Casa Vacanze Nonna Sara

Casa Vacanze Nonna Sara Vacanze in Sicilia una esperienza da Siculomania

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21/01/2026

Salve. Abbiamo attivato un gruppo WhatsAPP con messaggi solo in uscita a cura degli amministratori. : NSIGNÀMUNI LU SICILIANU

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Il Gruppo è finalizzato all'approfondimento della lingua siciliana in tutti i suoi aspetti, linguistici, sociolinguistici, grammaticali, letterari etc. Il Gruppo è predisposto in sola lettura. Chi vuole può segnalare altri contatti che volessero seguire il percorso proposto dall'Accademia della Lingua Siciliana e da Siculomania. Se ci chiedete di inserire qualcuno ricordategli di salvare il nostro numero in rubrica (3471671731) viceversa non riuscirà a visualizzare i messaggi. Potete inviarci per messaggio le vostre proposte, i commenti o eventuali domande. Il percorso sarà, come nel titolo del gruppo, PASSO PASSO, con una frequenza di messaggi limitata per dare a tutti la possibilità di leggere i contenuti con calma e farli propri "passu passu".

17/04/2022

SAPETE DA COSA DERIVA IL DETTO: Cu' nn'appi e nn'appi di li cassateddi di Pasqua?

Le cascatelle Pasquali sono un dolce tipico siciliano, anche se oggi la tradizione della ricetta tipica è più diffusa nella parte orientale dell’isola.
Nonostante sia un dolce tipicamente Pasquale è possibile trovarlo tutto l’anno anche se ormai in una versione meno rustica e casalinga rispetto alla preparazione tradizionale.
Si possono trovare diverse declinazioni del dolce secondo le tradizioni del territorio o nello stesso territorio secondo le ricette tramandate dalle nonne.

È nota la versione ripiena di tuma fresca lavorata con le uova condita con miele e cannella o zucchero e cannella.
La versione più diffusa è costituita da cascatelle ripiene di ricotta e arricchita da zucchero, cannella e scaglie di cioccolato fondente.

Tradizionalmente venivano preparate il venerdì santo per poi essere consumate in famiglia durante la domenica di Pasqua e nelle scampagnate di Pasquetta.
Alle cassatelle è legato il detto “Cu' nn'appi e nn'appi di li cassateddi di Pasqua”. Secondo la tradizione sembra che a Palermo nel Monastero di Santa Oliva le suore per soddisfare le richieste di ordinazioni delle cassatelle di loro produzione, ritardassero gli impegni liturgici.
Questi disagi infastidirono a tal punto l’Arcivescovo che invio presso il convento un messo che ad orario stabilito faceva uscire la gente in attesa delle cassatelle al grido: Cu' nn'appi e nn'appi di li cassateddi di Pasqua.
Il detto tradotto sarebbe chi ha avuto ha avuto le cassatelle di Pasqua e tanto basti.

25/03/2022

LA SICILIA UN MONDO DI..VINO

La siciliana fa parte di un settore produttivo fondamentale sia nel comparto agricolo come motore di un settore in fermento e innovativo come l’enoturismo.
Il vino è un alimento che raccoglie attorno a se cultura e tradizione.
Di anno in anno il settore vitivinicolo siciliano si è ritagliato un posto di primaria importanza e i prodotti oggi sono considerati di altissima qualità e apprezzati in tutto il mondo.
Le prime testimonianze della presenza delle viti in Sicilia sono precedenti alla comparsa dell’uomo sulla Terra, come dimostrano i vinaccioli fossili risalenti ad almeno 2 milioni di anni fa ritrovati alle falde dell’Etna e nelle Isole , e che il consumo di vino fosse diffuso presso gli Elimi e le altre popolazioni che abitavano la durante l'età del Bronzo.
Anche la parola "vino" deriverebbe dalla parola micenea wo-no, poi assorbita nel greco oinos, ed era in uso presso la civiltà di Castelluccio (oggi Pantalica) fra il 1800 e il 1400 a.C.
Furono i Miceneiad introdurre l’utilizzo della coltivazione delle viti per la produzione di vino.
Dall’VIII secolo la viticoltura poi ebbe una diffusione in tutta l’isola.
�L’importanza assunta dalla coltivazione della vite e dalla produzione del vino si evidenzia anche dalle decorazioni che ne richiamano i simboli sia negli utensili che negli elementi decorativi degli edifici che si rinvengono nei siti archeologici di Selinunte, Agrigento, Siracusa.
Anche nelle monete d'argento coniate a , nei pressi di , intorno al 550 a.C. è raffigurato un grappolo d’uva.

