Rete Dei Comunisti Pisa

Rete Dei Comunisti Pisa http://www.retedeicomunisti.org/index.php/chi-siamo S’intenda: riflessione ma anche (e soprattutto) organizzazione. La necessità della alternativa sociale.

Il nome può trarre in inganno, anche se forse in un primo momento ha aderito maggiormente al progetto che accompagnava e ha svolto con efficacia una certa funzione. Quella, per l’appunto, di mettere in comunicazione compagne e compagni (alcuni dei quali collocati criticamente entro confini di soggettività politiche precedenti) che non volevano rassegnarsi alla deriva impressa da dirigenti politici

irresponsabili (o più che responsabili se etero-diretti) al movimento operaio/di classe e comunista nel nostro paese. La Rete dei Comunisti – oggi – coltiva l’ambizione di riannodare i fili di un alfabeto marxista caduto colposamente in disuso e di rilanciare l’idea della rappresentanza politica del blocco sociale di riferimento, prima e oltre (senza prescindere) dal consueto piano elettoralistico-istituzionale. L’implosione - negli ultimi risultati elettorali - delle principali formazioni politiche derivanti dalla vecchia storia del PCI e da quella extraparlamentare o della 'nuova sinistra', rende più che mai urgente la definizione e la messa a punto di una prospettiva strategica che non può fare a meno della ricostruzione storica di quest’originale esperienza politica del movimento di classe e del marxismo italiano. Lo sforzo attuale, ad esempio, di trovare nella categoria gramsciana di ‘blocco storico’ una possibile via d’uscita alla crisi attuale del modo di produzione capitalistico che non sia il lavoro sporco che la destra liberale e liberista lascia, in tutta Europa, alla sinistra di governo ma, al contrario, la ricerca di un punto ancora oggi possibile per la rivoluzione in occidente. Per non parlare del tentativo, quasi epico, di non cedere alla liquidazione modaiola del socialismo reale (possibile in quella situazione e a quelle condizioni) all’indomani della più grande sconfitta del movimento operaio e comunista internazionale: non ricorrendo però mai a una storia monumentale o antiquaria, ma ponendosi sempre l’obiettivo - laddove possibile - di attualizzare un patrimonio ricchissimo a favore di un tempo venturo. Era ottobre del 1998 quando Contropiano pubblicava la notizia della nascita a settembre della Rete dei Comunisti come primo momento di sintesi e di convergenza fra esperienze diverse che avevano intrapreso un percorso comune già da qualche tempo. Una Lettera aperta ai comunisti, pubblicata di fianco al resoconto dell’incontro di Bologna del 13 settembre che segna l’avvio ufficiale della Rete dei Comunisti, sottolineava l’impegno dei comunisti italiani nel ricostruire un’ipotesi politica e strategica e il bivio che si trovano a fronteggiare. Un bivio che già allora attraversava l’aspro dibattito interno al Partito della Rifondazione Comunista. Acutamente, la crisi politica del gruppo dirigente di Rifondazione era ricondotta a un vizio d’origine che non poteva che condizionare significativamente la vita del partito: una giustapposizione di parti mai affrontate dialetticamente, dunque senza sintesi possibile e con un clima da congresso permanente e una segreteria che governava il partito imponendo la dittatura della maggioranza sulle minoranze. Il centralismo democratico appariva una raffinatezza quasi esotica. Quelle contraddizioni che la suddetta lettera aperta (scritta dalla nascente Rete dei Comunisti) ricordava - le acrobazie politiche e parlamentari che salvarono il governo Dini nel 1995, il patto di desistenza con l’Ulivo, l’ingresso in tutte le giunte locali