17/10/2026
Così lontano, così vicino. A proposito di . di
Vivere in una piccola città -soprattutto se progressivamente essa assume i connotati di un suburbio da cui fuggire- è condizione che la modernità ha raccontato come frustrante e feconda insieme. Il filo spinato del provincialismo finisce col fare da detonatore al desiderio di altrove, di fuga, di autenticità, di esperienze vere. I limiti che in prima istanza ci soffocano possono trasformarsi in insospettabili scorciatoie cognitive: il villaggio, nel suo essere apparentemente unità minima e chiusa, è invece sintesi enciclopedica di tutti i tipi umani possibili. Basta imparare a decodificarli, passarli in rassegna, imprimerli nella memoria e, ovunque si andrà, ci si renderà conto che il villaggio ci ha già regalato il mondo intero. Tra i tanti tipi che la mia piccola città mi ha disvelato, uno è stato per me una voce prima ancora di diventare un volto, prima di manifestarsi come scrittura ammaliante. Una voce alla radio. Una voce che accompagnava, la sera, quando ero ragazzino, il rientro dal lavoro estivo con mio padre. Quindici chilometri tra smog, traffico, sudore, attesa di casa. Ascoltavamo, lungo il tragitto, il Giornale-Radio1 Rai come fosse un inno sacro. Liturgico rispetto e spiritata attenzione, soprattutto quando lo speaker di studio passava la parola a un corrispondente dall'estero. Allora mio padre alzava il volume della radio, staccava la mano destra dal volante, modulando un gesto a mezz'aria che significava "fai più attenzione". Ascolta di più, ascolta meglio. E si lasciava sfuggire le sole parole dell'intero ritorno a casa: questo è baarioto. La voce alla radio -dalla Cina, dal Medio Oriente, dalla Russia- era uno del nostro villaggio.
Uno del cosmo compresso ed esplosivo al quale, come ogni sera, noi si faceva ritorno. Quella voce era Pietro Buttitta.
Tra le tante persone di talento non comune e di eccezionali capacità che hanno segnato la breve storia di una città giovane come Bagheria, Pietro Buttitta è uno di coloro a cui la comunità -che sembra avere un rapporto sfuggente e complicato con la propria storia- non ha ancora tributato il giusto riconoscimento. E pure, è stato Pietro Buttitta un intellettuale la cui vicenda, in molti modi, è esemplare della cultura e della società del Novecento. Figlio (30 aprile 1931/ 13 agosto 1994) di Ignazio Buttitta, poeta omerico e tanto altro, e di Angela Isaja, Pietro ha preso ben presto le distanze dalla sua città natale studiando a Firenze, dove si è laureato in Scienze Politiche presso la facoltà "Cesare Alfieri"; e poi lavorando come giornalista in Italia e nel mondo*.
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* Dal 1976 inviato speciale del Giornale Radio Uno della RAI e poi vicedirettore del GR RAI, collaborò, tra gli altri, con Sergio Zavoli, con il quale diresse la redazione culturale del . Sempre per la RAI fu apprezzato "vaticanista" e, a partire dal 1986, fu docente di "Teoria e tecnica del quotidiano" presso la Scuola Superiore di Giornalismo dell'Università di Urbino.
Ovunque sia stato si è portato nel cuore il villaggio natio, un gomitolo inestricabile di vicende esemplati e di miti popolari puntualmente affiorati nei suoi libri. Libri sui cui risvolti di copertina Pietro ha offerto una ideale immagine di sé che ci dice molto della leggerezza calviniana da cui è pervasa la sua scrittura. E anche di una sua precisa idea di letteratura, di racconto del mondo, come gioco coltissimo e testimonianza insieme. "Siciliano di scuola toscana, fa della sua sicilitudine berbero-normanna il fondamento di una ricerca di universalità, cioè di una apertura alla molteplicità delle diverse culture che sono approdate, con il bene e il male delle diverse invasioni, sulle sponde dell'isola natale". Levità e apertura che non gli
impediscono di riconoscere il dono di un imprinting che lo condurrà, nell'ambito di una straordinaria carriera, anche essa così novecentesca, di inviato speciale, a cogliere vivendola in diretta, osservandola da vicino - l'enorme complessità del Secolo Breve: dalla questione mediorientale (che così bene racconterà in Israele-Il settimo giorno, 1968) alla rivoluzione khomeinista nella Persia dello Shah Reza Phalevi (Terra di nessuno, 1989), alle tante e irrisolvibili contraddizioni del mondo slavo e sovietico (Praga, primavera a novembre, 1990). E quell'imprinting è Bagheria ad averglielo fornito, come riconoscerà in un'altra gustosissima notarella biografica, "Ha studiato a Bagheria, ma nel suo paese ha imparato soprattutto a coltivare i limoni, badare alla capre, fare picche con la mafia e cercare di tenere a mente il patrimonio culturale dei braccianti, partecipando alle lotte...". Tutto ciò per Buttitta rappresenterà costantemente una fonte a cui attingere, soprattutto nelle opere più
smaccatamente letterarie (sebbene la sua vocazione sia sempre stata per il pastiche, per il giocare con i generi e il canone) come Il volantino (1965), del quale nel 1974, a firma di Alfredo Malfatti, uscirà una versione cinematografica**;
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** «In quello stesso periodo, un altro singolare romanzo erotico siciliano conosce un adattamento cinematografico.