La viticoltura siciliana e il suo livello di sviluppo fu assimilato dai Romani che ne consentirono la diffusione e l’ambientamento della vite in tutta Europa.
E la viticoltura per i romani si rivelò un mezzo importante per l’affermazione culturale di popoli d’Oltralpe.
L’affermazione dell’economia vinicola siciliana in epoca imperiale è rappresentata nei mosaici della Villa del Casale a Piazza Armerina e nei ritrovamenti delle ville rusticane di Siracusa, Patti, Eraclea Minoa, Marsala e Gibellina (IV-V secolo d.C.).

Nel periodo della presenza islamica in Sicilia (827-1091) la coltivazione della vite non fu soppressa, ma vide un ridimensionamento significativo.

Particolare rilievo acquisirono i vini siciliani durante il periodo dei .
Il geografo Idrīsī nel 1154 nel Libro di Ruggero ha descritto del prestigio che la viticoltura rappresentava e i vini siciliani venivano esportati in tutta Europa.
�Nel ‘700 nacque il e con esso i vini siciliani, primi fra tutti i vini prodotti in Italia raggiunsero le .
Nel '800 il vigneto Sicilia era di 320.000 ettari distribuiti in tutte le province dell'Isola, con la massima concentrazione a Catania, Trapani e Siracusa.�L’enologia siciliana ha vissuto un periodo di grande sviluppo, abbandonando progressivamente le produzioni di massa ed orientandosi su quella di qualità utilizzando i vitigni internazionali (Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah), per poi riscoprire e valorizzare i vitigni autoctoni.
I vitigni autoctoni siciliani sono più di un centinaio e almeno ad una ventina di questi è riconosciuta una qualità eccezionale.
Tra le uve a bacca rossa, oltre al Nero d’Avola ricordiamo il Nerello Mascalese e Cappuccio, il Frappato, l’Alicante, il Perricone, la Nocera, mentre tra le varietà a bacca bianca, oltre all’Inzolia e al Grecanico e Catarratto sono da segnalare il Carricante, la Malvasia di Lipari, lo Zibibbo, il Moscato di Siracusa e il Grillo.
Queste enorme varietà fa della Sicilia l’Isola del Vino per eccellenza e le istituzioni regionali dovrebbero accompagnare il settore e promuovere ogni iniziativa che possa valorizzare ed essere utile al settore e all’indotto.

22/03/2022

LE EOLIE

Le isole Eolie sono un arcipelago di isole parte dell’arcipelago siciliano di origine vulcanica.
L’arcipelago comprende i due vulcani attivi di Stromboli e Vulcano e amministrativamente le isole fanno parte della città metropolitana di Messina, appartenente a sua volta alla Regione Siciliana. L'arcipelago è una metà turistica per 600000 turisti all’anno.