di centro-sinistra a prescindere dai loro programmi, il voto parlamentare a sostegno del Patto di stabilità di Amsterdam e del governo di Maastricht – sono le stesse che nel tempo hanno portato ministri comunisti (!) a votare a favore delle bombe in Yugoslavia o dell’ultima guerra nell’ultimo governo Prodi. E che hanno determinato l’espulsione di qualsiasi riferimento al socialismo e al comunismo dal Parlamento italiano. Come diceva Brecht, allo stesso modo di come la cavia non impara la biologia dagli esperimenti l’uomo non impara dalla storia; e, infatti, i gruppi dirigente attuali di ciò che rimane del PRC e del PDCI ripresentano lo stesso schema di pensiero e d’azione ma su di un piano generale ancora più arretrato. Ecco che, allora, ricostruire questa nostra storia può essere utile per superare la «rifondazione mancata che ha rinviato nel tempo e piegato alla tattica parlamentare, la rigorosa ri-costruzione teorica e politica di una strategia e di un partito comunista adeguati al conflitto e alla composizione di classe di questo fine secolo». Siamo adesso nel XXI secolo e di socialismo si sente un gran bisogno, soprattutto in questa fase di crisi anche egemonica del modo di produzione capitalistico. Ciò che oggi va ripreso e valorizzato sopra ogni cosa è l’intuizione - allora veramente controcorrente - della camicia di forza costituita dalla costruzione politica ed economica dell’Europa. Intuizione non frutto di un accidentale colpo di genio ma prodotto della paziente applicazione del metodo scientifico-marxista di comprensione della realtà. Chi firmava la lettera aperta del ‘98 era dunque La Rete dei Comunisti, vale a dire l’Associazione Iniziativa Comunista dell’Emilia Romagna, l’Associazione “In movimento” per un progetto comunista di Milano, il Forum dei Comunisti, il Collettivo Comunista “Rosa Luxemburg” di Aversa/Napoli e il Circolo Comunista di Torino, ma il nucleo fondante è stata l’organizzazione romana che sul piano sociale, politico e sindacale era rimasta coesa in concreto e culturalmente. Un punto di forza nell’analisi e nella prassi politica che aveva le sue radici in anni lontani, sin dall’inizio del 1994. La Rete dei Comunisti è, dunque, cresciuta dal punto di vista dell’organizzazione radicandosi sempre più sull’intero territorio nazionale e politicamente attraverso una graduale ma costante emersione che l’ha portata a essere, oggi, un soggetto politico pienamente coinvolto nelle dinamiche socio-politiche nazionali e non solo: dai rapporti storici con Cuba ai Paesi dell’Alba e, in Europa e nell’intero bacino mediterraneo, con tutte le organizzazioni politiche, sociali e sindacali che lottano ancora per il superamento del capitalismo. L’appartenenza al movimento di classe dei lavoratori si è espresso politicamente posizionandosi sempre in una prospettiva strategica e le tre Assemblee Nazionali l’hanno sancito: Marzo 2002 “Se non ora, quando? Un contributo alla riflessione, una proposta ai comunisti”; Maggio 2007 “La storia non è in vendita! L’attualità dell’opzione comunista in Italia”; Aprile 2011 “Ben scavato vecchia talpa! Dalla crisi di civiltà del capitalismo una nuova opportunità per i comunisti”. Ricordare oggi che - un po’ in solitudine a sinistra - la RdC definiva Berlusconi una tigre di carta, invitando quindi a un agire politico che andasse oltre la sterile opposizione del centro-sinistra e affondasse l’analisi e la pratica sui nodi strutturali, può apparire (solo ai maliziosi) civetteria. Ma è al contrario utile per dar fiducia a un intero movimento di critica all’esistente che necessita di chiavi di lettura adeguate. La storia non è finita.

