza, etc.
Intorno all’anno 525 a.c. risale l'ingresso in Italia dei Celti e Granaglione era terra di confine degli insediamenti celtici sull’Appennino Bolognese con la civiltà Etrusca. La bevanda tipica dei celti era la birra, chiamata in gaelico “cervogia” e da cui derivano i termini Cerveza (spagnolo) e la Cerveja (portoghese). BELTAINE era la grande Festa di Primavera, che i celti facevano anche a Granaglione, e che si svolgeva il 1° maggio. BELTAINE tradotto letteralmente dal gaelico significa “i fuochi di Bell” e oggi dà lo stesso nome alla birra di castagne ancora prodotta nello stabilimento di Granaglione. Bell era il Dio celtico del fuoco e della luce. Il fuoco simboleggiava il ritorno della terra alla vita e alla fecondità, quindi alla rinascita della natura. I Celti non costituirono mai un popolo unito, facente riferimento ad un potere centrale. Essi vivevano liberi, raggruppati in clan, la loro cultura si basava su un complesso insieme di tradizioni, valori e un misticismo rispetto della natura.
Verso il 340 a.c. Felsina fu devastata da una imponente invasione gallica che porterà i Galli Boi ad insediarsi anche nel territorio di Granaglione, sostituendosi alle comunità etrusche, convivendo con i valorosi clan Celti.
I Romani, ormai consci della loro crescente superiorità militare e bellica, incominciano a lottizzare l'ager gallicus, ad est dei Galli Boi, dando inizio ad un lungo periodo di cruenti scontri che vedranno tutto il nord Italia teatro di sanguinose battaglie per diversi secoli. Questo porta anche la nascita di presidi fortificati in posizioni strategiche, tra cui anche quelli di “Granaione” e “Bononia”. Il territorio di Granaglione fu utilizzato, almeno dove l'asprezza del territorio lo permetteva, più come zona di valico dell'Appennino per spostamenti militari e come punti di osservazione, che come terre di insediamento. Questo portò alla nascita dei primi avamposti fortificati per la segnalazione degli attacchi barbari e garantire la sicurezza delle truppe in viaggio. A questo periodo risalgono le prime tracce dell’attuale Castello di Granaglione, più volte distrutto e ricostruito nello stesso punto.
Nel 189 a.c. sorge la città di Bononia (Bologna), nella attuale posizione e più a nord rispetto alla precedente fortificazione. Bononia viene quindi definitivamente fondata all'incrocio dei percorsi della via Emilia e della via “Maestra di Saragozza o Francesca della Sambuca”, ovvero il più importante percorso dell'Appennino bolognese occidentale che, sin dall'epoca etrusca e poi romana, seguiva il corso del fiume Reno, lasciando Bologna da Porta Saragozza. In età moderna la strada venne chiamata "maestra di Saragozza", mentre i Pistoiesi, già in età medievale, la chiamavano Francesca, per indicare la via per la Francia. Partendo da Casalecchio procedeva verso sud facendo tappa a Pontecchio, con la Pieve e l'Abbazia di S. Stefano e l'Ospedale, e a Sasso Marconi, dove una cappellina intitolata a Sant'Andrea venne ricavata dalla roccia nel 1283 per offrire riparo ai pellegrini. Importante sito archeologico per la necropoli ed i resti della città etrusca, Marzabotto è una significativa testimonianza dell'antica praticabilità di questo percorso, che univa Bologna a Pistoia. Superata la Pieve di Sant'Apollinare di Calvenzano e il monte che nel Medioevo veniva chiamato Sasso Pertuso, si raggiunge Vergato, una tappa di un certo rilievo per gli antichi viaggiatori. La strada in età medievale non toccava Porretta, a causa del difficile passaggio, bensì risaliva fino alla Pieve di S. Giovanni Battista di Sùccida, attuale Borgo Capanne, quindi varcava il Reno, per giungere all'Ospedale per pellegrini di Prato del Vescovo. Per l'antico viaggiatore che intendeva percorrere la Val di Limentra orientale da Riola in su, vi erano due alternative sui rispettivi versanti della valle: oltrepassati i due ponti di Savignano, si poteva procedere lungo l'itinerario orientale, oppure scegliere il tracciato occidentale della valle.