L’arcipelago eoliano è costituito da sette isole vere e proprie e da numerosi isolotti e scogli affioranti dal mare ubicati al largo della Sicilia settentrionale, di fronte alla costa tirrenica messinese.
Le sette isole sono:
* Lipari (37,6 km² - circa 10.700 abitanti).
* Salina (26,8 km² - circa 2.300 abitanti), con lo Scoglio Faraglione.
* Vulcano, all'estremità sud dell'arcipelago (21 km² - circa 300 abitanti).
* Stromboli, con l'isolotto di Strombolicchio, all'estremità nord-est dell'arcipelago (12,6 km² - circa 500 abitanti).
* Filicudi (9,7 km² - circa 250 abitanti).
* Alicudi, all'estremità ovest dell'arcipelago (5,2 km² - circa 100 abitanti).
* Panarea (3,4 km² - circa 240 abitanti), con gli isolotti di Basiluzzo, Dattilo e Lisca Bianca.

L’arcipelago è stato abitato sin dalla preistoria e grazie alla presenza di grandi quantità di ossidiana, fu al centro di fiorenti rotte commerciali. L’ossidiana era un materiale vetroso tagliente molto ricercato e i primi insediamenti si ebbero già nell'età neolitica tra il 5500 e il 4000 a.C. precisamente a Lipari e Salina con tracce di vasi ceramici e ossidiana lavorata. Lipari fu poi colonizzata da un gruppo di Greci intorno al 580 a.C., ed è in questo periodo che alle isole fu attribuito il nome di isole Eolie, considerate la dimora del dio dei venti, Eolo.

Origine dei nomi
* Lipari: in greco antico Lipàra (fruttifera). Secondo la mitologia il nome proverrebbe da Liparo, eroe eponimo che colonizzò l'isola e ne divenne il re.
* Salina: L'attuale nome si riferisce invece a un laghetto di acqua salata in località Lingua, un tempo usato come salina.
* Vulcano: L'isola era consacrata al dio Efesto, chiamato Vulcano dai romani.
* Stromboli: in greco antico Stronghỳlē (rotonda).
* Filicudi: in greco antico Phoinicṑdēs (ossia "delle palme") per la presenza della palma nana.
* Alicudi: in greco antico Ericṑdēs con riferimento alla pianta dell'erica.
* Panarea: Il nome attuale, di etimologia incerta, è attestato per la prima volta nella Cosmografia ravennate nel VI-VII secolo come Pagnarea.

Le isole prendono nome dal dio Eolo re dei venti che secondo la mitologia greca, riparò su queste isole: viveva a Lipari e riusciva a prevedere le condizioni del tempo e i venti osservando la forma del fumo sbuffato da un vulcano attivo, probabilmente Stromboli. Grazie a questa abilità, Eolo si guadagnò grande popolarità e la fama di re dei venti, dando alle isole il loro nome.

La più popolata è l'isola di Lipari. Seguono, nell'ordine, Salina, Vulcano, Stromboli, Panarea, Filicudi e Alicudi.

11/03/2022

IL PIROSCAFO SICILIA

Il piroscafo Sicilia fu una grande imbarcazione innovativa per l’epoca pensata per il collegamento fra l’Europa e l’Amerca.
Il piroscafo fu commissionato in Inghilterra dai palermitani Luigi e Salvatore fondatori della Società di navigazione Sicula Transatlantica per organizzare il servizio tra Palermo e New York.

L’imbarcazione fu realizzata dai cantieri navali della James & G. Thomson di anche grazie alla mediazione di Vincenzo Florio, che aveva vari interessi compresi quelli nella ditta Orotea, famosa nel mondo della cantieristica navale per la produzione di strumentazioni navali.
Particolarmente ricercati della Orotea erano tutte le attrezzature necessarie alla navigazione, quali sestanti, ottanti e soprattutto le apparecchiature di misura e�controllo della forza del vapore, quali termostati, pressostati, manometri di , sensori di fiamma e quindi macchine per la misurazione della velocità dei motori e della nave.
Il transatlantico Sicilia costò 18.500 sterline, ma il valore simbolico per l’impresa cui era destinato andava oltre il valore economico.
Questo tipo di attività suscitò ammirazione, ma anche le invidie dei grandi armatori e finanzieri dell’epoca.

