Collettivo 48ohm

Collettivo 48ohm Persone unite da un complesso di idee, che lavorano per dar vita alle concezioni marxiste, cioè per portare a termine la storica missione della classe operaia.

Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento, ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte e preferito la via della lotta alla via della conciliazione.

In quello che doveva essere lo stabilimento modello secondo i piani di rilancio dei padroni della FCA, la situazione è l...
02/10/2019

In quello che doveva essere lo stabilimento modello secondo i piani di rilancio dei padroni della FCA, la situazione è la stessa da anni come in tutte le altre fabbriche del gruppo: cassa integrazione ad oltranza e riduzione dei salari, assunzioni interinali per un anno o poco più per i nuovi arrivati, ritmi sulle linee estenuanti quando c’è la chiamata al lavoro.
Fabrizio, l’operaio che è stato ammazzato due giorni fa in questo stabilimento, si era fatto spostare nel reparto presse per poter lavorare di più. E’ la brutale e violenta esigenza di un operaio di 40 anni e con una famiglia da mantenere. Nel reparto presse è stato ammazzato dai ritmi frenetici e i carichi di lavoro intollerabili che rendono superfluo e patetico qualsiasi appello “alla sicurezza”. In fabbrica non esiste alcuna sicurezza per chi produce. Vige solo la legge del profitto: i padroni devono adottare tutti gli accorgimenti necessari sulla metrica, sulle condizioni e l’organizzazione del lavoro per guadagnare meglio sulla pelle dei loro operai e attenuare così le contrazioni di mercato che porterebbero ad un calo dei profitti.
La Fca sta attuando a tappe forzate un piano di riduzione generalizzata della forza lavoro, sia lentamente attraverso l’utilizzo sistematico della cassa integrazione ormai senza più sbocco, sia per rappresaglia diretta con i licenziamenti mirati e quelle che si definiscono “morti in bianco” e “incidenti sul lavoro per scarsa sicurezza” che sono veri e propri omicidi padronali. L’espulsione della forza lavoro in eccesso dalle fabbriche-lager avviene attraverso questi metodi, del resto i lager nazisti concepirono la loro organizzazione interna sul modello delle fabbriche fordiste.
Gli operai vengono messi di fronte a questa ‘scelta’: morire di morte lenta, di sfruttamento e miseria, oppure morire lavorando a pieno regime per il capitalista. I sindacati che dovrebbero organizzare la difesa economica immediata sono asserviti alle volontà del padrone. Quando muore un operaio organizzano scioperi farsa di qualche ora per prevenire eventuali forme di ribellione spontanea degli operai e rimandano all’intervento della magistratura “per appurare responsabili e responsabilità”. In realtà sono organismi ormai completamente integrati nell’apparato statale e negli ingranaggi di sfruttamento salariale, agiscono per i loro tornaconti di bottega. Gli operai devono organizzarsi autonomamente, imparare a individuare altre forme per difendere i propri interessi di classe, sia sul piano della lotta sindacale, sia su quello generale e politico.
Questo il volantino che abbiamo diffuso oggi ai cancelli della fabbrica con gli operai del Si Cobas Fca Pomigliano:

NOI OPERAI MUORIAMO NELLE FABBRICHE PER IL PROFITTO. GLI SCIOPERI A COMANDO, DI FACCIATA, NON SERVONO A NULLA. O C’E’ RIVOLTA OPERAIA O FACCIAMO SCHIFO.

Morire a quarant’anni schiacciato da una pressa. Per cosa? Per quattro soldi al mese che non bastano più a niente e senza nessuna prospettiva per il futuro. Tutto per far vivere nel lusso quattro figli di papà pieni di soldi che non hanno mai fatto un vero lavoro in tutta la loro inutile vita. Ha senso tutto questo?

In Italia muoiono più di tre operai al giorno nell’indifferenza generale. Una notizia veloce su qualche giornale. Se c’è più di un morto, qualcosa anche in televisione. Poi più nulla.

Siamo una classe che produce tutto quello che nella società si consuma. Cibo, case, auto, vestiti. Eppure non contiamo niente. Siamo una classe di schiavi per la quale lavorare in condizioni pessime, a ritmi impossibili, sempre a rischio della vita, è accettato da tutti quelli che vivono sul nostro lavoro senza lavorare, come una cosa normale.

