Movimento Siciliano d'Azione

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LA BEFFA DELLA COLONIA: CI AVVELENANO PER RAFFINARE IL PETROLIO E CI FANNO PAGARE LA BENZINA A PESO D'OROTranquilli, sic...
17/09/2026

LA BEFFA DELLA COLONIA: CI AVVELENANO PER RAFFINARE IL PETROLIO E CI FANNO PAGARE LA BENZINA A PESO D'ORO

Tranquilli, siciliani.
Va tutto benissimo, no?

La benzina ha sfondato il muro dei 2 euro al litro. Il diesel la segue a ruota. In appena un mese i prezzi sono schizzati alle stelle, divorando i vostri salari.

Ma voi non fate quella faccia. Non osate lamentarvi.

In fondo, per lo Stato italiano, voi siete solo sudditi. Sudditi che devono tacere e pagare per andare a lavorare, per accompagnare i figli a scuola su strade colabrodo, per cercare di mandare avanti un’impresa in una terra che Roma tratta come una miniera da svuotare.
Per anni ci hanno fatto la morale: "dovete cambiare abitudini, dovete passare al green, dovete cambiare consumi".

Alla fine è cambiata una cosa sola: ci stanno togliendo anche l'aria per respirare.
Ma la cosa che fa ribollire il sangue, il vero crimine contro il Popolo Siciliano, è un altro. È la mostruosa, inaccettabile presa per il c**o che subiamo ogni santo giorno.

NOI IL PETROLIO LO ESTRAIAMO. NOI LO RAFFINIAMO.

Guardate le nostre coste. Guardate Augusta, Priolo, Melilli, Milazzo, Gela.

Le più grandi raffinerie d'Europa sono qui, impiantate sulla nostra pelle. Noi ci mettiamo il territorio, noi ci mettiamo l'inquinamento, noi paghiamo il prezzo in calo demografico, tumori, malformazioni e devastazione ambientale.

Respiriamo veleno per raffinare il carburante di mezza nazione. E qual è il ringraziamento dello Stato centrale?

In Sicilia paghiamo il carburante più caro d'Italia.

È la perfetta definizione di colonialismo. Ci usano come piattaforma estrattiva, ci devastano casa e poi ci rivendono il prodotto del nostro stesso sacrificio a prezzi da strozzinaggio. Il carburante fa "chilometro zero" dalle nostre raffinerie alle nostre pompe, eppure ci caricano sopra accise, tasse e balzelli per ingrassare i salotti romani.
E adesso arriva la "soluzione" del governo.
Il taglio di 17 centesimi sul gasolio prorogato per... cinque giorni.

Fino al 11 settembre.

CINQUE GIORNI.

Non è un aiuto, è un'elemosina lanciata ai cani. È l'aperitivo che il padrone offre allo schiavo prima di tornare a frustarlo dall'11 settembre in poi.

E guai a ribellarsi! Subito si alzano in coro i mezzobusti dei telegiornali e i politici ascari di casa nostra a spiegarci che "è colpa della situazione internazionale".

Magnifico. L'alibi perfetto.

Sale la benzina?

La situazione internazionale.
Sale la spesa? La situazione internazionale.
Menzogne. Se il petrolio viene estratto e raffinato qui, a casa nostra, la geopolitica è solo una scusa per legittimare un furto di Stato. Non è la situazione internazionale che fissa il prezzo alla p***a in Sicilia: è la deliberata volontà politica di tenerci in ginocchio!

Mentre nei palazzi si riempiono la bocca di "scenari globali", il siciliano prende in mano la pi***la del distributore.

Guarda il display. Mette 20 euro. E non scende nemmeno una lacrima di benzina.

Moltiplicate questo furto per chi ogni giorno deve fare 100 chilometri per raggiungere un ospedale non chiuso, per il furgone del nostro artigiano, per l'agricoltore che non riesce più ad accendere il trattore, per chi vive nell'entroterra siciliano dove i treni non esistono dal dopoguerra.

Quei centesimi rubati sono il nostro futuro che evapora.

Essere derubati fa rabbia, ma essere trattati da idioti è insopportabile.

Ci trattano come se non capissimo che il problema non viene "da lontano". Il problema è stampato in cifre luminose alte trenta centimetri in ogni stazione di servizio della nostra Isola: 2,05... 2,16... 2,23.