Il piroscafo a vapore fu varato il 16 gennaio 1853 e lasciò il cantiere scozzese per raggiungere la Sicilia il 31 marzo 1854 con a bordo un equipaggio di 24 uomini comandati dal capitano John Carson. Durante il viaggio vi fu un incidente che coinvolse la nave a vapore Ercolano.
�Raggiunta la Sicilia il viaggio inaugurale per raggiungere New York fu il 2 giugno 1854 e dopo una traversata di 26 giorni con un equipaggio di 38 uomini e 33 passeggeri l’imbarcazione raggiunse la Baia di Hudson il 28 giugno 1854.
Questo primo viaggio fu celebrato il 4 luglio in occasione del 78° anniversario dell’Indipendenza.�Il transatlantico fu affidato al comandante Ferdinando di .

Questo collegamento oltre che un evento di rilevanza mondiale rappresentava il potere economico e commerciale e la capacità imprenditoriale siciliana che all’epoca era importante in diversi settori produttivi oltre ad essere il cuore propulsivo del mediterraneo.

09/03/2022

I Mulini Siciliani

La è terra di mare, sole, suggestive campagne e saline.
Non è infrequente incontrare antichi e possenti mulini a vento o ad acqua.
Famosi i mulini lungo il litorale che collega a al servizio delle saline. I mulini rappresentano dei simboli architettonici, testimoni di antiche realtà rurali, perfettamente integrati, al punto d’arricchire il contesto paesaggistico.

La funzione dei mulini è quella di macinare il grano o il sale.
Molti sono ancora funzionanti e restaurati e alcuni sono stati trasformati in musei per ricordare la società contadina e salvaguardarne le antiche tradizioni o convertiti in aziende ricettive per la fruizione turistica. Si trovano in prossimità dei torrenti, in aree lagunari o in campagne ventose.
La loro presenza fa acquisire al paesaggio scorci e panorami unici e suggestivi.

In Sicilia si trovano mulini a sei pale contrariamente a quelli diffusi in altre aree come in Olanda dove sono a 4 pale.
I mulini a sei pale sono più funzionali e produttivi, ma necessitano delle maestranze particolarmente adatte alla loro gestione e utilizzo.
Molti sono cinquecenteschi e nelle saline sono utilizzati per macinare il sale e perfettamente restaurati e ancora funzionanti.

Come i mulini olandesi, quelli siciliani hanno un corpo a tronco di cono, con uno scheletro in legno a cui vengono applicate le vele.
Il meccanismo che rende funzionale la struttura è determinato da un sistema di ruote dentate e ancoraggi per le pale in modo da sfruttare l’energia del vento e permettere di macinare il sale o, se il mulino è posto tra le vasche, convogliare l’acqua nelle vasche. Stesso sistema è quello dedicato alla molitura del grano per realizzare le farine.

Foto di Maria Vera Genchi

07/03/2022


🏛️ L'ARCHITETTO DEI RE

Il 7 marzo 1678 nasceva a uno dei più grandi architetti siciliani della storia, Filippo Juvarra.
Fu uno dei principali esponenti del , che operò per lunghi anni a Torino come architetto di casa progettando il palazzo reale e la celebre Basilica di .

La sua prima opera architettonica fu il completamento, nel 1703, della Chiesa di San Gregorio, oggi scomparsa, per la quale progettò la sistemazione interna comprendente la realizzazione del coro e dell'altare maggiore.

Rilevante fu anche la sua attività di scenografo che operò al servizio di Pietro Ottoboni. Le sue esperienze e la sua formazione aperta alle diverse arti creative lo portarono ad essere considerato uno dei maggiori interpreti del rococò e del barocco nell'architettura di tutti i tempi.
Si dedicò anche alla progettazione del palazzo reale di Madrid dove morì il 31 gennaio del 1736.

Nell’immagine del Calennariu di oggi:
La facciata di Palazzo Madama, opera dell'architetto Filippo Juvarra.