La FIAT sui suoi tabelloni luminosi fuori agli stabilimenti presenta una situazione di lavoro senza rischi, con incidenti zero. A livello internazionale si presenta come il padrone che assicura le condizioni di lavoro migliori ai “suoi” operai con il WCM. La realtà è completamente diversa. In fabbrica ci si fa male e si muore. Per gli incidenti, per il consumo veloce delle nostre forze psicofisiche sulle linee. A cinquant’anni siamo già “vecchi” per le attuali lavorazioni. Con il fiato sul collo dei capi e il ricatto del licenziamento, lavoriamo accettando accorpamento di mansioni, ritmi sempre più veloci, e finiamo come animali al macello.

Tiriamo la carretta senza pietà. Chi si ferma viene buttato fuori, in cassa integrazione, o licenziato con un pretesto. Tutte le fabbriche FIAT lavorano con meno della metà di noi occupati, ma quelli che lavorano lo fanno ancora a ritmi impossibili.

Per cosa? Con la cassa integrazione sistematica, i soldi sono sempre di meno. Per il futuro non ci sono certezze. La FIAT “parla” di nuovi modelli in ogni stabilimento … per il 2020 o per il 2021. Sono solo chiacchiere. Chi è dentro la fabbrica lo sa. E’ solo una lavata di faccia con i soldi pubblici, sempre soldi nostri, che gli azionisti fanno per prendere tempo, per aspettare un compratore a cui vendere il baraccone e andarsene con una borsa di soldi.

Tutto questo è possibile perché noi non siamo organizzati. Siamo tanti individui isolati pur vivendo le stesse condizioni drammatiche. Divisi dal padrone e da quelli che dicono di rappresentarci, i sindacalisti. Uniti siamo una classe potente. Divisi invece non contiamo niente.

E’ arrivato di nuovo il momento di riflettere sulla nostra situazione e di organizzarci come collettività operaia. Gli operai possono reagire se hanno due cose: la capacità di unirsi comprendendo che sono una forza, e se si organizzano in un'organizzazione, non solo sindacale ma politica, che abbia la capacità e la determinazione di andare fino in fondo.

I LAVORATORI LICENZIATI AMBIENTE SPA GRUPPO BRUSCINO HANNO OCCUPATO LA SEDE DELLA SEGRETERIA DELLA CGIL NAPOLI. DALLA BA...
20/09/2019

I LAVORATORI LICENZIATI AMBIENTE SPA GRUPPO BRUSCINO HANNO OCCUPATO LA SEDE DELLA SEGRETERIA DELLA CGIL NAPOLI. DALLA BALCONATA IL LORO STRISCIONE CON LA SCRITTA "CGIL SERVA DEI BRUSCINO".

Diffondiamo il comunicato stampa:

Venerdi 13 giugno, nell’ambito delle iniziative di festa promosse dalla FIOM-CGIL nel parco pubblico di Pomigliano d’Arco, ho riportato il mio caso e quello dei miei colleghi all’attenzione dei vertici sindacali.

Sono ex RSA CGIL, licenziato nel 2016 insieme ad altri 7 operai per rappresaglia politica. Lavoravamo in una delle aziende del gruppo Bruscino, attivo nel settore dello smaltimento rifiuti, e abbiamo condotto una dura battaglia per i diritti dei lavoratori, per non vedere peggiorate le nostre condizioni economiche e contrattuali. Siamo stati licenziati con la scusa dell’innovazione tecnologica, in realtà eravamo una spina nel fianco del padrone che ci ha buttato fuori perché non accettavamo di sottostare ai suoi ricatti.

Dopo il licenziamento ho più volte sollecitato l’intervento del sindacato che in mia difesa non si è mai mobilitato. Non mi ha sostenuto in alcuna iniziativa. Sono stato letteralmente scaricato. Eppure sono un ex delegato della CGIL che ha lottato in nome di questo sindacato pagandone tutte le conseguenze: la rappresaglia che ho subito è un attacco a tutto il sindacato. Devo forse prendere atto che gli operai che lottano non sono tenuti in stima né tutelati dai vertici della CGIL. Perfino nell’azione legale intrapresa il sindacato si è sfilato, anziché promuovere un’azione discriminatoria anti-sindacale verso un gruppo di lavoratori tutti iscritti alla CGIL si è preferito portare in tribunale il caso di un normale licenziamento collettivo.