Quello non è mercato. Quella è un'estorsione legalizzata ai danni della Nazione Siciliana. E lo scontrino non ha colore politico, destra o sinistra: è solo il certificato della nostra sottomissione.

Il Movimento Siciliano D’azione vi chiama a una ribellione delle coscienze.
Non possiamo più limitarci a borbottare mentre facciamo il pieno, controllando col terrore il saldo del conto corrente.
Dobbiamo alzare la testa. Dobbiamo pretendere il controllo delle nostre risorse e delle nostre accise. Se raffinano qui, la Sicilia deve avere l'energia e il carburante a prezzi agevolati, come risarcimento minimo per ciò che diamo! Altrimenti se ne tornino a raffinare a Milano o a Roma!

Il fronte, fratelli siciliani, non è in qualche paese lontano raccontato dai tg.
Il fronte passa esattamente dalla p***a di benzina sotto casa vostra.
È ora di smettere di essere bancomat e tornare ad essere un Popolo.

✊ Movimento Siciliano D’azione

IL REGNO UNITO TREMA, I POPOLI SI ALZANO: QUANDO TOCCHERÀ ALLA SICILIA E ALLA SARDEGNA?​Mentre i media tradizionali prov...
16/09/2026

IL REGNO UNITO TREMA, I POPOLI SI ALZANO: QUANDO TOCCHERÀ ALLA SICILIA E ALLA SARDEGNA?

​Mentre i media tradizionali provano a minimizzare, a Cardiff è appena andata in scena una pagina di storia che smentisce una volta per tutte la narrazione dei "patrioti da salotto": Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno firmato un memorandum d'intesa storico.

​Per la prima volta dal 1999, i capi di governo di tutte e tre le nazioni costitutive del Regno Unito – guidati da forze indipendentiste – si sono uniti per ribadire un principio non negoziabile: il diritto all'autodeterminazione dei Popoli.

Nessun governo centrale, nessuna Westminster può bloccare la democrazia o decidere il futuro di chi abita quei territori. E sullo sfondo, la ferita mai richiusa della Brexit e la volontà chiara di tornare a guardare all'Europa come spazio naturale di libertà e sviluppo.

​Facciamo un passo indietro e guardiamo in casa d’altri.

Stiamo parlando della Gran Bretagna: una delle potenze economiche e militari più grandi, antiche e strutturate del pianeta. Eppure, in uno Stato di questo calibro, parlare di indipendenza, di autodeterminazione e di riforme costituzionali non è un tabù, né una bestemmia istituzionale. È democrazia. È il riconoscimento elementare che dentro uno stesso perimetro statale possono (e debbono) coesistere diverse identità e diversi Popoli sovrani.

​E allora guardiamo al nostro mare, guardiamo a noi.

​La Sicilia e la Sardegna sono le più grandi isole-nazione senza stato d'Europa. Terre ricche di storia, di risorse, di cultura e di un potenziale geopolitico ed economico straordinario, tenute ostaggio da un centralismo romano inefficiente, sordo e predatorio.

​La domanda, a questo punto, sorge spontanea e brucia come una ferita aperta:

Quando la Sicilia e la Sardegna riusciranno a esprimere dei governi realmente patriottici, liberi dai diktat dei partiti nazionali, e ad organizzare un fronte comune e un evento di portata storica pari a quello di Cardiff?

​Il futuro non si attende, si conquista. I popoli d’Europa stanno rompendo le catene dell’accentramento e della dipendenza.

L'Italia sarà pronta per quando toccherà a noi?

16/09/2026

PIO LA TORRE, I VERI MANDANTI

Chi voleva davvero la morte di Pio La Torre? Solo Cosa Nostra, o anche qualcuno fuori dalla mafia?

In questo video ripercorriamo la storia di un siciliano che ha pagato con la vita la sua lotta contro la mafia, e poniamo le domande che in tanti hanno preferito evitare.

Guardatelo e condividetelo. La verità è il primo passo verso una Sicilia libera.

✊Movimento Siciliano d'Azione

IL COLPO DI GRAZIA DEI CARNEFICI DI ROMA E DEI COMPLICI PALERMITANI: SCATTA LA RAPINA DI STATO DEL +18% SUI TRAGHETTI, L...
16/09/2026

IL COLPO DI GRAZIA DEI CARNEFICI DI ROMA E DEI COMPLICI PALERMITANI: SCATTA LA RAPINA DI STATO DEL +18% SUI TRAGHETTI, LA SICILIA SI RIBELLA!

