04/05/2026
Nel 1978 vinse l’Oscar e, invece di limitarsi ai ringraziamenti, accusò una parte della sala in diretta mondiale. Vanessa Redgrave salì sul palco per il premio come miglior attrice non protagonista in Giulia e trasformò pochi minuti in uno dei momenti più tesi nella storia degli Academy.
Aveva appena ricevuto la statuetta quando, dopo i ringraziamenti, parlò di “un piccolo gruppo di teppisti sionisti”, riferendosi alle proteste contro di lei nei giorni precedenti. Aveva sostenuto e finanziato The Palestinian, girato in Libano, attirando critiche e manifestazioni fuori dal teatro.
In sala partirono fischi e mormorii.
Poco dopo, lo sceneggiatore Paddy Chayefsky salì sul palco e la criticò apertamente, sostenendo che sarebbe bastato un semplice ringraziamento.
Redgrave non ritrattò.
Quel momento segnò una svolta. Continuò a lavorare, ma con meno appoggi nei circuiti principali. Alcuni studi evitarono di coinvolgerla, altri si allontanarono. Lei iniziò a sostenere produzioni indipendenti e a costruire progetti fuori dalle logiche più commerciali.
Il suo impegno politico non iniziò lì. Partecipava già da anni a manifestazioni e campagne su diversi fronti, attirando anche l’attenzione dei servizi di sicurezza britannici.
Proveniva da una famiglia centrale nel teatro inglese, i Redgrave. Avrebbe potuto mantenere un profilo più neutro.
Scelse altro.
Nel 2009 affrontò la morte della figlia Natasha Richardson, scomparsa dopo un incidente sugli sci. Tornò a recitare poco dopo. Disse che era il suo modo di continuare.
Nel tempo ha alternato cinema, teatro e interventi pubblici, mantenendo una presenza costante anche fuori dal set.
Quando le chiesero se si fosse pentita di quel discorso, rispose che dire ciò che si ritiene vero può avere conseguenze, ma resta una scelta consapevole.