02/03/2022

LI CUDDUREDDI DELIA

Li cuddureddi di sono antichissimi dolci secchi aromatizzati alla cannella e all’arancia prodotte esclusivamente nel paesino omonimo del territorio nisseno. La tradizione vuole che siano stati prodotti durante la guerra del Vespro Siciliano del 1282-1302 in omaggio alle castellane che vivevano nella fortezza medievale locale.
Il loro nome deriva dal greco che significa “corona” per la forma anulare elaborata grazie all’utilizzo di un utensile chiamato “pettine”. dolci fritti caratterizzati da una forma anulare molto elaborata per ottenere la quale occorre manualità e un attrezzo specifico chiamato “pettine”.�Anche se sono tipicamente dolci di carnevali, per la loro peculiarità ormai sono dolci che nel comune di Delia è possibile trovare durante tutto l’anno.
Si tratta di un impasto di farina zucchero, strutto a pezzi, tuorlo d’uovo, cannella scorza di arancia grattugiata ed essiccata ed un pó di vino rosso.�
Esistono in giro per la altri dolci analoghi tipici del periodo carnevalesco come i di (Trapani). Si pensa che siano i “discendenti” della “cuddura“, cioè una ciambella intrecciata nota in tutto il Sud dell’Italia. Le cuddure potrebbero essere delle revisioni del “buccellatum” romano: un particolare pane a forma di ciambella.

28/02/2022

LU CURDARU

Lu “curdaru” era l’artigiano che costruiva "corda", di varia lunghezza e grossezza. Per realizzare le corde s utilizzava “la stuppa” cioè la fibra ricavata dalle piante di , e .
L’attività richiedeva molto spazio, e quindi la preparazione spesso avveniva in strada o comunque in luoghi all’aperto dove era possibile stendere i filati.
La lavorazione impiegava diverse maestranze che dovevano imparare a lavorare coordinando fra loro i movimenti delle mani e dei piedi. Gli artigiani spesso operavano a piedi nudi, perche alcune manipolazioni necessitavano dell’uso delle dita dei piedi.
Per la lavorazione erano necessarie delle ruote, pulegge e delle grosse vasche spesso in pietra nelle quali venivano immerse le matasse dei filati.
Dopo la lavorazione delle singole fibre, queste venivano intrecciate per realizzare le corde delle dimensioni volute e poi poste a stendere per l’asciugatura.
Termini Imerese, era un paese particolarmente ricco di artigiani che sapevano praticare questa arte che si svolgeva nello spiazzo della marina nei pressi del ponte della ferrovia.
Le corde realizzate erano impiegate principalmente in agricoltura, nella gestione del bestiame e dalle marinerie locali e non.
Il detto “Jiri nnarreri comu lu curdaru” era dovuto ad una fase della lavorazione delle corde che prevedeva che il cordaio effettuasse dei movimenti all’indietro.
Per il cordame veniva usata la “Zabbara" (agave), una pianta grassa tipica del clima mediterraneo con foglie lunghe e carnose, dalle quali si ricavavano filamenti molto resistenti "lu zabbarinu", con cui si otteneva spago, corde di varie misure e la “curdina pi stenniri” per la massaia.
Lo spago aveva diverse funzioni e una delle più importanti era quella di riempire il ripiano dei sedili delle sedie e di creare le reti per il trasporto.

