20/05/2026
Sara Pauletto-CostellAzioni Educative sarà presente al nostro convegno del 7 novembre 2026!!
Come sempre corretta, chiara e esaustiva. Lavorare nel rispetto del proprio oggetto di studio e del proprio approccio quando l’oggetto è condiviso, è la base del proprio codice deontologico.
Io sono fortunata ad avere sue collaboratrici tnpee speciali! Elisa Nicolini e Stefania Brescia
Nella mia pagina cerco da sempre di affrontare i temi educativi con rispetto, studio e senso di responsabilità. Credo nel dialogo, nel confronto tra professionisti e nella possibilità di avere idee differenti senza per questo screditarsi reciprocamente.
Il confronto mi interessa molto.
Fatico invece con l’arroganza, soprattutto quando arriva da chi svolge una professione di cura, perché lavorare con bambini e famiglie dovrebbe portarci prima di tutto ad esercitare attenzione, misura e rispetto.
Per questo oggi vorrei condividere un mio pensiero, anche spinta da alcuni commenti letti sotto diversi post sulla psicomotricità educativa.
Capisco la preoccupazione di chi difende la figura del TNPEE, perché oggi c’è davvero tanta confusione e spesso vengono usati termini simili in modo improprio. Su questo sono d’accordo: chiarezza professionale e tutela delle famiglie sono fondamentali.
Ma proprio per questo è importante distinguere, chiarire e orientare.
💢La terapia neuropsicomotoria è una professione sanitaria riconosciuta, con una laurea abilitante, competenze cliniche specifiche e obiettivi riabilitativi. Nessuno lo mette in discussione.
💢La psicomotricità educativa, però, appartiene ad un altro ambito: quello pedagogico ed educativo. Non nasce per “curare patologie”, fare diagnosi o sostituire un intervento terapeutico. Lavora invece sullo sviluppo globale del bambino attraverso il corpo, il gioco, il movimento, la relazione, l’espressività e l’esperienza simbolica.
La psicomotricità educativa esiste da molti decenni nei contesti scolastici, pedagogici e preventivi e non può essere confusa automaticamente con un intervento terapeutico.
La scuola, per esempio, non è un contesto clinico. Quando si propone psicomotricità educativa in un contesto scolastico si lavora su:
• consapevolezza corporea
• regolazione emotiva
• relazione con i pari
• capacità simbolica e creativa
• organizzazione spazio-temporale
• ascolto, autonomia e cooperazione
Sono obiettivi educativi e preventivi, non riabilitativi.
✅️La psicomotricità educativa, inoltre, non nasce “dal nulla” o come semplice attività motoria. Esiste un patrimonio teorico, pedagogico e metodologico costruito nel tempo da studiosi e professionisti che hanno approfondito il ruolo del corpo nello sviluppo emotivo, relazionale e cognitivo del bambino.
Tra questi, solo per esempio, Bernard Aucouturier ha sviluppato la Pratica Psicomotoria, centrata sul gioco spontaneo, sull’espressività motoria e sulla costruzione dell’identità del bambino attraverso il corpo e la relazione.
Andrè Lapierre ha invece approfondito la dimensione relazionale e simbolica del movimento, evidenziando come il corpo sia uno strumento fondamentale di comunicazione e sviluppo.
Questi, e altri, approcci vengono studiati da anni nei percorsi formativi specifici di psicomotricità educativa e trovano applicazione in scuole, servizi educativi, progetti preventivi e percorsi di sostegno alla crescita.
Si possono discutere approcci, qualità della formazione o modalità operative, ma non si può negare l’esistenza e il valore di un intero ambito educativo.
Il vero problema nasce quando:
❌ chi lavora in ambito educativo invade quello clinico;
❌ si promettono risultati terapeutici senza titolo sanitario;
❌ si usano parole ambigue per legittimarsi.
Ma vale anche il contrario.
Sempre più spesso il titolo sanitario viene usato come legittimazione automatica per lavorare in contesti educativi, relazionali e corporei, dando per scontato che basti una laurea sanitaria per avere competenze pedagogiche, gruppali, espressive o di conduzione corporea.
E invece no: sono competenze specifiche, che richiedono formazione, esperienza personale, supervisione e un lavoro profondo sulla relazione.
Conoscere lo sviluppo neuropsicologico non significa automaticamente saper stare in un gruppo educativo, leggere le dinamiche corporee, costruire uno spazio simbolico o utilizzare il corpo come strumento relazionale.
Aggiungo anche che un bambino non è “solo” un paziente o “solo” un alunno.
Un bambino può avere bisogno di un TNPEE per un percorso terapeutico specifico e, contemporaneamente, beneficiare della psicomotricità educativa a scuola o in altri contesti di crescita.
Le due cose non si escludono, perché rispondono a bisogni differenti.
La terapia interviene su aspetti clinici e riabilitativi.
La psicomotricità educativa sostiene lo sviluppo, la relazione, il piacere di agire, il gioco, la costruzione di sé nel gruppo e nel corpo vissuto.
Pensare che una dimensione annulli l’altra significa ridurre la complessità dell’infanzia.
Per questo serve rispetto reciproco.
Il punto non è stabilire “chi vale di più”, ma riconoscere che esistono professionalità differenti, con confini, strumenti e responsabilità diverse.
A ognuno il suo:
• il lavoro terapeutico ai professionisti sanitari formati per farlo;
• il lavoro educativo e psicomotorio ai professionisti competenti in quell’ambito.
Con chiarezza.
Senza invasioni di campo.
E soprattutto senza screditare il lavoro altrui.
S.P