10/06/2017
UNA STELLA DI MARE
di
Eppe Argentino Mileto
Fino all’ultimo sono stato indeciso se scriverlo o no, questo pezzo. Scriverlo mi sembrava un peccato di voluttà, un esercizio di vanità, una piaggeria. Non scriverlo una nefandezza, un’ingiustizia, un abominio. Di più: non scriverlo mi sembrava di ignorare una stella di mare nel profondo di un abisso che si chiama famiglia.
Sì, perché la famiglia è il luogo in cui tutto si compie. E spesso, è gia troppo tardi per tornare indietro. Ma, al contempo, vuoi andarci e trovartici indietro. E quando l’hai fatto, improvvisamente ti accorgi che ci sei sempre stato, che ci sei dentro fino al collo, che ti appartiene come un ricordo, una canzone che finisce e che ti lascia addosso le parole, una cicatrice che ti rende unico.
E ho scelto di scriverlo, questo pezzo, perché alle stelle del cielo ho sempre preferito quelle di mare. Le prime si osservano, si scrutano, si sognano con il naso all’insù; le seconde le trovi solo se le cerchi. E ti devi spingere fin dentro gli abissi, prima che si lascino trovare. Insomma, costa fatica. Non sono alla portata di chiunque. Non basta sollevare lo sguardo. Al contrario, devi andare in apnea per vederle.
Se penso a mia cugina, Maria Pia Serranò, penso ad una stella di mare. Ritrovarla, nel percorso della mia vita, rivisitarla, è un po’ come andare in apnea ed immergersi, in quell’abisso chiamato famiglia.
E mi costa dolore andare in apnea. Fa male al cuore perché provi il bene. E chi l’ha detto che provare il bene faccia bene? Il bene ti dilania, ti crocifigge ad una croce chiamata nostalgia, ti brucia dentro, il bene. Ti abbaglia fino a diventar cieco.
Ma è un prezzo che pago volentieri, scrivere di lei. E’la prima volta che lo faccio.
E mai più. Non sento la voce di mia madre dal 1998, quella di Alberto dal 2007, quella di mio padre dal 2015, quella di zia Emma dal 19 Marzo. E non le sentirò mai più, quelle voci. Lo so. E’ così.
Scrivere dei tuoi cari ti riporta a quelle voci. Sapere che adesso tutto è silenzio fa male. Per questo non scriverò mai più della mia famiglia.
Ma questa donna, questa stella di mare lo merita.
Dopo anni in cui sapevo della sua attività di consigliere comunale presso il comune di Paola ho avuto modo, nei mesi in cui l’autunno e l’inverno si incontrano, di starle vicino. Mesi duri, mesi bui a causa della malattia di mia zia, sua madre.
Ed ho avuto modo di vederla, la sua attività. Non c’è stato un giorno in cui non mi abbia presentato qualcuno, in cui non mi abbia presentato a qualcuno, in cui fosse assente da un’iniziativa della città di Paola.
Che si trattasse delle cerimonie per il sesto centenario della nascita di San Francesco da Paola o dei festeggiamenti per la festa patronale ai primi giorni di maggio, era sempre lì. Anche alle sagre dei quartieri della città, che non conoscevo.
La sua non era mai una partecipazione passiva, un complimento di circostanza qua e là, una pacca sulle spalle, una timida stretta di mano di circostanza.
No, la sua era una partecipazione attiva, calda, palpitante. Anzi, non era neppure una partecipazione. Era una presenza spalmata su gesti d’amore che si compivano nei confronti di chiunque volesse fare qualcosa per la città. Nei confronti di chiunque volesse esprimersi. Che fossero musicisti, attori, maghi, giocolieri, circensi, teatranti, scrittori, ballerine. Non le ho mai sentito dire un “no”.
“Questo non possiamo farlo, il Comune non può, dobbiamo verificare”.
Spesso protestavo. E cercavo di farle comprendere che i “no”, talvolta, anche se dolorosi, sono necessari. Sono un obbligo, un imperativo cui non è possibile sottrarsi.
E invece, con lei, tutto diventava un “sì”.
Quindi “sì” a chiunque volesse esprimersi. Ritengo che questa donna, questa stella di mare, rappresenti, non soltanto per la sua famiglia, spesso feroce e critica con lei, ma per l’intera collettività, una speranza: quella del “sì”.
Dire “sì” è più difficile che elargire un “no”. Il “sì” ti inchioda alle tue responsabilità. Il “no” ti assolve, ti deresponsabilizza, ti fa congedare con una scrollatina di spalle.
Quasi sempre contro tutto e tutti, Maria Pia si è battuta, nei cinque anni della consiliatura, perché a ciascuno fosse donato il suo “sì”, spesso offrendo la speranza a chi stava per cedere.
Ha fatto di più: si è resa uno strumento nelle mani della vita perché tutti potessero comprendere che la vita offre a ciascuno delle straordinarie opportunità. Anche quando tutto di appare buio e nero, quando ti senti di non farcela, quando stai per mollare, quando sollevi lo sguardo al cielo con cupa rassegnazione ed esclami con la voce rotta di pianto: “E’ finita!”
Ed allora la vita di dice che ti ama, che ti sta aspettando, che ti cerca, che ti vuole al suo fianco. Ti sussurra il suo “Sì”.
Credo che Maria Pia Serranò lo abbia interpretato questo “Sì”.
In fondo la vita si è servita di una stella di mare.