L'ennesimo pizzo legalizzato sulla pelle del Popolo Siciliano è servito. Da domani, nel silenzio assordante e complice dei palazzi palermitani, scatta la ghigliottina del rincaro del 18% sui biglietti dei traghetti per le nostre Isole Minori. Un atto criminale, cinico e spietato, calato dall’alto attraverso una scellerata convenzione statale che ha come unico obiettivo ingrassare i signori dei monopoli del mare e affamare inesorabilmente la nostra gente.

Avevano provato a gettarci fumo negli occhi, vigliacchi come sempre. Avevano "congelato" questa rapina a inizio agosto, terrorizzati dall’idea che la sacrosanta rabbia popolare potesse esplodere in pieno Ferragosto, rovinando i loro comodi salotti estivi e le loro ipocrite passerelle. Una miserabile farsa politica orchestrata dai vertici della Regione Siciliana, che oggi si rivela in tutta la sua disgustosa natura: un vergognoso rinvio a orologeria. Passata l'estate e incassati i profitti, il boia torna a colpire. La Società di Navigazione Siciliana batte cassa per la Siremar, e a pagare col sangue sono i residenti, i lavoratori pendolari, il trasporto merci e la dignità stessa di un popolo.

Non dimentichiamo l'infamia che ha preceduto questo scempio: ci hanno già imposto un aumento mostruoso del 56% sulle tratte statali dal giugno 2022, accompagnato da un taglio sistematico, chirurgico e vergognoso delle corse. Prima ci tolgono le navi, isolandoci dal resto del mondo e condannandoci all'arretratezza, poi ci costringono a pagare a peso d'oro un servizio da terzo mondo! Questo non è un semplice aggiustamento tariffario, questo è un deliberato e violento piano di deportazione economica. Vogliono spopolare le nostre isole, trasformando le nostre terre in riserve esclusive o in scogli abbandonati al loro destino, schiacciando senza pietà chi vive e lavora qui trecentosessantacinque giorni all'anno.

Il Movimento Siciliano d’Azione non arretrerà di un singolo millimetro davanti a questa macelleria sociale e territoriale. I politicanti da strapazzo, che balbettano finte promesse e fingono sconcerto a scoppio ritardato, sono i perfetti ascari di un sistema coloniale che continua a drenare le nostre risorse per mantenere intatti i privilegi di Roma. Il nostro movimento parla con la voce di chi subisce questi soprusi sulla propria pelle ogni giorno, senza filtri e senza padroni.

La misura è definitivamente colma. Le Isole Minori non sono e non saranno mai il bancomat dello Stato italiano o delle lobby marittime. Esigiamo il blocco immediato, totale e definitivo di questo furto, l'annullamento stralcio di una convenzione capestro che ci strangola giorno dopo giorno e la restituzione immediata di tutte le corse cancellate. La Sicilia deve riprendersi il controllo assoluto dei propri mari, delle proprie infrastrutture e del proprio futuro, cacciando a calci chi specula sul nostro isolamento.

È arrivato il momento di alzare la testa, spezzare le catene del sopruso e lottare con ogni mezzo per la nostra libertà economica e sociale.

La Sicilia si difende lottando, aspramente e senza sconti!

CI RIDANNO LE PREFERENZE. MA SOLO PER FINTAIl Paese ha mille emergenze aperte e loro a cosa si dedicano? Alla legge elet...
15/09/2026

CI RIDANNO LE PREFERENZE.
MA SOLO PER FINTA

Il Paese ha mille emergenze aperte e loro a cosa si dedicano? Alla legge elettorale. E come sempre, quando ci mettono le mani, ne esce la versione peggiore possibile.

Il 10 settembre il Senato ha approvato l'emendamento Lisei con 97 sì e 67 no. Poche ore prima aveva bocciato, 68 a 99, il subemendamento che chiedeva semplicemente di cancellare i capilista bloccati e restituire agli elettori la scelta piena. Poi tutti in piazza a festeggiare: "abbiamo reintrodotto le preferenze". Falso, fuorviante, e a nostro giudizio pure incostituzionale.

