27/06/2020
CONSEGNA DEL FONDO “Castello di Pino d’Asti” al Comune di Pino d’Asti
sabato 27 giugno 2020
I materiali - cortesemente resi disponibili da Cesare Fabris - sono stati ordinati a cura di Dario Rei, Ivana Berra e Adriana Savarino. La catalogazione dei documenti è di Ivana Berra.
Nel cinquantenario dell’ arrivo a Pino della Famiglia Fabris, qui giunta da Priocca nel 1970, l’archivio consente di seguire le vicende proprietarie del Castello dal primo ‘800 alla seconda guerra mondiale.
Secondo il Bosio nel suo lavoro del 1872 sull’Abbazia di Vezzolano: “Il feudo di Pino appartenne anticamente ai Radicati conti di Cocconato, e specialmente alla linea dei Signori di Passerano e di Schierano ed aveano la nomina del pievano di Pino e delle Chiese dipendenti. L’ebbero quindi gli Scozia nobili Casaleschi derivati da Montiglio, i quali acquistarono nel 1420 Murisengo; ed i Freylini di Buttigliera…. Il pittoresco castello appartiene alla due nobili sorelle figlie dell’ultimo conte Scozia di Pino Luigi; la parte antica colla torre suddetta è della contessa Teresa Felicita moglie del marchese Borea d’Olmo, la parte rifabbricata alla moderna è della contessa Livia, moglie del C(onte) Viani d’Ovrano, da ambe le parti di questo castello vi sono deliziosi giardini”. Felicita Scozia aveva sposato Pietro Borea d’Olmo(n.1807)tenente colonnello nell’esercito sardo. Alla morte di Livia Scozia Viani d’Ovrano (1879: Faldone III.15) il castello passò ai Conti De Rege, famiglia oriunda di Tronzano nel Vercellese e imparentata con i Viani d’Ovrano.
Disegno del Castello di “Pino di Castelnuovo”(Pino d’Asti )verso il 1850
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Francesco Stefano De Rege era stato nominato Conte di Donato (Biella) l’11 maggio 1724, il suo erede Luigi (nato nel 1797: si veda il documento di nascita trascritto nel 1862, Faldone II,1) aveva sposato Rosa Viani d'Ovrano, il loro figlio Ernesto (n. 1838) aveva sposato nel 1861 Camilla Viani D'Ovrano. Dei quattro figli di Ernesto De Rege : Luigi ( n.1870), Emilio (1871), Livia (1874), Rosina (1876), il primogenito Luigi ereditò il castello alla morte di Livia Scozia. Il secondogenito Emilio emigrò in Argentina, dove ebbe quattro figli: Roberto, Mario, Irma, Ernesto.
La sorella Rosina probabilmente è la suora di cui è conservata la corrispondenza(Faldone IV.8). Luigi De Rege,medaglia di bronzo al valor militare, morto a Montanaro il 24.4.1942 e ivi sepolto, mantenne la proprietà di gran parte del Castello fino alla seconda guerra mondiale.
Un commento finale.
La storia del castello si intreccia con le vicende amministrative economiche e sociali di Pino nell’ 8-900. La preminenza, la persistenza e la carriera militare nelle famiglie della nobiltà proprietaria; il graduale venir meno del loro peso economico e di influenza, anche per il declino di consuetudini e sentimenti monarchici; l’emigrazione piemontese; la partecipazione alla vita pubblica(il conte De Rege come consigliere comunale);la scuola e la parrocchia; la formazione e l’attività della società operaia contadina dalla fine ‘800; la prima guerra mondiale, i caduti e i prigionieri; la svolta del fascismo; il maggiore, poi colonnello, Michele Berruti, prima sindaco poi podestà; nel 1929 l’accorpamento a Castelnuovo don Bosco; la famiglia di Ugo Berruti e Alessandra Melano ed i loro figli Fulvia, Giorgio, Marco, Michele, Carlo, Giulio, Alessandro; le formazioni di GL comandate da Oreste Gastone(“Alberti” ),Ferdinando Burlando(“Ferro”) e Riccardo Vanzetti( “Renato”), con la presenza di Gabriele Berra Giorgio e Fulvia Berruti, che, attestate a Pino nel drammatico periodo 43-45 diedero esempio di una resistenza capace di affrontare con energia diffidenze e inerzie locali; la ripresa dell’autonomia comunale nel 1947; la fine della società contadina tradizionale e l’avvio di una relativa prosperità, per una popolazione sempre più ristretta e anziana.
I documenti conservati negli archivi locali non a documentazione che sarebbe necessaria a completare la storia di Pino d’Asti e della sua area. Molti documenti sono andati perduti o da recuperare e studiare: le vicende anteriori al 1800; le attività della Società agricola operaja, di cui resta come solo cimelio la bandiera ricamata; le fonti conservate nell’ Archivio parrocchiale e Vescovile di Asti ; gli archivi dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Torino ; le testimonianze orali raccolte in loco(e le molte lasciate purtroppo cadere); i cimeli personali. Inoltre le tracce di vicende tipicamente locali, più colorite o tragiche, come la infinita querelle giudiziaria sul diritto di passaggio ; le dicerie sulla “famiglia del prete” intorno al primo 900 ;i comportamenti del segretario comunale; il caso del reduce dalla Russia e il “delitto del borgno” (da cui il cronista della “Stampa” dell’epoca trasse la notazione arguta : “a Pino si chiamano tutti Berra…”).
Un cantiere di ricerca, volto a riportare alla luce tracce e memorie, è già stato avviato nel 2016 con la Mostra “Pino d’Asti nel Novecento: persone vicende luoghi memorie”, promossa dall’ allora Associazione Pinetum Cultura; e con lo spettacolo di Giulio Berruti “Io ancora mi ricordo”, che fu messo in scena nel Giardino della Canonica e replicato l’anno successivo a Castelnuovo don Bosco e San Damiano. Il lavoro può proseguire in forme diverse: raccolte di documenti e cimeli da non disperdere, un piccolo punto espositivo aperto al pubblico, dei segni all’aperto, dei piccoli monumenti.Mi associo all’impegno e alla disponibilità che Giulio Berruti ha voluto comunicarci oggi con una sua lettera di adesione. Quel che importa è che residenti di vecchie famiglie e di nuovo arrivo, visitatori, giovani, cittadini -locali e non- possano conoscere, e comprendere, come un borgo minore ha una sua storia, fatta di piccole e grandi cose legate alla vita di questi paesi.
Nel 1973 il poeta Giorgio Caproni(in Risposta del cambiavalute )a proposito delle memorie del nostro recente passato diceva: “Son monete preziose,/certo. Ma non hanno più corso./Provi in un Museo. Non vedo/- mi spiace- altro soccorso “. La storia locale non finisce in un museo d’antiquariato solo se evita una nostalgia sterile o una chiusura miope, se si riconnette alle correnti della storia maggiore, che anche qui hanno fatto sentire il loro peso, eroico e tragico , vitale e dolente, rassegnato o aperto ad una speranza di futuro.
La consegna di un fondo d’archivio storico giustifica la domanda, la risposta dobbiamo cercarla.Facendo nostro il realismo di Wyslawa Szymborska per la quale “le persone istupidiscono all’ingrosso/rinsaviscono al dettaglio”.
Dario Rei (27 giugno 2020)