Il nome “Granaglione” probabilmente è di origine longobarda e deriva dalla parola “warnen” ovvero “guardarsi dai pericoli” o “guardia” che sarebbe la medesima radice che ha generato i vocaboli italiani "guarnire" e "guarnigione", nonché "guardare" e "guardia", il nome Granaglione potrebbe dunque significare "munito di luogo di osservazione" il che conferma che in questa località già esistesse una fortificazione di guardia, molto probabilmente di fattura romana. L'etimologia proposta si adatta certamente alla collocazione geografica del Castello, che dall'alto dei suoi 910 metri domina una vasta parte della alta Valle del Reno.
Dal 1050 al 1100, Granaglione, fu parte del grande Feudo di Matilde di Canossa, ereditato dal padre questo territorio si estendeva da Mantova ad Arezzo. La Contessa Matilde fu una grande e generosa donna che governò il suo feudo con intelligenza, intuito ed essendo presente sul suo territorio conosceva personalmente i problemi del suo popolo. Per spostarsi da Mantova a Firenze percorreva il passo di Monte Cavallo, strada più corta in quanto attraversando i monti da Modena scendeva direttamente a Pi***la per proseguire verso Firenze. Con intuito ed intelligenza trasformò ettari ed ettari di selva in castagneti fruttiferi. Il clima adatto ed il suolo roccioso si prestavano perfettamente a questo tipo di coltura, furono così piantati castagni con un disegno ben preciso: ogni pianta distava l'una dall'altra dieci metri e queste declinavano in filari obliqui e paralleli lungo la parete del monte finendo nel fosso. Questa tecnica è tuttora chiamata impianto Matildico. In una terra impervia, scoscesa dove non esistevano campi e non si poteva seminare grano in abbondanza la castagna diventò l'alimento principale per il sostentamento della popolazione: in pianura c'era il grano, in montagna il castagno.
Il XIII secolo è il teatro delle prime lotte tra Bolognesi e Pistoiesi per il dominio su questi territori di confine. È proprio in questo periodo che il Castello di Granaglione viene ampliato e fortificato assumendo un aspetto molto vicino a quello attuale. Granaglione restò sotto al dominio di Pistoia fino al 1219, rappresentò a lungo un forte centro longobardo e successivamente un comune in perenne lotta con i Bolognesi, Ancora il Benati identifica Granaglione come un centro amministrativo e militare longobardo della Valle del Reno nel paese di Stagno (attuale comune di Camugnano). Lo stesso Granaglione, dipendeva però dal Vescovo di Bologna, ed aveva nella Pieve di Sùccida, (oggi Borgo Capanne), dedicata a S. Giovanni Battista, il lcentro religioso più importante della montagna, con un vasto numero di parrocchie e territori dipendenti (erano ventidue nel 1366). Alcuni resti dell'impianto dell'abside romanica ed il ritrovamento nello stesso luogo, dietro l’attuale chiesa, di numerose monete imperiali romane bizantine, fanno risalire almeno al 1000 la costruzione dell'edificio sacro e ad un periodo precedente la frequentazione del luogo, posto in posizione panoramica a pochi chilometri dal fondovalle del Reno.
Sùccida (Borgo Capanne) e Granaglione furono poi fusi dai Bolognesi in un unico comune, al quale si aggiunsero le “VilIe” di Boschi e Lùstrola, il cui Governo era concentrato nelle mani di poche famiglie fra le più ricche ed importanti delle comunità, i cosidetti "antichi originari".