14/06/2026
Condividiamo alcune immagini dell'iniziativa e il dibattito che abbiamo promosso ieri, sviluppatosi a partire dal Forum ...
13/06/2026

Condividiamo alcune immagini dell'iniziativa e il dibattito che abbiamo promosso ieri, sviluppatosi a partire dal Forum nazionale "Dalle piazze all'alternativa", che abbiamo organizzato come Rete dei Comunisti il 24 Gennaio di quest'anno a Roma.

Un'iniziativa riuscita sia per la partecipazione che per la qualità degli interventi. Le relatrici e i relatori, muovendosi all'interno di una cornice condivisa e come punto di partenza gli atti del Forum nazionale di gennaio, hanno contribuito ad approfondire ulteriormente il confronto.

Un elemento comune emerso da tutti gli interventi è la consapevolezza della crescente politicizzazione delle contraddizioni, manifestatasi negli importanti scioperi generali del 22 Settembre, del 3 Ottobre e del 28 Novembre del 2025, così come nella vittoria del No sociale al referendum.

Le relazioni hanno colto la novità di questa fase storica: la crisi di egemonia del blocco imperialista euro-atlantico e le sue conseguenze, dalla crescente tendenza alla guerra e al genocidio allo slittamento a destra delle classi dirigenti di USA e UE, fino al progressivo peggioramento delle condizioni materiali di esistenza delle classi popolari.

L'interregno che stiamo vivendo, oltre alla generazione di fenomeni morbosi, apre anche possibilità di rottura e di alternativa sul piano sociale, politico e sistemico.
L'importanza del confronto di ieri risiede proprio nel tentativo di individuare i tempi e gli spazi politici che questa fase rende disponibili ai comunisti ed ai rivoluzionari.

Crediamo nella necessità di costruire un progetto e un percorso politico indipendente che, cogliendo le contraddizioni sempre più acute del presente, possa rappresentare la necessità di un'alternativa a tutto piano.
L'acuirsi delle contraddizioni e di una crisi che le classi dominanti sembrano voler risolvere attraverso la guerra traccia sempre più nettamente una linea di demarcazione tra chi, dal "campo largo" alla destra di governo, si limita ad amministrare l'esistente alimentando l'illusione di un ricambio senza alternative reali, e chi invece ritiene necessaria e possibile la costruzione di un'alternativa di sistema: il socialismo.

La necessità, allora, diventa quella di costruire un nuovo assalto al cielo nel cuore stesso della cittadella imperialista, che possa liberarci da un presente di sfruttamento, guerra e genocidio

CUBA NO ESTÀ SOLA!Ieri al Circolo Asta di Livorno, assieme all’Associazione Ilio Barontini, al Pci e ai compagni di Usb ...
10/06/2026

CUBA NO ESTÀ SOLA!

Ieri al Circolo Asta di Livorno, assieme all’Associazione Ilio Barontini, al Pci e ai compagni di Usb Livorno abbiamo presentato il libro “La dichiarazione dell’Avana” di Fidel Castro, curato dalla Rete dei Comunisti per i tipi di Red Star Press. Una giornata importante di informazione e dibattito, nella quale è stata messa in luce l’importanza dell’esperienza rivoluzionaria cubana, dei suoi risultati storici e della sua valenza internazionalista.

Oggi più che mai, mentre l’embargo che dura da oltre mezzo secolo si è trasformato in assedio, rischiando di trasformarsi in un vero e proprio genocidio “silenzioso”, crediamo sia importante diffondere il pensiero che ha guidato il processo di transizione al socialismo a Cuba, discutere sulle scelte strategiche e organizzative che hanno portato una piccola isola ex-coloniale a sfidare il gigante imperialista, proponendo un modello di sistema completamente alternativo al capitalismo. Il progresso scientifico e medico, la scelta di investire nell’istruzione e nella crescita culturale sono alcuni dei portati più rilevanti della rivoluzione, non solo per il popolo cubano ma per il bene dell’intera umanità, che è necessario far vivere anche alle nostre latitudini per rafforzare la solidarietà.

Mentre portiamo avanti le campagne di raccolta di farmaci e di fondi, cerchiamo di organizzare la mobilitazione ovunque sia possibile, ragionare attorno al pensiero di Fidel significa comprendere i motivi profondi dietro allo strangolamento che gli Usa stanno perpetrando sul popolo cubano con la complicità di tutto il mondo occidentale; e, allo stesso tempo, dare forza alle ragioni dei comunisti contro la barbarie che avanza. Vuol dire riaffermare la necessità del sistema socialista che salva vite in tutto i mondo, perfino qui nella cittadella imperialista, contro un capitalismo in crisi sistemica che invece ci sta portando verso la catastrofe.

Con Fidel, Raul, e Diaz-Canel, difendere Cuba Socialista fino alla vittoria!

