LiberiSì Poggibonsi

LiberiSì Poggibonsi Comitato per il Sì al referendum costituzionale del 4 Dicembre 2016 Se la si guarda senza l’animo della polemica, la riforma ha innegabili vantaggi.

Appello di “LiberiSì”

La campagna referendaria sta anteponendo il giudizio sul Governo alla discussione sulla riforma costituzionale. È un grave errore, perché si può essere all’opposizione e riconoscere che la riforma servirà alla stessa opposizione quando tornasse a governare. È il caso di ricordare che dei 180 voti favorevoli alla riforma nel voto finale al Senato, oltre 70 (il 40%) sono stati

espressi da senatori non Pd e che la stessa Forza Italia ha votato a favore nelle prime letture, dissociandosi solo dopo l’elezione del Presidente della Repubblica. In primo luogo, elimina quel bicameralismo perfetto che richiede che il governo abbia la fiducia, con la stessa maggioranza, in entrambe le camere. La storia recente mostra che questo risultato è difficile da ottenere, perché, in base alla Costituzione vigente, i deputati sono eletti “a suffragio universale” mentre i senatori sono eletti su “base regionale” dai soli elettori con più di 25 anni. Così quattro milioni e mezzo di cittadini votano per la Camera e non per il Senato: si tratta di una generazione, che tende ad avere comportamenti elettorali difformi dalle precedenti, sì che è sempre più elevato il rischio di esiti elettorali difformi, anche con leggi elettorali omogenee. Lo prova la storia recente. Nel 1994 Berlusconi ebbe la maggioranza alla Camera ma non al Senato, nel 1996 Prodi la ebbe al Senato ma non era autosufficiente alla Camera, e nel 2006 lo stesso Prodi vinse con un margine di 25 mila voti alla Camera, ma ebbe 244 mila voti in meno al Senato, dove raggiunse la maggioranza assoluta solo grazie ad alcuni seggi vinti nella circoscrizione estero. Oltre a ciò, la riforma costituzionale corregge l’attuale estenuante procedura legislativa del “ping-pong”: salvo su alcune materie ben precisate, legifera solo la Camera, e se il Senato si oppone e propone modifiche, la Camera avrà l’ultima parola. I senatori saranno ridotti a 100. Diminuiscono i costi della politica. Si riforma il Titolo V: in base alla stessa giurisprudenza della Corte costituzionale, vengono ricondotte allo Stato le materie concorrenti attribuite alle Regioni dalla riforma della sinistra nel 2001. Si riduce così un lungo ed estenuante contenzioso costituzionale. Si aboliscono definitivamente le provincie. Si abolisce il Cnel. Si limitano i decreti legge. Si introduce il voto a data certa sui disegni di legge essenziali per l’attuazione del programma di governo. Si introduce l’obbligo del parlamento di votare le leggi di iniziativa popolare. Viene rafforzato lo strumento del referendum. Gli elettori di centro destra sono stati a favore della riforma della costituzione fino dal primo governo Berlusconi del 1994 e della Commissione bicamerale D’Alema del 1997. E sostennero una riforma costituzionale che la sinistra bocciò col referendum del 2006. Noi crediamo che questi elettori debbano riprendere la vecchia bandiera, anche ora che la sinistra ha cambiato la sua tradizionale posizione. Se vincesse il No, due conseguenze sono prevedibili. Primo: la costituzione italiana, che tutti chiedono di cambiare, diventerebbe intoccabile. Chi e come potrebbe iniziare un altro processo riformatore dopo due referendum falliti? Secondo: se l’Italia non mantenesse le promesse di riforma, perderemmo di credibilità. Chi ci darebbe in Europa più flessibilità e chi ci accorderebbe sui mercati più fiducia? Non è vero che, se vincesse il No, si potrebbe sùbito ricominciare da capo e fare meglio. Accadrebbe piuttosto che non si farebbe più nulla per anni, precipiteremmo in una grave crisi istituzionale, e correremmo il rischio di avventure politiche. Il Comitato “LiberiSì” è costituito da personalità che sono fuori dai partiti, i quali mantengono il loro libero giudizio personale sull’attuale Governo. Essi si rivolgono a tutti quei liberali, democratici, popolari, riformisti, che ritengono che il prossimo referendum costituzionale sia l’occasione preziosa e irripetibile per rendere le nostre istituzioni più efficienti, più snelle, più trasparenti. La riforma è necessaria per l’Italia, non per un solo partito. Aderenti al Comitato Referendum “LiberiSì”