A Roncastaldo si sottoscrive una alleanza politico-militare tra Bologna e Firenze contro Pistoia. Firenze chiede aiuto a Bologna contro i Pistoiesi, per difendere Guido Guerra che era stato dai pistoiesi spogliato del castello di Montemurlo. Bologna ne approfitta per cercare di mettere le mani sul territorio oltre Vergato fino a Granaglione, e alle terre Stagnesi, nelle mani dei Pistoiesi. Infatti tra i patti c'è che Bologna può occupare Badi, la Sambuca e le terre Stagnesi. I signori di Stagno si alleano ai Pistoiesi. Ubertino di Bizzo è il nobile stagnese più in vista. Gli uomini di Stagno (56 in tutto) giurano di resistere e di obbedire al loro signore.
Inizio anno: i pistoiesi chiedono a Bologna di arbitrare una contesa con Arezzo, ma Bologna rifiuta.
Luglio: Mentre l'imperatore è impegnato dal conflitto con il Papa, Bologna, guidata ancora dal milanese Guglielmo Pusterla che avendo ambizioni di fama e gloria, prende iniziativa sul fronte della montagna. Gli obbiettivi sono Sambuca, Badi, Stagno e altre località nella valle del Limentra. Truppe bolognesi risalgono quindi il corso del Reno fino a Bargi e Stagno, dove i rispettivi signori, Ugolino e Ubertino Bizzo, si arrendono a Bologna accettando un piccolo presidio bolognese entro i castelli. Bologna ottiene giuramenti di fedeltà anche da: Stagnisino (o Stagnesio), Rolando da Rocca Corneta, Gislemerio da Casio, Ugolino da Bargi, Ubertino di Bizzo da Stagno, Frescenco e Enrigetto. Il grosso dell'esercito bolognese intanto continua verso Pistoia. Il pretore della montagna, Oseletto degli Oseletti, cerca di comprare anche l'appoggio di Sambuca, ma i risultati sono deludenti perché il 30 luglio i Sambucani giurano fedeltà a Pistoia.
Agosto: i pistoiesi sconfiggono le truppe di Stagno e si impossessano delle bolognesi Granaglione e Sùccida (Capanne). A causa di ciò Bologna chiede aiuti promessi, ma solo Reggio accorre inviando uomini, mentre Modena e Parma danno risposta negativa. Firenze si limita ad una “benevola” neutralità.
Settembre: Forte di 400 uomini, Bologna, si muove verso l'alta montagna contro Pistoia, ma il fondovalle tra Porretta e Pracchia è impraticabile. L'esercito quindi risale verso Granaglione e Sùccida, ma Ubertino, e i suoi alleati di Bargi e Casio abbandonano l'esercito Bolognese, rifugiandosi nel Frignano (MO). I Pistoiesi approfittano di questo indebolimento e attaccano i Bolognesi, dimezzati nelle forze, conquistando Granaglione e Castiglione di Sùccida. Catturati e imprigionati a Pistoia tutti i Bolognesi superstiti.
Il 7 settembre: Gli uomini di Sùccida e Granaglione giurano fedeltà al podestà Tederigo ed al comune di Pistoia, impegnandosi a difendere il "castrum de Granaione" sia preso da Bologna o dai nemici di Pistoia. In tutto giurano i 73 Consoli e capifamiglia di Granaglione.
I bolognesi, in reazione, costituiscono un vasto fronte militare contro i pistoiesi, grazie al sostegno da parte di Reggio, Faenza, Modigliana, Bertinoro, Galeata e Castrocaro, sotto il comando del Conte Tegrimo, figlio di Guido Guerra.
Febbraio: Il castello di Granaglione viene distrutto durante le contese tra Bologna e Pistoia. A questo punto viene chiesta la mediazione di Lotario, arcivescovo di Pisa, il quale ingiunge a Pistoia di restituire i prigionieri fatti. Inoltre chiede la pace perpetua tra i due comuni, demandando ad una commissione di 4 savi (due per parte) di chiudere ogni vertenza.