DALLE PIAZZE ALL'ALTERNATIVAIncontro / dibattito sul forum della Rete dei Comunisti📌 Venerdì 12 giugno ore 17.30Pisa, Pi...
06/06/2026

DALLE PIAZZE ALL'ALTERNATIVA
Incontro / dibattito sul forum della Rete dei Comunisti

📌 Venerdì 12 giugno ore 17.30
Pisa, Piazza del Carmine

Interverranno:

Francesco Cille - Global Sumud Flotilla
Cinzia Della Porta – USB
Giovanni Bruno – Rifondazione Comunista
Francesco Sale - comitato centrale PCUP
Matteo Di Fiore – Potere al Popolo
Camilla Diurno – Cambiare Rotta
Valter Lorenzi – Rete dei Comunisti

Le contraddizioni si acutizzano velocemente, come dimostrano i ripetuti colpi di mano dell’amministrazione USA e la precipitazione di tutti i teatri di crisi internazionali. Di fronte a questa velocizzazione la mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale? Di questo se ne è discusso a Roma il 24 gennaio in un Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti.

C’è un dato che ha colpito tutti negli scioperi generali “politici” del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre scorsi così come nelle grandi manifestazioni di questi mesi: non solo migliaia di lavoratrici, lavoratori, studenti hanno scioperato ma lo hanno fatto con numeri superiori agli scioperi sindacali su questioni sociali anche fondamentali. Altro dato quello della forte vittoria del NO al referendum sulla Magistratura, che ha confermato un ritorno, su temi fondamentali, di milioni di elettori alle urne, onda lunga delle mobilitazioni dell’autunno 2025.

Il fatto che uno sciopero chiaramente “politico” come il ripudio del genocidio dei palestinesi e il sostegno alla Global Sumud Flotilla sia stato una leva mobilitante superiore rispetto agli scioperi vertenziali, è un fattore che merita di essere approfondito e discusso.
Per anni infatti si era ritenuto che il conflitto sociale fosse più forte e credibile agli occhi delle “masse” di quello politico, sia per il crollo di credibilità della politica mutatasi in farsa – per le stesse forze della sinistra – sia perché le vertenze e la logica vertenziale (nei posti di lavoro come nei territori) sembravano svolgere una funzione di supplenza rispetto a obiettivi dichiaratamente politici. Insomma sembrava che il particolare fosse più convincente del generale.

Ma negli ultimi decenni la fine di ogni mediazione, sociale, sindacale, politica, ha prodotto un processo di politicizzazione delle contraddizioni e dei conflitti. Di fronte al muro alzato delle classi dominanti, la reazione “politica” ha ripreso il sopravvento rispetto alla sua dimensione sociale e vertenziale affossata a tutti i livelli con la collaborazione attiva della sinistra e dei sindacati complici.

Nel periodo successivo alla crisi del debito del 2011, questa tendenza si è più volte manifestata in forme anomale: dal populismo leghista al vaffa di Grillo, fino anche allo spirito rottamatore di Renzi.
Tutte quelle forme di “rappresentanze” si affermarono perché buona parte della società prendeva atto che non si poteva modificare nulla e la reazione all’impotenza si sfogava con il voto per “vendetta”. Ma anch’esso è divenuto oggi poco credibile di fronte alla giravolta della Meloni che è passata dal dire alla UE che “la pacchia è finita” a fare lo zerbino di Trump e della Von Der Leyen.
Uno dei risultati è stato l’aumento esponenziale dell’astensionismo alle elezioni che ormai supera la metà degli aventi diritto al voto.

È decisivo comprendere come questo processo sia venuto dall’alto, ovvero come conseguenza della frammentazione dell’economia mondiale, dall’affermarsi della competizione su scala globale rispetto ai decenni della concertazione/globalizzazione e da una evidente crisi di credibilità ed egemonia delle classi dirigenti.
Se la politicizzazione delle contraddizioni e del conflitto oggi si materializza inaspettatamente, questa è stata accompagnata anche da altri due processi profondi e oggi irreversibili: quello della velocizzazione dei processi stessi e quello della centralizzazione a livello statuale e finanziario che completano il quadro generale in cui agiamo e di cui dobbiamo tenere conto.