Si tratta de Il volantino (1965), racconto lungo di Pietro Buttitta. Il suo testo, su un immigrato che torna dagli Usa in Sicilia ritrovandosi irretito, quasi senza accorgersene, da una ragazzina che lo incastra col consenso dei parenti per impossessarsi dei suoi beni, viene molto liberamente adattato in La sbandata (1974), di Alfredo Malfatti, ma scritto e prodotto da Salvatore Samperi fresco reduce da Malizia. Lo schema è quello consueto, e come protagonista c'è un divertito , che canta in colonna sonora e gigioneggia attorniato da caratteristi (Luciana Paluzzi, Eleonora Giorgi, Umberto Spadaro, Pippo Franco -nota del curatore). Da Emiliano Morreale, Il teatro dell'eros e i suoi padri nobili, Le paroleelecose.it 7 marzo 2012 https://www.leparoleelecose.it/?p=3745
, Premio Pisa 1972; Quell'unica notte, nella "cinquina" del «Viareggio» del 1977. Bagheria gli ha consentito di guardare alla realtà a lui contemporanea -o ciò che altri definiscono l' - sotto le insegne e il filtro del mito, in maniera tale che il passato potesse diventare attesa di un ritorno che si compie nella memoria e nel racconto. I due testi che abbiamo deciso di ripubblicare ci pare rendano giustizia alla vocazione meticcia della scrittura di Pietro Buttitta: il racconto di vicende che, nella migliore tradizione romanzesca, mostrano come lo spirito dei tempi incida sui destini individuali fino a farli diventare repliche
archetipiche. Così , uscito sulla rivista Uomini e Idee, n° 3/4, maggio-agosto 1966, racconta il mutamento antropologico già dominante nell'Italia del boom economico in una novella esemplare nella quale si ricompongono mirabilmente i mimi siciliani di Francesco Lanza, le analisi corsare pasoliniane e una, forse più scolastica, dose di brancatismo inacidito e torvo. Il destino di un micromondo costretto ad arrendersi all'assalto di un macromondo che lascia irrompere la modernità, il cambiamento, il nuovo attraverso i riti della cultura di massa. Il turismo, con la sua aggressività sciatta e arruffona, sopra tutto. In un'isola che potrebbe essere una qualsiasi degli scogli vulcanici che trapuntano le coste siciliane, l'aliscafo diventa il simbolo di un invasione tanto festante quanto perniciosa. L'aliscafo, "che barca non è anche se sta sul mare, perché quando parte pare che voglia alzarsi nell'aria ma non vola, come la gallina inseguita dal cane. Un ab**to di natura: né barca né aeroplano: un tacchino che si gonfia e poi si affloscia". Come altrove si assiste impotenti alla scomparsa, dopo quindicimila anni, della civiltà contadina, nell'isola è l'antica civiltà dei pescatori che deve cedere il passo alla modernità di un mondo le cui azioni non hanno più la legittimità del bisogno. "Pescano i tonni all'americana, con l'amo e la lenza di nailon. La pesca del tonno all'americana, alla giapponese, alla tartaro suino; la potrebbero fare alla francese, come i vestiti delle donne o come la malattia, come la malattia che li dovrebbe seppellire tutti. Pescano tonno tutto l'anno, senza aspettare la passa: grossi e piccoli.
Cosi, prima o poi, dovremo pescare le pietre dal fondo per mangiare". -uscito sulla rivista Tempo presente, anno XI, n°11, novembre - è uno stringatissimo apologo sul concetto sulfureo e precario di identità: politica, culturale, nazionale.
L'esergo di (tratto da La compresenza dei vivi e dei morti) indica chiaramente cosa vuole svelare attraverso la storia di Anteo, istriano, operaio comunista nell'Italia fascista, da cinquantenne paralitico, improvvisamente straniero in un corpo che non riconosce più.
Straniero in una terra che non è più il suo Paese, estraneo in un Partito che fa presto a dimenticare i militanti che avevano trovato in esso, durante la dittatura, un punto di osservazione sul mondo e un viatico per il riscatto personale e politico insieme. "Il Primo Maggio era all'ospedale, ma i suoi compagni di qua non sono andati a fargli visita. Nemmeno i caporioni, quelli che fanno e disfanno come vogliono loro e che non c'è parata che non si mettano in mostra, in prima fila. Ma loro non sanno nemmeno quello che ha fatto il mio Anteo per il partito. Loro chi sa dov'erano quando c'era l'Italia e, feste nazionali o no, i comunisti li mettevano in galera". Pietro Buttitta, come succede ai narratori di razza, sembra avere visto, prima di molti, quale fosse il mostro proteiforme che si stava abbattendo -e lo avrebbe divorato- sul meglio di ciò che la storia terribile e sanguinosissima del tempo degli assassini (secondo la fulminante metafora di Arthur Rimbaud) ovvero il Novecento, ci aveva regalato: l'incapacità generare cambiamenti significativi e positivi per la maggior parte degli essere umani in stato di subalternità economica, culturale, politica e adesso (in tempi di crisi climatica planetaria) anche geografica. Il mondo attuale in cui si distrugge il vecchio ma non si è capaci di creare il nuovo.
Bagheria, lì 13 giugno 2024