20/11/2025
Salve a tutti, sono Giovanna, ho 49 anni e insegno matematica in un istituto professionale.
Non sono una persona sentimentale e non mi piace fare filosofia.
Questa è solo una storia di scuola. Una concreta, in cui ho fatto solo il mio lavoro di insegnante, ma mi piace pensare che ogni storia possa essere simile a questa.
Tre anni fa arrivò nella mia seconda un ragazzo nuovo: Riccardo, sedici anni appena compiuti.
Era più grande degli altri perché aveva avuto un anno perso per un trasferimento complicato e un altro per assenze gravi alle medie, poi recuperate, ma con mille strascichi.
Non era “pluribocciato” come si dice nei bar, ma aveva già accumulato più inciampi di quanti un ragazzo della sua età dovrebbe sopportare.
Il primo mese fu difficile.
Arrivava spesso in ritardo, quasi mai con il materiale, zero compiti.
In classe si isolava o, al contrario, scoppiava per niente.
Le note volavano più veloci delle spiegazioni.
Il consiglio di classe lo aveva già segnato come “a rischio forte”, e non serviva un genio per capirne il motivo.
Un giorno di novembre entrai in aula cinque minuti prima dell’intervallo: mancava metà classe, ma Riccardo era lì, da solo.
Gli dissi: “Hai bisogno di qualcosa?”
“Prof, io non ci capisco niente. In generale.”
Non era ironico, né provocatorio.
Era stanco. Punto.
Gli proposi una cosa semplice, senza retorica:
“Domani resta dieci minuti dopo lezione. Vediamo insieme gli esercizi base. Non tutti, solo due.”
“Prof, non li so fare.”
“Per questo li facciamo insieme.”
Il giorno dopo rimase davvero.
Non per cortesia: perché non aveva un piano migliore.
Gli spiegai due passaggi, niente di straordinario.
Ci mise una vita a farli, ma li fece.
Da lì, senza miracoli, cominciò a tenere il passo almeno nelle cose essenziali.
Non faceva tutto, ma quello che faceva lo capiva.
A volte era ancora ingestibile, altre volte spariva per due giorni senza avvisare.
Ma non era più quel muro contro muro dei primi mesi.
A marzo portò la prima verifica sufficiente di quell'anno.
Un 6 secco, con errori, con lentezze, con tutto quello che conosciamo bene.
Quando glielo consegnai mi disse solo:
“Prof, almeno non è un quattro.”
E per lui era un traguardo.
Arrivò giugno.
Al consiglio finale discutemmo a lungo.
La normativa è chiara: se uno studente è valutabile, se c’è stato recupero, se gli obiettivi minimi sono raggiunti, non puoi “farlo fuori” perché ha un passato difficile.
La scuola non serve a sistemare i destini, serve a misurare la crescita.
Riccardo passò in terza.
Non a pieni voti, non tra gli applausi, ma per merito: aveva recuperato quello che poteva recuperare.
Il resto se lo sarebbe giocato negli anni successivi.
Quando glielo dissi, non fece scenate.
Si limitò a guardare la pagella e dire:
“Prof, grazie. Almeno stavolta non sono partito già sconfitto.”
Non so come sia andata poi.
Ma so questo: non siamo noi a “salvare” i ragazzi, né loro diventano “casi umani” da romanzo.
Sono studenti.
E quando uno studente, dopo anni storti, trova una strada per restare dentro la scuola senza crollare, per me è abbastanza.
Non serve poesia.
Serve solo qualcuno che, ogni tanto, gli dica:
“Ricominciamo da qui.”