Questo passaggio ha reso visibile la crisi di egemonia delle classi dominanti rivelatesi inadeguate a gestire le contraddizioni che loro stesse avevano prodotto e accumulato nei decenni precedenti. Non solo. Questa crisi di egemonia ha impresso una visibile svolta reazionaria e guerrafondaia delle classi dominanti.
In questo passaggio di fase storica, a nostro avviso, i comunisti e tutti coloro che vogliono cambiare radicalmente lo stato di cose presenti in senso progressista tornano a poter svolgere un ruolo decisivo sia sul piano ideologico – e con una visione complessiva del cambiamento politico – sia sul piano della organizzazione degli interessi e delle istanze sociali che aspirano al cambiamento.
Il ripudio del genocidio del popolo palestinese e l’indignazione diffusa per la complicità dei governi occidentali con il genocidio stesso, ha innescato un detonatore tutto politico che è diventato senso comune tra amplissimi strati della popolazione di tutte le età.

Negli ultimi tre anni la guerra e l’economia di guerra sono entrati nell’agenda sindacale e sociale. L’azzeccato slogan “Abbassate le armi, alzate i salari” ha rappresentato ad esempio una sintesi nella quale si sono riconosciute tantissime lavoratrici e lavoratori e non solo.
E’ emersa infatti una voglia di coerenza e di radicalità che la parola d’ordine “Blocchiamo tutto” ha interpretato con grande efficacia a partire dall’appello dei portuali genovesi e poi con gli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre fino all’enorme manifestazione del 4 ottobre.
Ma la questione palestinese, apparentemente più lontana dal clima di guerra che ormai si respira ormai a pieni polmoni in Europa, ha avuto la forza di intercettare, sintetizzare e rappresentare un sentimento diffuso di indignazione che ha mobilitato, anche in modalità diverse tra loro, decine di migliaia di persone in tutto il paese.
Questa crescita della mobilitazione popolare sul piano “politico” sta preoccupando seriamente il governo ma sta preoccupando anche le forze del centro-sinistra.

Le mobilitazioni hanno rivelato un potenziale blocco sociale composto dalle categorie sociali massacrate da anni di austerity e frammentazione che sembrano indicare una possibile rottura della “letargia di classe” che ha pesato per anni sul paese.
La nuova fase appare ipotecata dalla ridefinizione strategica degli interessi imperialisti degli Stati Uniti: in competizione aperta con l’Europa e la Cina e con ritrovati appetiti egemonici sull’America Latina.
La retorica colonialista del Piano Trump per la Palestina, ha confermato come nel momento stesso in cui a Gaza sono cessate le ostilità (nonostante le centinaia di palestinesi uccisi), le forze normalizzatrici, gli agenti dell’imperialismo e i complici del genocidio hanno cercato di riprendersi lo spazio che avevano perso in questi mesi. Contemporaneamente i guerrafondai europei intendono approfittare di questa crisi nei rapporti con gli USA per rilanciare la guerra, l’economia di guerra in Europa e imporre una torsione autoritario “sul fronte interno”.
Ma se nel paese cresce una domanda di politica e indipendenza politica adeguata alla turbolenta e violenta fase storica che stiamo attraversando, le forze che agiscono per una alternativa politica di sistema come possono e devono rispondere a tale esigenza? Come possono e devono individuare le forme della sedimentazione delle forze che si stanno esprimendo in questi mesi?

Di questo e su questo la Rete dei Comunisti ha discusso in un momento di confronto a livello nazionale e successivamente articolato questa discussione nei territori.

Mobilitazioni contro il genocidio sionista in Palestina e contro le guerre imperialisteOLTRE 60 DENUNCIATI E MULTATI A P...
05/06/2026

Mobilitazioni contro il genocidio sionista in Palestina e contro le guerre imperialiste

OLTRE 60 DENUNCIATI E MULTATI A PISA, IN CENTINAIA IN TOSCANA E MIGLIAIA NEL PAESE
Una Repressione che interessa e colpisce in tutto l'Occidente

La decisione del PM di Pisa, dopo aver raccolto le indagini DIGOS di due anni di lotte che hanno interessato la nostra città, ha prodotto una vera e propria operazione inquisitoria, un processo “monstre” che metterà sul banco degli imputati oltre sessanta militanti tra reati penali e amministrativi (multe), i quali hanno dato sponda ad una mobilitazione cittadina che non si ricordava dagli anni ’70 del secolo scorso, soprattutto durante le giornate di sciopero del 22 settembre, del 3 ottobre e del 29 novembre, indette da USB e dal sindacalismo di classe. Decine di migliaia di lavoratori, pensionati, giovani, studenti, disoccupati sono sfilati per le strade del centro, disobbedendo alle norme di legge che vietano il blocco e l’occupazione di strade, superstrade, autostrade, stazioni ferroviarie e aeroportuali.