COME FUNZIONA DAVVERO QUESTA TRUFFA DELLE ETICHETTE

Sulla scheda troverete liste da sette nomi. Il primo, il capolista, sta graficamente staccato dagli altri, ed è blindato: entra a prescindere, senza che nessun elettore possa toccarlo. Sotto di lui, sei disgraziati che dovranno scannarsi a colpi di preferenza per un posto che al capolista è già garantito in partenza.
Stessa lista. Stessa scheda. Due pesi e due misure. Chi è stato scelto dall'alto passa comunque, chi si presenta al giudizio dei cittadini deve sudarselo.

Si chiama sperequazione, e basta questo, prima ancora di entrare negli altri dettagli, tutti peggiori, per bollare la norma come indecente.
E la beffa finale: per i capilista sparisce la quota di genere 60/40 che il Rosatellum prevedeva. Tradotto, il posto blindato può essere assegnato senza alcun vincolo. Non è una svista, è il punto: quel posto deve restare libero per chi decide la segreteria.

PERCHÉ PER LA SICILIA È ANCORA PEGGIO

Qui la faccenda diventa una presa in giro totale. Nelle circoscrizioni dove una lista conquista un solo seggio, e in Sicilia capiterà spessissimo, quel seggio va automaticamente al capolista. Uno solo. Bloccato. Deciso a Roma.

In quel caso le preferenze non sono un diritto, sono un addobbo. Il cittadino siciliano crede di scegliere, mette la crocetta, e intanto il suo parlamentare era già stato nominato in una stanza a mille chilometri di distanza. Come sempre. Come i commissari, come i piani, come i decreti.

Aggiungeteci il premio di governabilità: chi arriva al 42 per cento si porta a casa 70 deputati e 35 senatori in regalo. Sommate i capilista blindati ai seggi del premio e ditecelo voi quanti eletti, alla fine, avranno davvero ricevuto un voto personale.

LA MEMORIA È UNA COSA SCOMODA

Il 22 gennaio 2024 Giorgia Meloni dichiarava che erano disposti a votare qualsiasi legge elettorale purché ci fossero le preferenze. Due anni dopo le preferenze arrivano dimezzate, con il posto più importante sottratto agli elettori. Chiamarla coerenza è un atto di fede.
E non finisce qui: il testo prevede pure che il nome del candidato premier sia stampato accanto al simbolo. Un capo indicato dal partito, un capolista indicato dal partito, un premio di seggi indicato dalla legge. Agli elettori restano sei caselle in fondo alla lista.

COSA DICIAMO NOI

Il Movimento Siciliano d'Azione lo dice senza giri di parole: una legge che divide i candidati in cittadini di serie A e di serie B non è una riforma, è una assicurazione sulla vita per la classe dirigente che la scrive.

1. Preferenze piene, senza capilista bloccati. Se un candidato vale, lo dicano gli elettori, non le segreterie.
2. Nessun seggio assegnato senza voto personale. Chi entra in Parlamento deve avere un nome scritto da qualcuno su una scheda.
3. Quote di genere applicate a tutti i posti, capilista compresi. Altrimenti la parità è uno slogan da convegno.
4. Nessuna legge elettorale approvata a colpi di fiducia e voti segreti, a pochi mesi dal voto.

Il voto finale al Senato è previsto il 15 settembre, poi il testo torna alla Camera dal 28. C'è ancora tempo per fermarla, e c'è ancora tempo perché i parlamentari eletti in Sicilia decidano da che parte stare: con chi li ha nominati, o con chi li ha votati.

Ai siciliani, invece, una sola raccomandazione. Quando vi diranno che vi hanno restituito le preferenze, guardate bene la scheda. Il primo nome, quello staccato in alto, non l'avete scelto voi.

Continuiamo pure così: la riforma peggiore è sempre quella ancora da scrivere.

Movimento Siciliano d'Azione

LA RIVOLTA DEL SETTE E MEZZO: CENTOSESSANT'ANNI DALLA SICILIA CHE DISSE NOIl 16 settembre 1866 Palermo insorge. Per sett...
15/09/2026

LA RIVOLTA DEL SETTE E MEZZO: CENTOSESSANT'ANNI DALLA SICILIA CHE DISSE NO

Il 16 settembre 1866 Palermo insorge. Per sette giorni e mezzo, da cui il nome che la storia le ha dato, la seconda città del nuovo Regno d'Italia sfugge al controllo dello Stato. Non contro uno straniero venuto dal mare, ma contro Torino, contro quello Stato che appena sei anni prima era arrivato promettendo libertà.