Prof. Marcello Pera
Prof. Giuliano Urbani
Prof. Giuseppe Bedeschi
Prof. Luciano Pellicani
Prof. Dino Cofrancesco
Prof. Guido Pescosolido
Prof. Corrado Ocone
Prof. Paolo Bonetti
Prof. Sergio Belardinelli
Prof. Gianluca Sadun Bordoni
Prof. Pierluigi Barrotta
Prof. Tommaso Edoardo Frosini
Dr. Antonio Malaschini
Prof. Vincenzo Lippolis
Dr. Carlo Malinconico
Dr. Peppino Calderisi
Dr. Sergio Corbello
Prof. Eugenio Somaini
Prof. Luigi Cimmino
Dr. Marco Taradash
Prof. Raimondo Cubeddu
Prof. Marco Cangiotti
Prof. Marta Cristiani
Dr. Andrea Mondello
Dr. Ernesto Auci

27/12/2016

in questi mesi abbiamo condotto insieme una battaglia complessa, per spiegare le necessità di un concreto cambiamento, necessario per il nostro paese. Incontro dopo incontro, in tante città italiane e all’estero, abbiamo raccontato i motivi che ci spingevano ad aderire con convinzione al progetto di...

Nel giorno in cui l'Italia liberamente sceglie la conservazione contro il progresso, il rancore al posto della riflessio...
05/12/2016

Nel giorno in cui l'Italia liberamente sceglie la conservazione contro il progresso, il rancore al posto della riflessione, il consociativismo in luogo della democrazia competitiva, respingendo le stesse riforme che per vent'anni tutti avevano invocato come indispensabili, esistono comunque realtà in cui a prevalere non è stata la rassegnazione ma la speranza.
Tra queste spicca senza dubbio la nostra città, in cui la vittoria dei Sì è netta e non ammette repliche.
Poggibonsi, tra i comuni con più di ventimila abitanti, si posiziona infatti al secondo posto a livello regionale e tra i primi su scala nazionale in cui la risposta degli elettori in favore del cambiamento è più forte, e supera gli steccati di partiti e correnti.
Il 61% ottenuto è un risultato davvero importante, che supera di 9 punti il dato regionale e di 4 quello provinciale, pur positivi entrambi.
Ciò che emerge dai dati è, soprattutto, l'assoluta trasversalità del Sì: esso ottiene infatti 15 punti (e duemila voti) in più del PD alle ultime elezioni politiche, un dato straordinario se si pensa che in questa occasione parte dello stesso Partito Democratico era schierata, in modo più o meno esplicito, a favore del No.
Il messaggio lanciato qui dal popolo dei moderati e dei liberali è quindi chiaro e inequivocabile: quel popolo non ci sta a farsi rappresentare da una destra cialtrona e sfascista, con dirigenti imbarazzanti che combattono la vecchia sinistra a suon di slogan ideologici e che ci vanno a braccetto sulle questioni fondamentali, né tantomeno è sensibile alle sirene del partito delle bufale e dei suoi surreali esponenti locali.
Il nostro comitato, pur fondato a solo un mese dal voto, era rivolto proprio a questi elettori, oggi privi di un qualsiasi riferimento partitico, eppure con le idee chiarissime. Cittadini pacifici e razionali, non in cerca di rivoluzioni ma di un cambiamento graduale quanto deciso, per il bene delle proprie famiglie e dei propri figli.
Abbiamo cercato di farci interpreti di queste idee, che sono anche le nostre, e abbiamo chiesto un Sì come primo passo per vederle realizzate: la risposta, in questa città, si è fatta sentire, e per questo ringraziamo tutti coloro che ci sono stati vicini in questo intenso mese di lavoro.
Grazie anche ai comitati Poggibonsi dice Sì e Sì Poggibonsi per aver condiviso con noi le iniziative di informazione e dibattito in giro per la città.
Ringraziamo infine Maurizio Pelosi, segretario del PD poggibonsese, per l'impegno profuso a favore di una causa comune a tutti i cittadini e non solo ai militanti del proprio partito, senza pregiudizi verso chi -come noi- ha portato nel dibattito una visione diversa da quella della sinistra.