La spontaneità con la quale questi fiumi umani hanno bloccato un centinaio di città italiane ci ha dimostrato che sotto la cenere dell’apatia sociale degli ultimi anni, arde un malcontento più generale che si e' agglutinato intorno ad un moto di rabbia e orrore per il genocidio israelo/sionista in Palestina (genocidio che continua, allargatosi in queste settimane al Libano).
Scioperi schiettamente politici hanno dato voce a milioni di lavoratori che hanno compreso la posta in gioco della “guerra mondiale a pezzi”, pagata col sangue dai popoli aggrediti con i soldi di chi, da noi, subisce il taglio sistematico di salari, pensioni e welfare, per pagare gli immensi costi militari ed umani di tali politiche.

Una mobilitazione che ha allarmato profondamente il governo Meloni e il gruppo di genocidi di Tel Aviv, ma che ha anche preoccupato il cosiddetto “Campo Largo”, emarginato dalle mobilitazioni dell’autunno 2025.
A livello governativo si è risposto affrettando i tempi di un architettura repressiva impressionante, con decreti legge liberticidi legittimati anche dal PD (si veda la proposta del senatore Del Rio di equiparare antisionismo con antisemitismo), rafforzati da un voto contrario a livello europeo di sanzioni a Israele, anche grazie a 12 europarlamentari del PD.
I servizi segreti israeliani hanno letteralmente imboccato la magistratura italiana per imbastire una inchiesta che ha costretto alla prigione cittadini italiani di origine palestinese da sempre parte integrante del pacifico movimento di solidarietà con il proprio popolo d’origine. Inchiesta che sta crollando a pezzi per la sua mendacia ed inconsistenza.
Infine, ma non per ultimi, i vari partiti che compongono il “campo largo” si sono divisi i compiti per cercare di coprire “a sinistra” un progetto falsamente alternativo alla destra, ma nel contempo di sparare a zero contro le mobilitazioni popolari, come ha fatto la cosiddetta “Sinistra per Israele” del PD Piero Fassino ed i partiti centristi che tifano per il governo neonazista ucraino e per i sionisti.

Bene abbiamo fatto come forze sottoscrittrici dell’appello pubblico per i 54 denunciati
(https://docs.google.com/document/d/1-0ADmkB5MkhzjY7cbb42XP9Y7-Cp8zcZDjrRePaiS7k/edit?usp=drivesdk ) ad ampliare lo spettro analitico entro il quale si inquadrano queste politiche, "… riflesso di una dinamica repressiva che attraversa tutto l’Occidente. Dai college statunitensi alle università europee, abbiamo visto una risposta autoritaria che colpisce ovunque si manifesti dissenso contro le politiche di guerra e di occupazione. Tutto l’establishment imperialista euroatlantico si è mobilitato in difesa di Israele e della sua ideologia razzista e suprematista, che da oltre 70 anni arma l’esercito sionista contro il popolo palestinese e arabo. Un’ideologia, il sionismo, in larga parte coincidente con quella occidentale, con gli interessi geopolitici ed economici di un capitalismo in profonda crisi di egemonia, alla quale risponde solo con la forza bruta, dalla Palestina al Libano, dall’Iran allo Yemen, dal Venezuela a Cuba Socialista, portando sempre più l’umanità dentro una devastante terza guerra mondiale. È questo il contesto generale nel quale si muovono il governo Meloni e le false opposizioni, con Decreti Legge sulla sicurezza oltremodo liberticidi, costruiti in continuità stretta tra esecutivi di centro-“sinistra” e destra."