Venerdì ho consegnato un documento che reca la mia firma nelle mani del segretario nazionale della CGIL, Maurizio Landini, e degli esponenti delle segreterie provinciali e regionali. Mi era stato assicurato un intervento tempestivo per valutare quali iniziative adottare in mia difesa e a difesa dei lavoratori che come me sono stati licenziati. Ad oggi non ho avuto ancora riscontro. Se il caso di un delegato CGIL licenziato per rappresaglia politica non merita alcuna attenzione da parte del sindacato, se la vita di noi lavoratori rimasti senza salario e senza reddito non merita alcuna attenzione, valuterò insieme ai miei colleghi come procedere affinché la nostra battaglia non venga dimenticata e la lotta per i nostri sacrosanti diritti trovi strumenti più adeguati per poter essere rilanciata. Intanto l’occupazione della segreteria della sede della Cgil Napoli continuerà finché non otterremo risposte chiare dall’esecutivo sindacale.

ANTONIO CORDINO, EX RSA CGIL AMBIENTE SPA GRUPPO BRUSCINO E GLI ALTRI LAVORATORI LICENZIATI.

Se i burocrati sindacali festeggiano, magari la riuscita di qualche buon accordo con il padrone, come la cassa integrazi...
13/09/2019

Se i burocrati sindacali festeggiano, magari la riuscita di qualche buon accordo con il padrone, come la cassa integrazione in FCA o la chiusura della Whirlpool, gli operai non hanno nulla da festeggiare, specialmente quelli che lottano e che per questo vengono licenziati.

La Fiom-Cgil è impegnata in una quattro giorni di dibattiti e festeggiamenti a Pomigliano. Sfilano esponenti delle segreterie, qualche politico, e pure manager di grandi multinazionali (quello della Hitachi ad esempio, che domani parteciperà a un dibattito con Francesca Re David). Landini è in programma stasera, intervistato dalla compiacente Lucia Annunziata.

Nei loro programmi però non compaiono quei lavoratori, iscritti al loro sindacato per giunta, che non sono rimasti ad aspettare i tavoli di concertazione e gli accordi al ribasso voluti dai dirigenti ma hanno lottato a testa alta per migliori condizioni di lavoro e salari migliori. E’ il caso di un ex delegato CGIL, Antonio Cordino, e di un gruppo di lavoratori, che con lui hanno lottato contro il padrone di una delle più grosse società attive nel settore dello smaltimento rifiuti, il gruppo Bruscino, e che proprio per le loro lotte sono stati completamente scaricati dal sindacato. Dopo il licenziamento la CGIL non ha mosso un dito, né organizzato alcuna mobilitazione per sostenerli. Di fronte alle ripetute sollecitazioni di questi operai gli esponenti delle segreterie, a qualsiasi livello, scappano. Nella migliore delle ipotesi fanno scena muta.
Si sa solo che l’attuale capo della CGIL, Maurizio Landini, si fece felicemente ritrarre in foto con il loro padrone, Bruscino, all’epoca presidente dell’associazione nazionale delle piccole e medie imprese.

Noi siamo qui dove loro festeggiano a sostenere la battaglia di questi lavoratori che si chiedono se la CGIL stia dalla loro parte o da quella dei padroni, diffondendo un volantino a firma dell’ex delegato CGIL che riportiamo di seguito:

CGIL, STAI DALLA PARTE DEGLI OPERAI O DEL PADRONE?

….ASPETTANDO GARZI, SANTOMASSIMO E LANDINI.

Licenziato dal gruppo Bruscino per le mie battaglie a favore dei lavoratori.

Lo smaltimento rifiuti è l’affare del secolo. Assicura profitti in modo costante, è un settore che non va mai in crisi. Non a caso è permeato stabilmente dalla camorra come le dichiarazioni dei “pentiti” delle organizzazioni malavitose dimostrano. Il flusso di denaro che esce dallo smaltimento rifiuti è enorme, non ha crisi, è in continuo aumento.
Tanti soldi assicurano appoggi e sostegni a qualsiasi livello.

Otto di noi ci siamo permessi di lottare contro uno dei gruppi più forti del settore.
Volevamo affermare i nostri sacrosanti diritti di lavoratori. Non volevamo peggiorare le nostre condizioni economiche e di lavoro passando a ditte controllate dal gruppo cambiando le condizioni di lavoro pur svolgendo le stesse mansioni.