L'esperienza del comitato LiberiSì non può che concludersi qui, ma questo mese è servito a capire quanto bisogno ci sia, nello spazio politico cittadino, di idee differenti da quelle tradizionali e identitarie, di uno sguardo al futuro senza illusioni ma anche senza timori, di un cambio di prospettiva senza la follia di voler rifare tutto daccapo: in due parole, del riformismo liberale.

Per questo quello che, oggi, sembra un addio, potrà diventare un perfetto punto di partenza.

30/11/2016

Nel corso dell’ultimo mese, insieme ai comitati e , abbiamo raccontato a centinaia di cittadini le ragioni dei nostri alla riforma costituzionale. Abbiamo risposto alle loro domande, cercato di chiarire i loro dubbi e di controbattere alle loro legittime critiche.
Gli interventi di Tommaso Lorenzi e Gianluca Signorini lo hanno espresso con chiarezza: la riforma rappresenta un’opportunità irrinunciabile non per il Partito Democratico o la maggioranza di governo, ma per l’intero nostro Paese, rendendo le istituzioni democratiche più efficienti e funzionali, e contribuendo a ristabilire il primato della politica, troppe volte messo in dubbio dal ruolo di supplenza esercitato da magistrati e tecnocrati.
Vogliamo che l’Italia non sia più quella nazione rassegnata al declino e come tale guardata con sospetto da tutta la comunità internazionale, ma un paese moderno, attrattivo per gli investimenti privati, influente nei processi europei ed internazionali: un partner affidabile e un competitor rispettato.
Le ragioni del No spesso si riducono a un’opposizione becera, nei toni e negli argomenti, riassumibile con il ritornello “Renzi a casa”. Noi crediamo che questa visione, portata avanti da demagoghi senza princípi come Salvini e Grillo, sia irricevibile: la sede per mandare a casa Renzi, qualora lo si desideri, è per la minoranza del PD quella del congresso di partito e per tutti gli altri quella delle elezioni politiche del 2018.
Forti di questa convinzione, abbiamo sperato fino all’ultimo che, anche a livello locale, importanti figure istituzionali superassero ogni ambiguità nel dichiarare il proprio appoggio alla riforma, e che il centrodestra (o almeno ciò che ne rimane) evitasse di rinnegare la propria storia affiancandosi ai peggiori reazionari.
Le speranze si sono purtroppo rivelate vane, ma ora la parola passa agli elettori, e contiamo che, che come spesso è accaduto, essi si rivelino più avanti dell’establishment conservatore.
Dopo aver percepito, nel corso della nostra campagna referendaria, quanto forte e radicata sia la domanda di cambiamento e come essa sia trasversale per età, posizione sociale e opinione politica, siamo sempre più convinti che anche nella nostra città la battaglia per un parlamento più efficiente, per una democrazia che decide e per un federalismo responsabile sarà vinta da quanti, al referendum di domenica, sceglieranno la speranza e non la rassegnazione, il coraggio e non la paura: quei cittadini che sceglieranno di dire Sì.