Cinque anni dopo Parigi si solleverà contro Versailles e l'Europa parlerà di Comune per un secolo. Palermo aveva già fatto la sua, e nessuno l'ha raccontata.

PERCHÉ SI ARRIVA AL 1866

Chi riduce il Sette e Mezzo a una sommossa di affamati non capisce nulla, né della Sicilia né dello Stato che la governava. La rivolta nasce da un accumulo preciso di atti di governo, tutti databili, tutti documentati.

La leva obbligatoria. Sotto i Borbone il carico militare sui siciliani era leggero e per lo più isolano. I Savoia impongono una coscrizione lunga e lontana. La renitenza alla leva diventa un fenomeno di massa, e lo Stato risponde con rastrellamenti nelle campagne, arresti dei familiari, taglie. Il nuovo ordine si presenta ai contadini con il volto del carabiniere che porta via un figlio.

Il corso forzoso. Dal maggio 1866, per finanziare la guerra all'Austria, il governo impone la carta moneta non convertibile. In un'economia rurale che vive di piccoli scambi, significa prezzi che salgono e risparmi che evaporano.

Il fisco. L'imposta fondiaria, i dazi di consumo sui generi di prima necessità, la tassazione dell'Italia sabauda calata su una società più povera e con meno liquidità. Si tassa fino all'osso chi non ha niente, mentre le terre demaniali ed ecclesiastiche finiscono all'asta e le comprano i soliti, i galantuomini, i cappelli, gli stessi che nel 1860 avevano acclamato Garibaldi.

La soppressione degli enti ecclesiastici. La legge del luglio 1866 incamera i beni degli ordini religiosi e getta sul lastrico conventi che in Sicilia erano rete di assistenza, credito e soccorso per i poveri. Non fu solo una questione di fede, fu la distruzione dell'unico ammortizzatore sociale che il popolo avesse.

L'umiliazione. Custoza a giugno, Lissa a luglio. I siciliani strappati alle campagne muoiono per generali incapaci, in una guerra che lo Stato perde sul campo e vince solo al tavolo delle trattative, grazie alla Prussia.

Aggiungete una burocrazia venuta da fuori che considerava i siciliani una popolazione da educare a colpi di decreto, il divieto delle abitudini di strada in nome del decoro, il ridimensionamento delle feste popolari, e avete il quadro. Miseria e arroganza insieme.

SETTE GIORNI E MEZZO

All'alba del 16 settembre le squadre scendono dai paesi della Conca d'Oro, da Monreale, da Misilmeri, da Bagheria, e trovano la città che le aspetta. Decine di migliaia di insorti. Cadono le caserme periferiche, si alzano le barricate, si assaltano le carceri. Le autorità si asserragliano nel Palazzo Reale e nei forti e chiedono aiuto al continente.

Non fu una folla cieca. Fu una città che si organizzò. Le maestranze artigiane, le corporazioni, i quartieri, ognuno con la propria struttura. Si requisirono e si distribuirono viveri e medicine, si curarono i feriti nei conventi, si presidiarono i campanili. Un potere popolare improvvisato, che durò quanto poteva durare.

E fu un fronte largo, come tutte le insurrezioni vere. Repubblicani e autonomisti, ex garibaldini delusi, clero povero colpito dalle leggi eversive, legittimisti nostalgici, braccianti senza terra. Si gridava Viva la Repubblica e si gridava Viva Santa Rosalia, e non c'è contraddizione: c'era un solo punto in comune, il rifiuto di quello Stato. Chi oggi usa questa eterogeneità per liquidare la rivolta come reazionaria dimentica che tutte le rivoluzioni popolari nascono così, e che a decidere il loro senso è ciò contro cui insorgono.

LA RISPOSTA DELLO STATO

Da Firenze, da Napoli, dalla Toscana partono le truppe. Il generale Raffaele Cadorna arriva con un corpo di spedizione valutato in circa quarantamila uomini, più di quanti lo Stato ne avesse saputi schierare con efficacia contro l'Austria. La flotta bombarda dal mare i quartieri insorti. Si proclama lo stato d'assedio, si insediano i tribunali militari, si fucila, si arresta a migliaia, si deporta.