Io, delegato sindacale CGIL, ho sostenuto l’azione sindacale all’interno dell’azienda seguito da sette miei colleghi che hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

L’azienda ci ha trasferiti su una attività di micro raccolta, ripristinata per l’occasione, ben sapendo che di lì a poco l’avrebbe soppressa. La conseguenza è stato il licenziamento. Con questa semplice frase la ditta Bruscino ci ha liquidati: “In relazione al processo di trasformazione tecnologica con la conseguente automazione delle attività aziendali, ci siamo visti costretti ad instaurare una procedura di mobilità.”

Anche questo non era vero perché attività simili alla nostra sono continuate nelle aziende del gruppo ubicate a San Vitaliano dove noi lavoravamo. Il nostro licenziamento è stato costruito a tavolino per toglierci di mezzo.

Noi ci siamo fidati del sindacato e il sindacato non ci ha tutelati fino in fondo. Mi hanno detto sempre di non preoccuparmi che loro erano al mio fianco. Ora sono spariti.

Dopo il licenziamento mio e dei miei colleghi, la CGIL poteva mobilitare i suoi iscritti e militanti. Non l’ha mai fatto. Non ho visto nessuno della CGIL ai cancelli dell’azienda dove lavoravo per supportarmi. Gli esponenti delle segreterie provinciali, regionali e nazionali non rispondono né all’email, né al telefono. Scappano.

Abbiamo perso la causa in primo grado e il nostro avvocato, avvocato del sindacato, ci ha fatto capire che anche in appello non si aspetta niente di buono.

Sulla mia pelle ho capito che sono stato fregato. Io ero delegato sindacale e gli operai che mi hanno seguito erano iscritti CGIL come me.

Io mi chiedo: perché non è stata intentata una causa per discriminazione sindacale contro i Bruscino che è la vera sostanza del nostro licenziamento? Siamo andati a contestare la ristrutturazione aziendale invece.
La CGIL e i suoi esperti di diritto non sapevano già che su quel terreno avremmo perso?

Intanto ora sono in miseria. Senza lavoro. E la cosiddetta “legge” stabilisce anche che io e i miei compagni dobbiamo pagare le spese processuali sostenute dal nostro ex padrone.

ANTONIO CORDINO, EX DELEGATO CGIL DITTA BRUSCINO LICENZIATO PER RAPPRESAGLIA E TRADITO DAL SUO SINDACATO

NOI NON ABBIAMO NULLA DA FESTEGGIARE.

Ancora in corso il   di Amazon, la giornata delle super offerte, e lo sciopero internazionale dei facchini a cui oggi Am...
16/07/2019

Ancora in corso il di Amazon, la giornata delle super offerte, e lo sciopero internazionale dei facchini a cui oggi Amazon offre il doppio dello sfruttamento.

15/07/2019

Il volantino diffuso agli operai della di

IL MONDO SOTTO SOPRA

La classe dominante italiana è la peggiore del mondo e quella meridionale è la peggiore d’Italia.
Tutta gente che occupa posti di comando perché ha le giuste relazioni, i giusti appoggi, è figlia di qualcuno “importante”, è legata agli interessi dei padroni del nord che sono quelli che comandano realmente.
E’ una massa di incapaci e corrotti, i maggiori responsabili dei guasti ambientali, sociali e economici del Sud.
Li trovi alle direzioni delle fabbriche, al comando nell’amministrazione, nella politica, nelle professioni, proprietari di imprese, sempre al servizio dei grandi padroni.
Vivono con le briciole che i padroni del Nord gli concedono e sul lavoro degli operai.
Il degno rappresentante di questa classe di parassiti, per spronare gli operai a lavorare di più e a essere più “ordinati”, riporta sul display dello stabilimento che comanda, la Tiberina di Pomigliano, una frase razzista che tra le altre cose dice: “Napoli e i napoletani da bruciare”.
Sputa nel piatto dove mangia che i padroni gli preparano nella stanza dei servi, dimenticando che il cibo nel piatto viene dal lavoro degli operai che insulta.
Senza gli operai e il loro lavoro, tutto il baraccone sociale che assicura la bella vita al direttore della Tiberina e agli altri parassiti come lui, crollerebbe.
L’unica forza positiva del Sud sono gli operai. Per il lavoro che fanno, intruppati sulle linee, sui macchinari, nei magazzini, rappresentano una forza organizzata che fa andare avanti il baraccone. Senza il loro lavoro, la loro fatica e i loro sacrifici, tutti gli altri non riuscirebbero a sopravvivere.
Eppure sono gli ultimi.
L’arroganza del direttore della Tiberina ci fa capire che gli operai pur rappresentando una forza tremenda se organizzati, nella condizione attuale non fanno paura a nessuno, nemmeno ad un “pesce e zupp” come il direttore.
I sindacati sono quello che sono e gli operai non hanno un loro partito politico indipendente. Questi sono i motivi della nostra debolezza.
Se avessimo una nostra organizzazione per la lotta generalizzata contro il padrone cominceremmo a usare seriamente la scopa, ma per spazzare via il direttore e tutta la classe di parassiti a cui appartiene.