Non chiamateli  , si offendono. Vi consigliamo pertanto di usare il più profumato e petaloso "pot-pourri".Eccoli, i fior...
30/11/2016

Non chiamateli , si offendono.
Vi consigliamo pertanto di usare il più profumato e petaloso "pot-pourri".
Eccoli, i fiori secchi della Repubblica.
Ci dicono che questo è un voto politico e che non è importante il contenuto della riforma, ma mentono due volte: cambiare la costituzione è infatti essenziale per avere uno Stato più efficiente e per abbattere i loro privilegi.
Per questo noi domenica voteremo con la testa, e voteremo SÌ.

30/11/2016

Pillole di

ELIMINAZIONE DEL BICAMERALISMO PERFETTO O PARITARIO
15 paesi su 28 dell'Unione Europea non hanno una seconda camera. Tra i 13 paesi restanti solo in 5 i deputati sono eletti direttamente dai cittadini. Tra questi 5 solo in Italia, Polonia e Romania si può dire che la seconda camera abbia poteri legislativi di rilievo. E solo l’Italia ha un sistema parlamentare in cui le due camere hanno gli stessi poteri.
Con la , solo la Camera dei Deputati accorderà la fiducia al Governo, mentre entrambe le camere legifereranno insieme su 14 punti relativi ai supremi interessi dello Stato.

Sblocchiamo il nostro Paese, cominciamo da questo SI!
28/11/2016

Sblocchiamo il nostro Paese, cominciamo da questo SI!

Lo spot del comitato nazionale LiberiSI in vista del referendum del 4 dicembre

Lo ripetiamo ormai da un mese: per sottrarre terreno alla propaganda di chi baratta il futuro del Paese con piccole conv...
21/11/2016

Lo ripetiamo ormai da un mese: per sottrarre terreno alla propaganda di chi baratta il futuro del Paese con piccole convenienze politiche immediate, è opportuno entrare nel merito della Riforma Costituzionale su cui il 4 dicembre saremo chiamati al voto.

Nel corso di vari incontri in diversi luoghi della città abbiamo cercato di spiegare, da differenti posizioni, .
Il ciclo di eventi organizzati dai comitati per il Sì si completa stasera, presso la Sala Polivalente La Ginestra.

Naturalmente saremo presenti, e offriremo come al solito il nostro punto di vista: quello dei liberali, dei moderati, dei riformisti e dei radicali favorevoli alla Riforma.
Quello dei .

Vi aspettiamo!



 PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 10/10Difesa della democrazia senza alcun “combinato disposto” con l’Italicum, una legg...
18/11/2016



PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 10/10

Difesa della democrazia senza alcun “combinato disposto” con l’Italicum, una legge che potrà essere modificata.

La riforma e il referendum non riguardano la legge elettorale ma la sottopongono al controllo della corte costituzionale. L’italicum potrà essere modificato.



Per tutte le ragioni esposte, le accuse rivolte alla riforma costituzionale di realizzare una “deriva autoritaria” sono del tutto prive di fondamento, dettate solo dallo strenuo conservatorismo istituzionale e dall’antistorico “complesso del tiranno” oltre che da tatticismi politici di corto respiro.

Quanto al c.d. combinato disposto con l’Italicum, occorre innanzitutto chiarire bene che la legge elettorale non è oggetto del referendum perché la riforma costituzionale non riguarda il sistema elettorale, non dice neppure una parola in proposito, non impone nulla riguardo alla sua scelta, esattamente come la Carta approvata nel 1947 (in vigenza della quale il sistema elettorale è stato infatti cambiato più volte, dalla proporzionale pura al “Mattarellum” basato sui collegi uninominali maggioritari, fino al “porcellum”). Pertanto, anche l’aggiornamento della Costituzione previsto dalla riforma è compatibile con qualsiasi tipo di sistema elettorale (da quelli iper-proporzionali a quelli iper-maggioritari). Come già ricordato, in materia elettorale la riforma introduce solo una nuova e importante garanzia: il controllo preventivo di legittimità di ogni nuova legge per l’elezione di Camera e Senato da parte della Corte costituzionale, su ricorso motivato presentato da minoranze parlamentari (almeno un quarto dei deputati o un terzo dei senatori). Un controllo che potrà riguardare qualsiasi aspetto della nuova legge. E questo sarà possibile anche per il c.d. Italicum, approvato prima della riforma costituzionale, grazie ad un’apposita norma transitoria. Da ricordare, inoltre, che la Corte potrà pronunciarsi anche sui ricorsi in via “incidentale” sollevati da alcuni tribunali.