Quante vittime, non lo sapremo mai con precisione, perché fu lo Stato stesso a non volerle contare. Le stime degli storici parlano di diverse centinaia di morti, per alcune ricostruzioni oltre il migliaio, e di un numero enorme di arrestati e deportati nelle settimane successive. Il dato politico però è indiscutibile e nessuno lo nega: nel 1866 il Regno d'Italia usò contro una propria città un apparato militare superiore a quello impiegato in guerra contro una potenza straniera.

Palermo venne dichiarata città ribelle e trattata da territorio nemico occupato. Questo è il punto che la storiografia ufficiale non riesce a digerire.

LA MEMORIA CANCELLATA

La rimozione fu immediata e deliberata. Il governo parlò di banditismo, di clero sobillatore, di mafia, di plebe selvaggia. Tutto pur di non nominare la parola vera, che era politica: un popolo aveva rifiutato la legittimità di uno Stato.

Eppure le carte esistono. Le cronache cittadine, gli atti giudiziari, e soprattutto l'inchiesta parlamentare sulle condizioni della Sicilia del 1875 e 1876, che dieci anni dopo fotografò un'isola spogliata, amministrata da estranei, tenuta insieme dalla forza e dalla mediazione criminale. Lo Stato italiano sapeva perfettamente cosa aveva prodotto in Sicilia. Ha scelto di non cambiarlo.

NON È UNA TESI NOSTRA

Che il Mezzogiorno sia stato incorporato come periferia subordinata e non come parte alla pari non è una fantasia indipendentista. Lo scrissero Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti, contabilizzando il drenaggio fiscale e il dirottamento degli investimenti verso il Nord. Lo scrisse Antonio Gramsci, definendo il Sud un mercato coloniale interno, tenuto insieme da un blocco tra agrari meridionali e industria settentrionale. Noi non facciamo altro che trarre da quelle analisi la conclusione politica che loro non vollero trarre: se il rapporto è coloniale, la soluzione è l'indipendenza.

OGGI

Centosessant'anni dopo, la forma è cambiata e la sostanza no. Risorse estratte e lavorate altrove, una rendita energetica e logistica che non lascia nulla a terra, servitù militari decise a Roma su territorio siciliano, giovani che partono a centinaia di migliaia come partivano allora, e un ceto politico locale che continua a fare quello che fecero i galantuomini del 1866, cioè mediare la propria sottomissione in cambio di una quota del bottino.

Ricordare il Sette e Mezzo non è archeologia. È ricordare che la Sicilia non ha mai dato il suo consenso, che le fu estorto con il cannone, e che ciò che si tiene in piedi con la forza si può sciogliere con la volontà.

Palermo è fiera delle sue rivoluzioni. La Sicilia aspetta ancora quella definitiva.

Movimento Siciliano d'Azione

DAL SANGUE DI DON PUGLISI NASCE ANCORA RIVOLUZIONE…Il 15 settembre 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno...
15/09/2026

DAL SANGUE DI DON PUGLISI
NASCE ANCORA RIVOLUZIONE…

Il 15 settembre 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, Cosa Nostra assassinava a Brancaccio padre Pino Puglisi. Non un prete qualsiasi: un uomo che aveva deciso di strappare i ragazzi alla strada, di aprire le porte della parrocchia e di costruire giustizia sociale là dove lo Stato era assente, e dove quando arrivava era complice.

La sua chiesa era la strada, la sua messa era la lotta, il suo Vangelo era l'impegno quotidiano. Aveva capito una cosa semplice e per questo pericolosa: la mafia non si combatte solo con i processi, si combatte togliendole la materia prima, cioè la miseria, l'ignoranza, il bisogno che trasforma un quartiere in un serbatoio di manovalanza.

Per questo lo hanno ucciso. Perché aveva dimostrato che la mafia non è invincibile, e che la dignità popolare può riscattare Brancaccio e con Brancaccio la Sicilia intera.

IL PARROCO CHE ABBATTEVA IL MURO DELLA PAURA

Nel 1990 arrivò a San Gaetano, mandato dal cardinale Pappalardo. Trovò un quartiere senza scuola media, senza fogne, senza consultorio, senza lavoro, senza futuro. Solo ragazzi cresciuti in strada e famiglie piegate dal ricatto. E disse: "Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto."