La Tiberina non è una piccola impresa ma un gruppo metalmeccanico dell’indotto FCA che conta ben 16 stabilimenti in Ital...
15/07/2019

La Tiberina non è una piccola impresa ma un gruppo metalmeccanico dell’indotto FCA che conta ben 16 stabilimenti in Italia e fa profitti “a palate”, a difesa dei quali non esita a licenziare, a sfruttare manodopera con contratti precari e cassa integrazione ad oltranza, a lasciare gli operai senza acqua nei reparti e senza impianti di areazione nonostante le altissime temperature.
Appena poche settimane fa negli stabilimenti di Cassino e Melfi gli operai hanno scioperato per giorni contro il mancato rinnovo dei contratti interinali. A Pomigliano, dove si è costretti a lavorare a porte aperte per evitare il rischio del collasso durante i turni di lavoro, proprio per la mancanza di impianti di areazione, gli operai hanno bloccato la produzione per qualche ora.
I padroni per aumentare i loro profitti non solo portano i salari al minimo del loro valore ma tengono gli operai a lavorare in condizioni bestiali. In fabbrica bisogna sgobbare come animali da soma senza poter bere acqua e rischiando un infarto per permettere a loro di far la bella vita.
Il direttore della fabbrica di Pomigliano, piccato dalle reazioni e dalle rivendicazioni avanzate dagli operai, ha pensato di proiettare sui display interni ai reparti una frase offensiva contro i napoletani, ritenendola evidentemente adatta a colpire chi lavora lì dentro: “Bisogna bruciare tutto, Napoli e i napoletani sono dei rifiuti”. Per scusarsi in seguito dirà che quel messaggio doveva solo servire “da sprono”. Voleva cioè dire agli operai che devono lavorare alle condizioni che l’azienda impone e stare zitti. Chi non accetta di lavorare così rischia il licenziamento e pure la condanna morale: è una monnezza, un lavativo, perché non vuole più fare lo schiavo.

Oggi siamo ai cancelli della Tiberina di Pomigliano con gli operai Si Cobas FCA, Consorzio bacini e i licenziati Ambiente spa per dire che il problema non è l’offesa alla “napoletanità”, la logica di appartenenza tribale e campanilistica non ci permette di focalizzare su quali basi si riproduce lo scontro di classe. Il trattamento che si riserva agli operai è lo stesso, da Cassino a Pomigliano, passando per Melfi e Val di Sangro. L’unica “monnezza” di cui dobbiamo liberarci è lo sfruttamento del lavoro a salario. Se siamo organizzati come classe, capaci di utilizzare tutta la nostra forza e unità, nella lotta e nella prospettiva politica di un partito indipendente, saremo noi a dare finalmente qualche “sprono” ai padroni assestandogli quattro calci nel c**o.

Incendi a Catania, tromba d'aria a Milano e Taranto, grandinata killer a Pescara. A minacciare la nostra vita non è il c...
11/07/2019

Incendi a Catania, tromba d'aria a Milano e Taranto, grandinata killer a Pescara.
A minacciare la nostra vita non è il clima, ma il sistema materiale di produzione dei beni, della loro distribuzione tramite il mercato per l’accumulazione del profitto, da produrre in massa maggiore in un ciclo forsennato e sempre più rapido. La corsa all'accaparramento di risorse ed energie non può avere freni perché il capitalismo non è un sistema equilibrato e regolamentabile. Non può avere cura dell'esistente, né dubbi sulla sostenibilità futura, quando si getta sulle risorse, le sfrutta e basta.
Per la classe dominante è una risorsa anche la stessa crisi ambientale e climatica che già permette nuove produzioni e nuove colture in luoghi prima impensabili. Il capitalismo prende ogni cosa per sottometterla al processo di mercificazione.
Il passaggio allora ad un nuovo ordine sociale, il comunismo, l'abolizione delle classi, dello sfruttamento, del profitto, del denaro e dello Stato, il passaggio dalla società mercantile alla società umana, non è più un'idea, una politica, ma un fatto materiale, una necessità storica per la sopravvivenza della specie e del pianeta.
Ciò che chiamiamo Utopia è riporre ancora speranza nel capitalismo.