L'8 febbraio, il canonico di Pistoia Pietro, giura di non aiutare i bolognesi in alcun modo, in particolare nella ricostruzione dei castelli di Granaglione e Sùccida, evidentemente demoliti dagli stessi Pistoiesi: “Castilione et de Granaione, que sunt in plebeio de Sucide”.
Il 24 novembre, Lotario, convoca le parti ma Catalano della Tosa, podestà di Bologna, rinnega il giuramento fatto dal suo predecessore e ricusa l'arbitrato dell'arcivescovo di Pisa. Questo avviene in Vernio. Da questo momento e per qualche tempo cessano le ostilità senza che si sia firmata una pace tra Pistoia e Bologna.
Interviene addirittura il Papa nel contenzioso tra Bologna e Pistoia. Incarica Niccolò, vescovo di Reggio e Opizzone, canonico di Lucca, di mediare. Essi convocano le parti a Frassinoro (MO), ma i pistoiesi chiedono che l'incontro avvenga a Fosciana o Castiglione, perché Frassinoro è troppo pericoloso per loro. Gli incaricati papali accettano, ma poi o furono sostituiti o declinarono l'incarico, visto che all’incontro appaiono come arbitri della vertenza i priori di S. Maria di Reno e di S. Margherita per Bologna, mentre l'arciprete di Pistoia ed il rettore dell'ospitale di Prato del Vescovo, per Pistoia. Gli arbitri scelti per derimere la questione tra Bologna e Pistoia emettono una sentenza così sfavorevole ai bolognesi che questi non la accettano, ma le trattative continuano.
Il 26 aprile, dopo mesi di trattativa, viene siglato finalmente il trattato di pace tra Bologna e Pistoia che chiude una lotta sostenuta per il possesso dell'alta valle del Reno. Tra le clausole: Ubertino e Gislemerio con i loro seguaci pistoiesi siano tolti dal bando e gli vengano restituite le loro terre a patto che non costruiscano nuovi fortilizi nelle terre stagnesi. I Bolognesi non costruiscano fortilizi tra Gaggio, Sambuca, Casio e Torri, salvo quelle che già vi sono e che vengono ricostruite. Gli uomini “de terra stagnensi”, partigiani di Pistoia, siano tolti dal bando e gli vengano restituite le loro terre, e così pure i partigiani di Bologna in terra stagnese. Gli uomini di Moscaccia, Badi, Torri, Monticelli, Treppio, Fossato sono nella iudiciaria pistoiese. I Pistoiesi non costruiscano fortificazioni in Moscaccia e in nessuna delle altre terre sopra ricordate, o dalla collina di Pra' del Vescovo fino alla Moscaccia, salvo quelle che già esistono. I Bolognesi consentano il libero commercio ai pistoiesi nelle terre che vanno dal monte di S. Maria, Savignano, Pitigliano e Gaggio fino alla Moscaccia. I Pistoiesi consentano altrettanto ai Bolognesi nelle terre comprese tra Pra' del Vescovo sotto la loro giurisdizione.
Il 28 aprile i procuratori dei comuni di Bologna e Pistoia convengono che il podestà bolognese ceda a Pistoia: Badi, Torri, Monticelli, Treppio, Fossato e Sambuca, salvo il diritto ecclesiastico del vescovo di Bologna. Il podestà di Pistoia similmente ceda ai Bolognesi le “terre stagnesi” rimanendo salvi i diritti dei canonici di Pistoia.
Il 29 aprile Ubertino di Bizzo, da Stagno, vende in cambio di 300 marche d'argento, al comune di Pistoia, tutti i beni e diritti che egli aveva in Granaglione, in Castiglione di Sùccida e in Sùccida (Capanne), promettendo di scendere in guerra a fianco dei pistoiesi contro i loro nemici, fatta salva la fedeltà che egli deve all'imperatore.
il 7 novembre gli ambasciatori di Bologna denunciano a Gererdo Rangoni, podestà di Pistoia che gli uomini della Sambuca hanno distrutto alcune case costruite dagli homines di Granaglione, Sùccida e Capugnano: si pensa siano case di albergo per chi andava ai bagni della Porretta (le Terme).