Altra pianta impiegata allo scopo di ricavare le fibre necessarie alla realizzazione della corda era la pianta del lino, anche questa coltivata nel nostro territorio, come descritto in uno dei post precedenti dedicato proprio alla coltivazione del Lino. Per la realizzazione delle corde e la cardatura era necessaria molta acqua e questo è il motivo per il quale era un lavoro che si svolgeva sulle coste o sulle rive dei fiumi.
Altra fibra impiegata era la canapa che però era prevalentemente di importazione dalle zone del napoletano,
Dalle fibre di canapa si realizzava “lu cannavazzu”, un tessuto rustico che serviva per confezionare sacchi e di scarso valore e da ciò nasce il detto “bannera di cannavazzu”.
Con le fibre meno adatte per le corde si preparava la stoppa che veniva utilizzata come guarnizione idraulica, come miccia per le artiglierie e gli ordigni esplosivi o come stoppino per “lu spicchiu” (lucerna) o per le candele.
Per intrecciare le corde, un ragazzo faceva girare una grossa ruota mediante una manovella. Il movimento della ruota attivava un’ altra ruota più piccola che aveva un uncino centrale (l’animmula) che girava velocemente tanto velocemente che vi era il detto “ Firria comu ‘n animmula”.
Il cordaio, tenendo le fibre vicino dall’uncino e camminando all'indietro, lasciava andare le fibre che teneva sotto il braccio che per l’effetto rotatorio delle ruote si intrecciavano divenendo corde secondo le dimensioni volute.
La procedura prevedeva secondo le fasi dai due ai tre operatori, ma era il cordaio che dirigeva i movimenti delle fibre che si andavano intrecciando ad essere essenziale proprio come un direttore d’orchestra, tanto che secondo il tipo di corda e dalla sua fattura c’era chi era in grado di riconoscere la mano del cordaro.

25/02/2022

NASCE A SCIACCA GIUSEPPE MARIO BELLANCA, INGEGNERE E INVENTORE

Quella di Giuseppe Mario Bellanca è una delle tante storie di successo dei siciliani della diaspora sparsi in giro per il mondo. Bellanca, ingiustamente dimenticato dai più, visse il suo personale "sogno americano" partendo dalla piccola e arrivando a comparire nella copertina di "Time", una delle più celebri riviste del mondo.
Nato a Sciacca il 19 marzo 1886 presso una modesta e numerosa famiglia, Bellanca dimostrò precocemente una spiccata attitudine allo studio. Una volta cresciuto, grazie all'aiuto del fratello Carlo emigrato negli Stati Uniti, il giovane Giuseppe Mario poté trasferirsi al Politecnico di Milano, dove conseguì la laurea in matematica nel 1908. Non pago di questo traguardo, affascinato dai recenti sviluppi dell'aeronautica, il giovane Bellanca decise di intraprendere il percorso per l'ottenimento di una seconda laurea, questa volta in ingegneria. Proprio in questo periodo decise di realizzare il suo primo velivolo e, per tale ragione, iniziò a collaborare con i colleghi Enea Bossi e Paolo Invernizzi. Nel dicembre del 1909 gli sforzi dei tre condussero alla realizzazione del primo volo di un velivolo interamente italiano, facendo di Bellanca un autentico pioniere dell'aereonautica italiana.
Determinato a proseguire le sue ricerche, nel 1911 Bellanca decise di ricongiungersi alla famiglia in America, stabilendosi a New York, nel quartiere di . Qui iniziò a costruire un aeroplano nel seminterrato di casa, facendosi aiutare dai genitori per le cuciture dei tessuti ed i lavori di carpenteria. Nel 1912 ottenne il brevetto di volo e fondò la Bellanca Flying School, la sua personale scuola di volo. Tra i suoi allievi Bellanca annoverò anche Fiorello La Guardia, futuro sindaco di New York, che una volta acquisito il brevetto ricambiò il suo istruttore insegnandogli a guidare l'automobile.
Dopo anni di difficoltà nel reperimento dei fondi necessari a portare avanti i suoi progetti, nel 1921 l'ingegnere di Sciacca poté completare la costruzione del Bellanca CF, che venne poi definito «il primo aereo da trasporto di impostazione moderna che venne progettato, costruito, e volò con successo negli Stati Uniti». Tra il 1926 ed il 1927 Bellanca completò il Wright-Bellanca WB-2, che inizialmente fu scelto dal celebre aviatore Charles Lindbergh per la prima trasvolata atlantica in solitario, salvo poi optare per un altro velivolo a causa del mancato raggiungimento dell'accordo con i soci di Bellanca. Il Wright-Bellanca WB-2, tuttavia, conquistò lo stesso un posto nella storia grazie al record di durata ottenuto con la trasvolata New York-Eisleben (Germania) in 41 ore e 56 minuti.
Nel luglio 1927, a Omaha (Nebraska), Bellanca poté finalmente fondare la propria azienda aeronautica, la Bellanca Aircraft Company, tutt'ora esistente con la denominazione "AviaBellanca Aircraft Corporation". Nello stesso anno, grazie al successo mediatico seguito alla fondazione dell'azienda, la prestigiosa rivista "Time" dedicò all'ingegnere di Sciacca una copertina. In precedenza Bellanca aveva anche conquistato la prima pagina del "New York Times".
Sposato dal 1922 con Dorothy Brown, Giuseppe Mario Bellanca morì di leucemia a New York il giorno di Natale del 1960, all'età di 74 anni. Dal 1993 i suoi studi fanno parte del patrimonio del National Air and Space Museum di Washington.
L’ultima sua realizzazione è il monoplano Skyrocket II, modello che non vide mai in azione perché morì prima che divenisse operativo.