Pertanto, la Corte costituzionale potrà correggere eventuali errori e vizi di costituzionalità. E anche a prescindere dalle decisioni della Corte costituzionale, l’Italicum potrà comunque essere modificato (sia sul premio alla lista che sul ballottaggio) o anche cambiato completamente se le forze parlamentari raggiungeranno un’intesa al riguardo.

In ogni caso, non hanno fondamento le accuse di impianto “iper-maggioritario” rivolte all’Italicum, un sistema elettorale che assegna 340 seggi a chi supera il 40 per cento dei voti al primo turno o, in assenza, a chi vince il ballottaggio. Si tratta di solo 24 seggi in più della maggioranza assoluta di 316 seggi. E dei 340 deputati della maggioranza, 100 saranno eletti come capilista nei collegi, 240 con le preferenze; pertanto, anche all’interno della maggioranza vi sarà un’ampia dialettica. C’è anzi da temere il rischio opposto, perché solo 25 deputati della maggioranza potrebbero mettere in causa la stabilità dell’esecutivo in qualsiasi momento, tanto più che la riforma non modifica gli articoli della Costituzione relativi alla forma di governo. Di conseguenza il governo non disporrà di quei “dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo e a evitare le degenerazioni del parlamentarismo” richiesti dal già ricordato e ormai mitico ordine del giorno Perassi, ma finora mai realizzati. Pertanto, il presidente del Consiglio non potrà revocare i ministri, né proporre credibilmente il ricorso anticipato alle urne come deterrente contro i fattori di instabilità della maggioranza, né porre il veto sulle deliberazioni che comportino oneri per la finanza pubblica, poteri di cui invece dispongono i capi degli esecutivi nelle altre democrazie parlamentari europee come Gran Bretagna, Germania, Spagna. Insomma, la riforma modernizza il sistema istituzionale inclinando la forma di governo parlamentare verso il modello Westminster, ma non realizza affatto un “presidenzialismo surrettizio” né concede “poteri assoluti a un uomo solo al comando”.

 PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 9/10Sostegno a un testo ampiamente condiviso fino a quando Silvio Berlusconi non ha ca...
17/11/2016



PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 9/10

Sostegno a un testo ampiamente condiviso fino a quando Silvio Berlusconi non ha cambiato idea

La riforma è stata esaminata dal Parlamento per oltre due anni, con ben sei letture, la votazione di migliaia di emendamenti e l’approvazione di oltre centocinquanta modifiche, ed è stata approvata da una maggioranza che è sempre stata vicina al 60% (rispettivamente con: 183, 178 e 180 voti favorevoli nelle tre letture da parte del Senato e 357, 367 e 361 voti favorevoli nelle tre letture da parte della Camera). Infatti, la riforma è stata ampiamente condivisa in Parlamento, anche da parte di Forza Italia che ha contribuito a elaborarla e ha votato a favore nelle prime letture (quando il testo era stato definito anche nella gran parte degli elementi di dettaglio) con dichiarazioni addirittura entusiastiche (del tipo: “Noi, all’opposizione, insieme alla maggioranza, stiamo cambiando l’assetto istituzionale, lagovernance del Paese, stiamo portando l’Itala fuori dalle paludi ottocentesche di una rappresentatività estrema e irragionevole, dalla lentezza e dall’indecisione, dal diritto di veto di partiti irrilevanti e dall’impossibilità di governare. Stiamo disegnando le istituzioni repubblicane del XXI secolo. Il modello di democrazia che proponiamo è chiaro ed è l’obiettivo che aveva in mente Silvio Berlusconi quando ha fondato Forza Italia nel 1994. Noi qui, oggi, quell’obiettivo lo rivendichiamo con forza: un bipolarismo che si avvicina sempre più ad un vero bipartitismo, una democrazia snella che abbia la capacità di decidere e di prendere le responsabilità delle proprie decisioni, sulla base di una scelta chiara degli elettori ”, così Paolo Romani il 27 gennaio 2015, ma anche il Mattinale, edito dal gruppo di Forza Italia della Camera, sotto la responsabilità di Renato Brunetta, lo stesso giorno affermava: “Avendo idee diversissime sulle riforme economiche da mettere in campo, diventa possibile ricostruire insieme la macchina istituzionale, ridisegnare le regole elettorali: insomma rimettere in sesto la democrazia italiana”).