Aprile 1225 d.c.: si arbitra a Casio che Torri, Treppio, Fossato, Badi, Monticelli e Moscacchia rimangano nel distretto di Pistoia, che Bologna assolva Gislimero e Ubertino di Stagno e seguaci rendendo loro tutte le terre che avevano prima delle guerre, e che Pistoia reintegri quei valvassori che si ribellarono in favore di Bologna. Pistoia non potrà fortificarsi nel proprio terreno e così pure Bologna da Gaggio alla Sambuca, da Torri a Casio, e così ancora Gislimero e Ubertino in Sùccida e in Granaglione. Bologna avrà libero accesso e mercato immune da aggravio da Moscacchia a Colle di Prato e Pistoia godrà degli stessi diritti da Casio a Moscacchia.
1233 d.c.: Pistoia invia ambasciatori a Bologna per intercedere a favore dei figli di Ubertino da Stagno, onde rientrare in possesso dei loro possedimenti. Chiedono infatti a Bologna di riavere il Castello di Granaglione e le terre in maniera pacifica, ma il podestà di Granaglione risponde che il bando contro Ubertino e figli è stato inserito negli statuti, ma che il consiglio dei Savi se ne sarebbe interessato.
1265 d.c.: Viene istituito il capitanato e la boateria della Montagna. Il Castello di Granaglione fa parte del capitanato di Castel Leone (Bombiana).
(1371 d.c.) La prima descrizione del Castello
Granaglione è un castello "abbastanza forte, ha buoni terrapieni e possiede una torre armata e protetta all'intorno da un buon palancato; in questa torre abita normalmente il castellano con 8 soldati stipendiati". In caso di bisogno vi trovano rifugio gli abitanti di Granaglione con i loro beni. Dalla descrizione fatta dal cardinale Anglic de Grimoard che vi soggiornò.
8 agosto: Granaglione, Capanne e Capugnano concludono con Bologna l'acquisizione del “diritto di esercizio dei bagni di Porretta” (le Terme vecchie di Porretta). Le comunità vi manterranno i diritti acquisiti sui bagni con l'impegno a mantenerli, a migliorarli e a costruire alberghi in muratura. Gli statuti della città di Bologna prescrivono che al Castello di Granaglione risiedano tre balestrieri su sei custodi.
27 marzo, capitanato della montagna: è documentato il sistema di raccolta dell'acqua piovana nel Castello di Granaglione che confluiscono in una cisterna.
27 gennaio, capitanato della montagna: è documentata una nota di pagamento del massaro per la costruzione e la copertura “domus furni in recepto Roche de Garnaglionis”. Le riserve alimentari nei castri “munitiones et victualia” vengono conservate nella parte propriamente militare (cassero o torre) del castello di Granaglione.
Il vicariato della montagna di Capugnano deve dare a Bologna 40 armigeri per i conflitti scoppiati con gli Estensi, di cui 16 vengono da Granaglione. Il vicariato ora comprende: Porretta, Moscaccia, Lizzano, Belvedere, Monteacuto delle Alpi, Gaggio Montano, Rocca Corneta e Granaglione.
1387 d.c.: La carestia, la peste in montagna e la guerra contro gli Estensi che occupano tutta la parte sinistra della valle dell’alto Reno. Granaglione è nelle mani del Marchese Niccolò II d'Este, che ne reclama la signoria, ma i buoni rapporti tra Bologna e Modena risolvono pacificamente gli scontri con le popolazioni della zona che comunque subiscono gravi danni.
Baldaccio d'Anghiari, capitano di ventura, viene inviato da papa Eugenio IV in soccorso del territorio bolognese e per combattere le truppe di Niccolò Piccinino che avevano occupato Bologna ed il suo territorio per conto del duca di Milano Filippo Maria Visconti. Il Baldaccio conquista i castelli di Granaglione e Baragazza, con il tradimento, ed espugna con la forza quelli di Bargi e Casio.
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