Su questa strada di chiarezza di contenuti ed intenti potremo costruire, anche nella nostra città, un fronte ampio di forze a sostegno dei denunciati, partendo dalle migliaia di persone che sono scese in piazza in questi anni per la Palestina, contro le guerre imperialiste che stanno devastando interi paesi e popoli, dal Medio Oriente, al cuore dell’Europa centrale sino all’America Latina e il Centrafrica.

Rete dei Comunisti Toscana
Cambiare Rotta, Organizzazione Giovanile Comunista

Appello per la libertà di lottare al fianco della Palestina, contro la guerra e contro i tentativi repressivi nella nost...
04/06/2026

Appello per la libertà di lottare al fianco della Palestina, contro la guerra e contro i tentativi repressivi nella nostra città

In questi giorni cinquantaquattro persone che hanno partecipato al movimento per la Palestina nell'ultimo anno, hanno ricevuto le notifiche della conclusione delle indagini da parte della Questura di Pisa per le incredibili mobilitazioni di massa della scorsa estate e dell'autunno contro guerra e genocidio. Contemporaneamente, sono arrivate decine di sanzioni amministrative per migliaia di euro nei confronti di chi ha partecipato il 12 marzo di quest'anno al blocco del treno carico di armi alla stazione di Pisa, iniziativa pacifista che ha fatto il giro d'Italia e non solo con un grandissimo sostegno da parte di milioni di persone.
Per comprendere la natura delle mobilitazioni e del tentativo repressivo, pensiamo sia necessario partire da un dato: chi sono queste 60 e più persone colpite dai provvedimenti giudiziari citati? Studenti, dottorandi e ricercatori di tutti e tre gli atenei pisani - Scuola Normale, Università di Pisa e Scuola Superiore Sant'Anna. Lavoratrici del mondo della sanità, delle pulizie, del turismo e dei servizi, mamme che erano presenti alle manifestazioni con i loro figli, driver della logistica, abitanti dei quartieri popolari, sindacalisti, pensionati, consiglieri comunali.

In questo procedimento si mettono insieme, tentando di criminalizzare, episodi differenziati nel tempo, nelle modalità, nei luoghi e nei protagonisti. L'interruzione di una lezione all'università da parte di alcuni studenti e studentesse per parlare di Palestina, il blocco di massa dei binari della stazione nelle giornate di “Blocchiamo tutto”, l'occupazione del Rettorato dell'Università di Pisa, l'arrivo di migliaia di persone durante gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre in superstrada, autostrada e aeroporto, un presidio davanti al rettorato, che con la sua pressione ha portato alla rottura degli accordi quadro tra l'Università di Pisa e due università israeliane, risultato raggiunto in due anni di mobilitazioni.
Questi provvedimenti non sono un caso isolato, ma il riflesso di una dinamica repressiva che attraversa tutto l’Occidente: dai college statunitensi alle università europee, vediamo una risposta autoritaria che colpisce ovunque si manifesti dissenso contro le politiche di guerra e di occupazione.

Tutto l’establishment imperialista euroatlantico si è mobilitato in difesa di Israele e della sua ideologia razzista e suprematista, che da oltre 70 anni arma l’esercito sionista contro il popolo palestinese e arabo. Un’ideologia, il sionismo, in larga parte coincidente con quella occidentale, con gli interessi geopolitici ed economici di un capitalismo in profonda crisi di egemonia, alla quale risponde solo con la forza bruta, dalla Palestina al Libano, dall’Iran allo Yemen, dal Venezuela a Cuba Socialista, portando sempre più l’umanità dentro una devastante terza guerra mondiale. È questo il contesto generale nel quale si muovono il governo Meloni e le false opposizioni, con Decreti Legge sulla sicurezza oltremodo liberticidi, costruiti in continuità stretta tra esecutivi di centro-“sinistra” e destra.