Forza Italia si è dissociata dalla riforma non per motivi di merito, ma solo a seguito della vicenda relativa all’elezione di Mattarella a Presidente della Repubblica. E se Renzi, senza dubbio, ha commesso un errore di metodo su quella vicenda (non ricercando durante il lavoro preparatorio anche il consenso di Berlusconi sul nome di Mattarella), occorre anche rilevare che Forza Italia ha fatto saltare il patto del Nazareno perché gli imputava una perdita di consensi e quindi è prevalsa nuovamente in essa una deriva estremista, come nell’ottobre del 2013, quando cercò di far cadere il governo Letta che Berlusconi stesso aveva proposto per superare l’impasse della legislatura. In ogni caso, se è venuto meno il consenso di Forza Italia, non è venuto meno il voto favorevole di molti dei suoi parlamentari che hanno continuato a votare a favore della riforma anche a costo di un’ulteriore separazione, come dimostrano i numeri dei voti favorevoli alla riforma prima ricordati, numeri che sono rimasti costanti in tutte le letture della Camera e del Senato.

Inoltre, il numero di voti favorevoli espressi al Senato (circa 180) e il numero dei senatori del Pd favorevoli (meno di 110), dimostra chiaramente che non si tratta di una riforma del solo Pd, ma di una riforma alla quale hanno dato un contributo essenziale anche altre componenti politiche, sia di maggioranza sia di opposizione.

 PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 8/10L’interesse nazionale e un regionalismo responsabile. Il nuovo riparto di competen...
16/11/2016



PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 8/10

L’interesse nazionale e un regionalismo responsabile. Il nuovo riparto di competenze tra Stato e Regioni



La revisione del titolo V pone rimedio ai gravi errori compiuti con la frettolosa e mal concepita modifica del 2001. Essa ha ritenuto di poter supplire all’assenza di una Camera delle autonomie, di raccordo tra Stato e Regioni, attraverso un riparto delle competenze affidato ad elenchi rigidi di “materie” e ad un’area molto estesa di competenze concorrenti. In questo modo ha alimentato il conflitto costituzionale tra Stato e Regioni, moltiplicando i titolari di poteri di veto e finendo per paralizzare, di fatto, il sistema, con gravissime conseguenze per la certezza del diritto e per l’economia del Paese.

La riforma sopprime le materie concorrenti, con una definizione più ordinata delle competenze, in conformità con la giurisprudenza prodotta in questi anni dalla Corte costituzionale. Il contenzioso tra Stato e Regioni potrà così essere riportato entro limiti fisiologici. Sarà infatti il Parlamento, grazie a una Camera rappresentativa delle istituzioni territoriali, e non impropriamente la Corte costituzionale, a decidere concretamente “chi fa che cosa” per tutti quei casi di sovrapposizione delle competenze che, pur notevolmente ridotti, sono comunque inevitabili, anche con i più perfetti elenchi di materie.