Tratto dal nostro giornale che vi invitiamo a leggere e seguire di seguito il link al giornale e alla pagina per chi la volesse seguire⤵️

https://issuu.com/lindipendentemensiledeisiciliani/docs/l_indipendente_febbraio_2022_-_file_per_la_stampa

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23/02/2022

‘U BUMMULU, CONTENITORE ANTICO, OGGETTO D’ARTE, STRUMENTO MUSICALE E UTENSILE PER LA COTTURA

‘U bummulu siciliano è un contenitore in terracotta che anticamente veniva fatto allo scopo di mantenere fresca la temperatura dell’acqua.
L’ingegno degli artigiani ceramisti dell’epoca consisteva nello sfruttamento di un principio fisico dei liquidi.
Se il bummulo era fatti a regola d’arte favoriva il mantenimento dell’acqua fresca grazie al fatto che il materiale di cui era costituito, essendo permeabile, lasciava traspirare l’acqua e a contatto con l’aria calda ambientale tendeva ad evaporare richiamando calore dall’interno verso l’esterno.
Questa capacità traspirante del contenitore in terracotta, favorito anche dalla forma, riusciva a mantenere fresca l’acqua.

Il termine è legato alla voce greco-latina “bombyla“, utilizzato per indicare il recipiente e di conseguenza “ ‘u bummularu” è chi realizza vasi di queste caratteristiche.
Il bummulo è un utensile simpatico nelle forme arrotondate, ma che incuriosisce per le sue caratteristiche.
Il bummulo infatti si riempe dal foro sottostante, capovolgendolo, ma quando lo si riporta in posizione, i liquidi non fuoriescono nonostante non ci sia il tappo, grazie ad un sistema interno di vasi comunicanti.
Il bummulo è inoltre capace di mantenere inalterata la temperatura dei liquidi che contiene, grazie alla sua forma particolare e alla terracotta traspirante.
Sono realizzati interamente a mano con materiali e colori atossici.
Mentre un tempo ‘u bummulu aveva la sua importanza per mantenere fresco l’acqua ed il vino, specialmente nel periodo dell’afa estiva, oggi è un oggetto ricercato per l’aspetto gradevole e per le varianti cromatiche dei vari ceramisti.
Ne esistono di diverse dimensioni, ma la grandezza tipica è pari a 55 cm, per una capienza della pancia del bummulu varia dai 16 ai 20 litri. Ne esiste anche una versione più contenuta nelle dimensioni che può contenere circa 8 litri. Era un oggetto che non poteva mancare nelle case più umili di contadini e pastori, e di chi comunque abitava lontano da fonti d’acqua. Infatti, col bummulu l’acqua si prendeva alla fonte e si riportava al focolare, a temperatura e non esistendo i frigoriferi era anche l’unico sistema per mantenere fresco il vino.
All’inizio il bummulu non veniva decorato, poi man mano superato dai recipienti i lamiera, perde la sua funzione. Inizia, però, una nuova vita per il bummulu. Diventa decisamente più piccolo ed inizia ad essere anche un oggetto d’arredo e decorato decorato con chiari riferimenti alla nostra terra. Scene di vita bucolica o festosa, cactus, mare e limoni, etc.