TARANTO. A causa di una tromba d’aria, una gru alta più di 80 metri è caduta nel quarto sporgente del porto, di proprietà dello stabilimento siderurgico Arcelor Mittal. Il maltempo si è abbattuto improvviso e violento, travolgendo il mezzo su cui un operaio quarantenne - ora disperso - stava l...

In questo mondo marcio e con un modo di produzione superato dalla storia la merdosa violenza sessista e di genere non po...
04/07/2019

In questo mondo marcio e con un modo di produzione superato dalla storia la merdosa violenza sessista e di genere non poteva che tracimare a frotte e ovunque, diventando la traccia più odiosa di un imbarbarimento che come sempre scandisce la fine di tutti gli imperi.

(E no, questo non è un post che fa apologia del principio di legalità, dello Stato, dei suoi apparati, della democrazia borghese, che intende accomunare la giudice alla capitana che si prodiga a salvare persone in mare, né l'una né l'altra ai proletari che per terra e per mare sono i soli ad essere sfruttati da questo sistema. E' un post sugli escrementi patriarcali del tardo-capitalismo).

La polizia postale è al lavoro per identificare i profili in questione. Mentre i togati del Csm - in seguito alle critiche di Matteo Salvini, che ha accusato Alessandra Vella di fare politica - hanno chiesto di aprire un fascicolo a tutela del...

   LA PICCOLA BORGHESIA REAZIONARIA DI FRONTE ALLA QUESTIONE DELL'IMMIGRAZIONEIl problema di ogni piccolo borghese è che...
01/07/2019



LA PICCOLA BORGHESIA REAZIONARIA DI FRONTE ALLA QUESTIONE DELL'IMMIGRAZIONE

Il problema di ogni piccolo borghese è che, nel suo intimo, sa bene che il suo apparente "benessere" è dipeso proprio dallo sfruttamento imperialista dei paesi che una volta si definivano terzo e quarto mondo.

Sa che il suo welfare, la sua democrazia, i suoi "diritti", la sua vita da "schiavo da cortile" protetto dalle leggi, e garantito dalle intemperie della vita, dipende dal fatto che qualcun altro produca quella ricchezza di cui una parte, seppur minima, finisce nelle sue tasche.

Non ha mai letto nulla di colonialismo e di imperialismo ma comprende che quando i neri "stavano al loro posto" lui stava meglio.

È un parassita in crisi di astinenza. Il suo declassamento non lo porterà a ingrossare le fila di un proletariato abituato alla concorrenza da sempre, ma quelle della assoluta povertà. Molto al di sotto dell'esercito salariale di riserva che preme ai confini delle cittadelle del capitale.

I piccoli borghesi che trovano nel razzismo la valvola di sfogo di tutte le loro paure, non sono "i penultimi contro gli ultimi". Sono gli ultimi, gli scarti di un sistema economico, contro chi, potenzialmente, in quel sistema economico ha ancora un ruolo da svolgere.

Chi scende dai barconi è forza lavoro utilizzabile. E' forza viva. Sana. Gente che raccoglie i pomodori, che alleva gli animali, che costruisce le case e i ponti, che fa andare avanti le fabbriche e i treni, che cura i malati e i vecchi. E' gente che è pronta a vendere la propria forza lavoro. E' la classe operaia di oggi e di domani.

Non si è proletari per diritto divino o di nascita. Lo si è per il ruolo che si occupa nella società. Che se ne abbia coscienza o meno, che si faccia o meno il "gioco dei politici borghesi", si è proletari per il posto che si occupa nel sistema di produzione e di riproduzione del capitale.

Le classi medie che vivono del pizzo, delle briciole elargite dalla classe dominante per fare da cuscinetto nello scontro sociale, sentono che saranno le prime a subire le conseguenze della crisi. Sentono che la festa è finita.
Il borghesuccio col "pezzo di carta" che un tempo gli apriva la strada a una comoda e dignitosa esistenza sente che il suo mondo sta crollando.
Si agita come una mosca impazzita, ma non può fermare lo spettro evocato dagli stessi meccanismi economici che ne hanno fatto in passato un privilegiato.