Le Regioni, attraverso i propri rappresentanti in Senato, concorrono alla stessa legislazione statale. Si tratta di una novità molto rilevante che compensa ampiamente l’opportuna ri-centralizzazione di alcune competenze impropriamente attribuite alla legislazione concorrente dalla modifica del 2001, come quelle su:

grandi reti di trasporto e navigazione;
porti e aeroporti civili di interesse nazionale e internazionale;
produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
tutela e sicurezza del lavoro;
previdenza complementare e integrativa;
ordinamento delle professioni e della comunicazione;
commercio con l’estero;
programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica;
valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici;
disposizioni generali e comuni sull’istruzione;
disposizioni generali e comuni per la tutela della salute e per la sicurezza alimentare;
disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo.
In base alla clausola generale residuale, le Regioni hanno competenza legislativa su ogni materia non espressamene riservata allo Stato; ma la riforma specifica, in positivo, anche il ruolo e le finalità proprie della legislazione regionale, in particolare l’accrescimento della competitività dei sistemi territoriali. Pertanto spetta alle Regioni la potestà legislativa in particolare in materia di:

la promozione dello sviluppo economico;
l’organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale;
la pianificazione del territorio regionale e la mobilità al suo interno;
la dotazione infrastrutturale;
la programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali;
salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, servizi scolastici e promozione del diritto allo studio, anche universitaria;
disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo.
Nel regolare in modo nuovo il rapporto Stato-Regioni, la riforma, da una parte, introduce la clausola di supremazia statale attivabile qualora lo richieda la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica o la tutela dell’interesse nazionale e, dall’altra, la possibilità di delegare alcune competenze statali a una o più regioni, nell’ambito del “regionalismo differenziato” e responsabile, cioè purchè esse siano in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, a conferma che l’obiettivo non è affatto quello di frustrare un regionalismo sano ed efficiente, ma di evitare gravi sprechi e duplicazioni.

Questa riforma, rimediando alle “ubriacature federaliste” della revisione del 2001, pone le basi per una forma regionale dello Stato che certamente richiede anche una riaggregazione dimensionale delle Regioni, alla quale occorrerà presto mettere mano.

 PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 7/10Mantenimento delle garanzie e del bilanciamento tra poteri dello StatoLa riforma s...
15/11/2016



PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 7/10

Mantenimento delle garanzie e del bilanciamento tra poteri dello Stato

La riforma semplifica l’assetto ordinamentale e “alleggerisce” l’iter di formazione e approvazione delle leggi, ma rafforza anche le garanzie complessive del sistema costituzionale. Garanzie e limiti al potere del governo che sono già ampiamente presenti nel nostro sistema: Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, Csm, tutti eletti con quorum che sfuggono alla maggioranza di governo; magistratura inquirente del tutto autonoma dal governo (a differenza di altri Paesi); separazione verticale dei poteri, dalle Ue alle Regioni, referendum abrogativo, ruolo dell’opposizione, fondamentale nei sistemi parlamentari, dove esecutivo e legislativo sono fusi dal rapporto di fiducia e non separati come nei sistemi presidenziali puri.

La riforma accresce il sistema delle garanzie attraverso la modifica di diversi articoli della Costituzione:

l’articolo 64 prevede che il Regolamento della Camera debba disciplinare lo statuto delle opposizioni;
l’articolo 71 prevede che i Regolamenti parlamentari debbano garantire la discussione e la deliberazione conclusiva delle proposte di legge di iniziativa popolare (una garanzia a fronte della quale è ragionevole l’aumento delle sottoscrizioni a 150 mila); e sono previsti anche referendum propositivi e di indirizzo e altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali;
l’articolo 73 e le disposizioni transitorie prevedono la facoltà di ricorso preventivo di legittimità costituzionale sulle leggi elettorali di Camera e Senato;
l’articolo 75 abbassa il quorum di validità del referendum abrogativo portandolo dalla maggioranza degli aventi diritto alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera (per le richieste supportate da 800 mila sottoscrizioni, mentre il quorum rimane invariato per quelle sottoscritte da 500 mila elettori);
l’articolo 77 prevede significative limitazioni alla decretazione d’urgenza.
Per quanto riguarda l’elezione del Presidente della Repubblica, alcuni sostenitori del No hanno affermato che esso ricadrebbe nella sfera di influenza della sola maggioranza di governo. Conti alla mano, non è così, perché il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica rimane dei 2/3 dei componenti fino al terzo scrutinio ed è stato elevato ai 3/5 dei componenti, a partire dal quarto scrutinio, e ai 3/5 dei votanti a partire dal settimo. Per raggiungere il quorum dei 3/5 dei componenti (438), la maggioranza di governo dovrebbe disporre, oltre ai 340 seggi assicurati dal premio alla Camera e ad alcuni seggi della circoscrizione estero, di quasi tutti i senatori, cosa impossibile: infatti, anche ammettendo per assurdo che uno stesso partito vinca tutte le elezioni regionali, esso avrebbe al più 55-60 seggi. Pertanto, la maggioranza di governo potrebbe disporre, al massimo, di circa 400 seggi (senza tener conto che, votandosi a scrutinio segreto, questo numero si riduce almeno del dieci per cento). Quanto al quorum dei 3/5 dei votanti, esso tenderà a coincidere con i 3/5 dei componenti perché è da escludere che le opposizioni facciano un favore alla maggioranza non partecipando al voto e quindi abbassando il quorum.

 PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 6/10Rafforzamento di Parlamento e Governo col mantenimento del ruolo di garanzia del Q...
14/11/2016



PERCHÉ SÌ AL REFERENDUM / Scheda 6/10

Rafforzamento di Parlamento e Governo col mantenimento del ruolo di garanzia del Quirinale

La riforma, attribuendo il rapporto di fiducia alla sola Camera dei deputati, rafforza la forma di governo parlamentare perché dà più autorevolezza e centralità alla sede unica della sovranità popolare. Il bicameralismo “perfetto” ha nuociuto alla stabilità e all’efficacia dell’azione di governo, ma anche alla autorevolezza e alla centralità della sede della rappresentanza nazionale, costretta a disperdersi in due rami. Ripetitività e lungaggini hanno reso più facili gli ostruzionismi di maggioranza e di minoranza e hanno favorito i gruppi di pressione interessati alla moltiplicazione delle sedi di negoziazione. Il superamento del bicameralismo paritario valorizza la sede della sovranità popolare in una più serrata dialettica con il Governo e con la società rappresentata. Come dice Ugo Rescigno, “l’Assemblea popolare unica è più diretta, immediata, conoscibile, controllabile, più esposta alla critica dell’opinione pubblica”.

Pertanto, l’eliminazione del doppio voto di fiducia non rafforza solo il Governo ma anche, e forse soprattutto, il Parlamento (le cui prerogative sono tutelate anche dai limiti posti alla decretazione d’urgenza).

La riforma intende superare la debolezza di fondo che da troppo tempo caratterizza in Italia proprio i due poteri eletti democraticamente, cioè il legislativo e l’esecutivo, la cui legittimazione deriva direttamente dalla sovranità popolare. Le democrazie contemporanee si reggono sul bilanciamento di quattro poteri, i tre canonici di Montesquieu, Legislativo, Esecutivo e Magistratura, e il sistema dei Media. L’indipendenza di Magistratura e Media è essenziale. Ma nel nostro Paese, purtroppo, il doppio “fattore M”, ha da tempo preso il sopravvento, con la sua irresponsabilità nei confronti di un attore terzo, facendo saltare questo delicato equilibrio di poteri.

Dare stabilità al sistema istituzionale significa ripristinare un più corretto bilanciamento dei poteri. Ed ecco perché tanta avversione alla riforma. Come ha sostenuto Violante in una intervista sul caso Morosini: “Un sistema instabile fa comodo a chiunque ha acquisito in via di fatto poteri eccedenti le regole costituzionali e le proprie competenze”. E, aggiungiamo, teme l’azione riformatrice che solo governi legittimati direttamene dal voto popolare possono realizzare.

Indirizzo

Poggibonsi

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando LiberiSì Poggibonsi pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'organizzazione

Invia un messaggio a LiberiSì Poggibonsi:

Condividi