Nacque così il Centro Padre Nostro.

Cominciarono le battaglie per la scuola, per i servizi essenziali, contro gli scantinati trasformati in covi della cosca, contro le intimidazioni, contro quella pedagogia del silenzio che è la vera costituzione materiale della mafia.

Ma il silenzio non faceva parte del suo vocabolario. E allora arrivarono le minacce, gli incendi, le aggressioni ai ragazzi. Infine il piombo.

UNA MORTE POLITICA

La giustizia ha condannato i fratelli Graviano come mandanti e il commando che lo freddò con un colpo alla nuca. La Chiesa lo ha proclamato martire, ucciso in odio alla fede. Ed è vero, ma bisogna dire quale fede: a Brancaccio la fede di Puglisi si chiamava scuola, lavoro, casa, dignità. Era una fede che toglieva consenso, uomini e territorio al potere criminale. I Graviano non spararono a un'idea di Dio, spararono a un progetto di liberazione popolare.

Salvatore Grigoli, il killer, anni dopo raccontò quel sorriso e quelle parole, "me l'aspettavo". Era la prova che un uomo solo, senza scorta e senza armi, poteva scuotere le fondamenta di un sistema di potere.

LA MEMORIA ADDOMESTICATA

Oggi lo commemorano tutti. Lo commemorano anche i partiti che hanno costruito carriere sul voto di scambio, anche le istituzioni che per tre anni lasciarono un prete solo davanti a un mandamento intero. La santificazione di stato serve a questo: a trasformare un uomo scomodo in un santino innocuo, a celebrare il morto per non fare i conti con le ragioni per cui è stato ucciso.

Noi rifiutiamo questa memoria addomesticata. Ricordare Puglisi non è devozione, è un atto politico.

LA SICILIA È ANCORA UNA COLONIA

La mafia non è mai stata un corpo estraneo alla storia d'Italia in Sicilia. È stata usata contro i contadini di Portella della Ginestra, tollerata durante il sacco di Palermo, cercata nei momenti decisivi dai centri del potere nazionale. È il braccio armato di una borghesia parassitaria che vive di rendita, di appalti, di trasferimenti, e che ha bisogno che la Sicilia resti povera, dipendente e ricattabile.

Ecco perché questa terra non si salverà con i commissari mandati da Roma, né con i padrini della borghesia mafiosa. Le due cose non si combattono a vicenda, si reggono a vicenda. L'unica via è quella che Puglisi aveva intuito da parroco e che noi rivendichiamo da militanti: educare, organizzare, liberare.

Trentatré anni dopo, la Sicilia è ancora prigioniera degli stessi poteri che lo vollero morto. Ma dal suo sangue nasce ancora la speranza di una Sicilia indipendente, capace di spezzare le catene e di costruire futuro.

“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉é 𝒔𝒆 𝒐𝒈𝒏𝒖𝒏𝒐 𝒇𝒂 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒐𝒔𝒂, 𝒂𝒍𝒍𝒐𝒓𝒂 𝒔𝒊 𝒑𝒖ò 𝒇𝒂𝒓𝒆 𝒎𝒐𝒍𝒕𝒐…”

E quel molto, noi, lo vogliamo fare!

✊ Movimento Siciliano d'Azione

“SCHIFANI HA FATTO BENE". LO DICE CHI NON HA MAI ASCOLTATO UN SICILIANO👉 GRAZIE, DON RAFFAELE. CI MANCAVA SOLO LA SUA BE...
15/09/2026

“SCHIFANI HA FATTO BENE".
LO DICE CHI NON HA MAI ASCOLTATO UN SICILIANO

👉 GRAZIE, DON RAFFAELE.
CI MANCAVA SOLO LA SUA BENEDIZIONE

Raffaele Lombardo lo dice senza batter ciglio:

“𝘚𝘤𝘩𝘪𝘧𝘢𝘯𝘪 𝘩𝘢 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘣𝘦𝘯𝘦, 𝘩𝘢 𝘳𝘪𝘭𝘢𝘯𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘚𝘪𝘤𝘪𝘭𝘪𝘢. 𝘕𝘰𝘯 𝘩𝘰 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘵𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘷𝘰𝘤𝘦 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘴𝘴𝘦𝘯𝘴𝘰.”