I migranti non sono concorrenti di quelle canaglie che auguravano a Carola di finire stuprata. Non gli rubano il posto di lavoro. Non gli rubano niente che non abbiano già perso.

La piccola borghesia è allergica al lavoro che è una condanna destinata a una classe che disprezzano. Non è razzismo è classismo ammantato da razzismo. Classismo che cerca un alibi per giustificarsi.

Non è odio verso chi sta peggio. E' invidia verso chi potrebbe stare meglio e mettere in discussione il precario equilibrio sociale.

Non è l'immigrato che ruba e spaccia che fa paura. E' quello che lavora, che si organizza, che lotta.
Se volete è la guerra preventiva verso una nuova classe operaia di cui non si sa nulla o poco, di cui non esistono strumenti rodati di controllo, che rischia di innescare dinamiche e problematiche da anni dimenticate.

Quegli stessi che incitavano al linciaggio sarebbero stati a leccare la strada su cui passava se a scendere da quella nave ci fosse stato un ricco attore nero o un emiro che regalava orologi.
E la ristoratrice leghista che li guidava si sarebbe fatta un selfie da appendere sulle pareti del suo ristorante.

L'ironia della storia alla fine si prenderà la sua rivincita. E la miserabile e pidocchiosa piccola borghesia reazionaria, finirà proprio dove teme (e spera) potrebbero finire quei ragazzi che arrivano sulle nostre coste. Nelle file del sottoproletariato, fra gli accattoni, le pr******te, i camorristi di strada.

Di Mario Gangarossa

29/06/2019

La legalità è una violenza chiusa in un abito da seta. Una violenza amministrata da corti, giudici e tribunali. Oggi con la legalità ci governano, per mezzo della legalità ci incriminano.
Quando la lotta del proletariato si leverá, tutti i partiti dell'ordine si coalizzeranno contro di esso.
Il loro ordine si farà d'improvviso disordinatamente furioso.
A politicanti, giudici, padroni, agli sfruttatori di ogni appartenenza, non rimarrà, da ultimo, che spezzare la legalità colle proprie mani.
Allora tutta questa violenza si metterà a n**o.

  Pomigliano Gli operai scioperano e l’azienda impone una giornata di recupero. Per Fim, Fismic e Uilm, è tutto nella no...
28/06/2019

Pomigliano
Gli operai scioperano e l’azienda impone una giornata di recupero. Per Fim, Fismic e Uilm, è tutto nella norma, la Fiom dice che è un grave affronto al diritto di sciopero, poi invita gli operai ad accettare quel che la Fiat decide.

Oggi siamo ai cancelli della fabbrica con gli operai licenziati del Si Cobas per dire che sullo sciopero non si fanno passi indietro e alla giornata di recupero per uno sciopero fatto si risponde con altri scioperi.

La Sea Watch non è una nave, ma un cavallo di T***a. Di qua, come troiani ottusi i governanti mostrano i muscoli e si tr...
27/06/2019

La Sea Watch non è una nave, ma un cavallo di T***a.
Di qua, come troiani ottusi i governanti mostrano i muscoli e si trincerano dietro un blocco navale e la chiusura dei confini.
Non basta, non è mai bastato, il cavallo passerà.

La Sea Watch non trasporta 42 migranti, ma donne e uomini, futuri proletari che non hanno già più patrie e si mescolano nel mondo intrecciando i loro destini a quelli di altri proletari. Alcuni andranno a rinfocolare le rivolte nelle campagne pugliesi e campane, altri guideranno proteste e scioperi nelle fabbriche tessili e nei magazzini della logistica del nord. Altri ancora faranno lo stesso, ma disseminati per l'Europa.
Sì, avete ragione. Siamo invasi.
Siamo invasi dalla forza di un proletariato globale che non ha più nulla da perdere se non le proprie catene.
Non vi fa paura la "sbruffoncella", ma il fuoco che trasporta.
I becchini che ancor prima di entrare stanno cominciando a scavarvi la fossa.

Tic, toc, tic, toc....

Indirizzo

Via Roma 114
Pomigliano D'Arco
80038

Orario di apertura

Lunedì 16:00 - 22:00
Martedì 16:00 - 22:00
Mercoledì 16:00 - 22:00
Giovedì 16:00 - 22:00
Venerdì 16:00 - 22:00
Sabato 16:00 - 22:00
Domenica 10:00 - 13:00

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