Ma definire ‘u bummulu solo come un contenitore di liquidi è riduttivo.
Il bummulo infatti, oltre che un oggetto decorativo e d’arredo, è Impiegato come strumento musicale e come utensile per la cottura di alimenti.
Alcuni musicisti infatti usano il bummulo come se fosse uno strumento a fiato soffiando dentro all’oggetto in terracotta proprio come fosse un flauto emettendo un suono cupo.
Secondo delle leggende locali i pastori nelle montagne incantavano le ninfe suonando questo strumento, dopo averlo svuotato del contenuto.
In alcune aree del catanese poi vi è l’usanza di cucinare “ ‘u purpu cu’ lu bummulu”.
Il procedimento per la cottura prevede che i polpi, insieme al pomodori pelati, vino bianco, sale olio e peperoncino vengano introdotti nel bummulu e dopo averlo tappato e scosso in modo da far amalgamare gli ingredienti venga messo in un forno a legna per almeno 90 minuti.

17/02/2022

ARCHIVIO STORICO COMUNALE DI PALERMO

L’Archivio Storico Comunale di Palermo è un gioiello architettonico e scrigno della Storia della Città di Palermo e si trova nei locali dell'ex convento di San Nicolò da Tolentino, in via Maqueda 157, nei pressi del Palazzo di Città.
L’Archivio Storico Comunale conserva tutta la documentazione legata all'attività del Comune di Palermo.
Fra i pezzi più significativi: un frammento di registro di gabelle regie di età angioina (seconda metà del XIII secolo); un frammento di registro di imbreviature del notaio Adamo de Citella datato 1298-1299, che è uno dei più antichi registri notarili esistenti in Sicilia; alcuni registri della Corte Pretoriana (probabilmente rinvenuti successivamente alla cessione all'Archivio di Stato di Palermo delle carte relative a questa magistratura cittadina , avvenuta nel 1843), restaurati e rilegati in 22 volumi, e comprendenti un arco cronologico che va dal 1330 al 1500.
L’Archivio è dotato di una sala studio aperta al pubblico e mette a disposizione degli studiosi una biblioteca specializzata, con cinquecentine, seicentine e testi rari promuove progetti di valorizzazione e diffusione della conoscenza del patrimonio documentario quali mostre, visite guidate e pubblicazioni. Tra le pubblicazioni più significative consultabili vi è la collana "Acta Curie Felicis Urbis Panormi", uno dei più antichi documenti medievali conservati in Archivio. Nell’istituto sono presenti anche i cataloghi delle mostre storico-documentarie curate dal personale interno che forma la collana "Itinerari della memoria", oggi giunta al 6° volume.
Direttori che si sono succeduti alla guida dell'Istituzione: F. Pollaci Nuccio (1866-1901); F.G. Savagnone (1901-1936); M.Acanfora Vigneri (1936-1964); P.Gulotta (1964-1994); L. Citarda, funzionario f.f. (1994-1996); Eliana Calandra ( dal 1996 a tutt'oggi).

Consigliamo, per chi si dovesse trovare a Palermo come turista, ma ai palermitani e siciliani tutti, di visitare l’Archivio Storico Comunale di Palermo che è un gioiello architettonico e un contenitore di documenti di valore.

Indirizzo

Palermo
90142

Telefono

3471671731

Sito Web

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