Le mobilitazioni che questi poteri vogliono processare sono accomunate da un tenace filo rosso: la volontà di agire in autonomia di fronte al genocidio in Palestina e alla guerra mondiale, di incidere sui propri obiettivi e non delegare più le decisioni ad amministrazioni e istituzioni sistematicamente complici e coinvolte nelle politiche sioniste, nelle scelte guerrafondaie, nella corsa al riarmo. Davanti a un genocidio, saltano le gerarchie accademiche: studenti e studentesse non accettano la propaganda imperialista e violenta di un professore, così come sono pronti a fare pressione sulla governance affinché rescinda gli accordi con Israele.
Questo clima di caccia alle streghe è alimentato da una convergenza pericolosa: da un lato i decreti sicurezza del governo e il silenzio delle opposizioni, dall'altro la gestione autoritaria degli atenei. Il Rettore di Pisa, denunciando 'ignoti' per le mobilitazioni studentesche, ha di fatto aperto le porte della nostra università alla polizia, venendo meno al ruolo di garante della libertà di espressione e di ricerca.

Di fronte alla tragedia della guerra e del genocidio, scioperare e scendere in piazza significa decidere che il proprio lavoro, i binari della propria stazione e il proprio territorio non devono più essere al servizio della logistica bellica. La scelta di fermare il passaggio delle armi nella nostra città è un atto di responsabilità che non appartiene solo alle decine di persone oggi sotto indagine, ma alle migliaia che si sono mobilitate.
Le mobilitazioni, nate in solidarietà con la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, hanno segnato un punto di svolta: mentre il governo israeliano agisce per bloccare in mare gli aiuti umanitari necessari a un popolo stremato, noi abbiamo scelto di bloccare a terra il flusso di armi che alimenta il massacro.

In quei giorni abbiamo dimostrato che è possibile sottrarsi alla routine della produzione per opporsi concretamente alla guerra. Da quell'esperienza sono nate reti di insegnanti, medici e collettivi studenteschi: un’infrastruttura sociale che vive nelle nostre scelte quotidiane. Rifiutare la collaborazione con l’industria bellica, opporsi alla costruzione di nuove basi militari e fermare i carichi di armi sono oggi le uniche azioni concrete per agire là dove la guerra passa, con l’obiettivo di fermarla. Se l’obiettivo di indagini, denunce e sanzioni è isolare chi vuole ribellarsi alla guerra e suggerire che lottare sia sconveniente, non accettiamo la selezione di poche persone colpite per atti che sono stati scelti e praticati da migliaia: a chi tenta di criminalizzare il movimento, rispondiamo rivendicando la legittimità del concorso morale e politico di un’intera città.
La risposta migliore alla repressione e ai decreti sicurezza è rendere 'sconveniente' la complicità con il genocidio e la corsa al riarmo. Moltiplicare le iniziative, rafforzare le reti di solidarietà e resistenza.

Continueremo a difendere la libertà di scendere in piazza, di scioperare e di interferire con la logistica bellica, toccando gli interessi diretti di chi oggi trae profitto dalla guerra. Ci sarà bisogno di rendere sempre più difficile e sconveniente il passaggio delle armi, la complicità delle istituzioni, la propaganda militarista nelle università e nei territori, la costruzione di nuove basi militari, le attività delle basi che già ci sono. Non saranno le persone comuni a pagare il prezzo del dissenso, ma chi progetta la guerra a dover rispondere delle proprie scelte. Ciò che è in gioco non sono singoli episodi, ma la possibilità di affermare un futuro di pace, dignità e solidarietà tra i popoli.

Non rinunceremo alla libertà di lottare e ripudiare guerre e genocidio. Non sarà il tentativo di repressione a fermare una lotta giusta e collettiva per la Pace, la Dignità umana, la Solidarietà tra popoli. Per questo invitiamo tutte le realtà politiche, associative, sindacali, collettivi, comitati e movimenti, singoli e personalità, a sostenere questo appello per dare un segnale chiaro: rispondiamo agli attacchi rilanciando in ogni modo la mobilitazione per la Palestina libera, contro la militarizzazione e per una vita libera dalla guerra.

PRIMI FIRMATARI
Studentə per la Palestina
Movimento No Base
Cambiare Rotta - Organizzazione Giovanile Comunista
Potere al Popolo!
Rete dei Comunisti
Unione Sindacale di Base
Palestra Popolare La Fontina
eXploit!
Una città in comune
Rifondazione Comunista

Indirizzo

Via San Andrea 31
Pisa

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