Non l'ha sentita….

Non l'ha sentita nei paesi con l'acqua razionata, dove si contano i giorni tra un'autobotte e l'altra come in tempo di guerra.

Non l'ha sentita nei pronto soccorso dove si aspetta ore una barella, e nelle liste d'attesa dove una visita arriva dopo mesi, se arriva.

Non l'ha sentita mentre l'Isola bruciava.

Non l'ha sentita negli aeroporti di settembre, pieni di ventenni col trolley in mano che partono e non tornano più, portandosi via l'unica ricchezza vera che questa terra abbia mai prodotto, cioè i suoi figli.

Non l'ha sentita perché quella voce nelle sue stanze non entra. Lì il dissenso non si ascolta: si compra, o si fa accomodare fuori.

Rilanciata verso dove, di grazia?

Verso l'ultimo posto d'Europa per lavoro, sanità, trasporti, povertà? Se questo è il rilancio, per carità, fermatevi prima che ci finiate del tutto.

Ma il capolavoro arriva dopo. Il punto di svolta per la Sicilia, spiega il decano dell'autonomismo, sarà capire se entro fine mese passa la riforma elettorale. A Roma. Fra partiti romani. Su una legge romana.

Ecco a cosa è ridotto l'autonomismo di professione: un uomo che ha campato una vita sulla parola autonomia e che aspetta col cappello in mano di sapere cosa decidono in Transatlantico, prima di dirci quando dobbiamo votare noi.

E badate bene, perché qui sta il punto che nessuno di loro vuole sentire.
L'Autonomia siciliana nessuno ce l'ha regalata. L'abbiamo ottenuta noi, nel 1946, quando l'Italia aveva paura di questa terra e capì che doveva trattare. Ce la siamo presa con la lotta, con il movimento, con la determinazione di un popolo che chiedeva di decidere di sé. Era uno Statuto speciale, con poteri veri, con le nostre entrate fiscali, con l'alta corte a difenderlo.

Poi è arrivata questa gente.

E in settant'anni l'hanno smontata pezzo per pezzo, articolo per articolo, in cambio di poltrone, consulenze, carrozzoni e posti al tavolo romano. Benefici per figli e nipoti.

Non ci hanno negato l'autonomia:
ce l'hanno venduta sottobanco, al dettaglio, tenendosi il resto.

Questo è il loro vero curriculum.
Non hanno difeso lo Statuto, l'hanno usato come bancomat. Hanno trasformato la conquista di un popolo nel privilegio di una casta. Oggi invocano l'autonomia quando serve a proteggere un ufficio, una clientela, un ente inutile che campa di soldi pubblici siciliani. E la dimenticano all'istante quando servirebbe a rivendicare le nostre entrate, l'energia, i porti, l'acqua, il nostro diritto di decidere. Lì la voce si abbassa. Lì diventa tutto prematuro, inopportuno, da vedere con calma con gli amici di Roma.

Predicano autonomia e razzolano sottomissione. Da una vita.

Poi, per chiudere in bellezza, il dibattito sulle figurine. Dove andrà Cateno De Luca?
Chissà, troverà qualche minuto per riflettere. Qualche minuto. Il destino di cinque milioni di persone ridotto a un problema di posti a sedere, a un calcolo su quanti voti porta in dote e a chi.

Non chiediamo a loro di cambiare:

sarebbe come chiedere a un dinosauro di imparare il pianoforte.
Non cambieranno mai.
Il sistema che hanno costruito non è rotto, funziona benissimo. Funziona per loro.
Sono l'ultima generazione di dinosauri di una stagione che si è mangiata il futuro di tre generazioni di siciliani, e pretendono pure il rispetto.

Il rispetto si guadagna.
Voi avete solo un conto da pagare.

Ai siciliani chiediamo una cosa sola:
smettere di applaudire. Smettere di ringraziare chi ci ha impoverito. Smettere di votare chi promette autonomia e consegna obbedienza.

Il Movimento Siciliano d'Azione nasce per questo. Non vogliamo un'autonomia mendicata al tavolo dei partiti nazionali. Vogliamo autodeterminazione e giustizia sociale. Vogliamo che la ricchezza di questa terra resti a questa terra e a chi ci lavora.
Che i suoi figli migliori possano vivere nella loro terra, e che non sia un privilegio regalato solo ai figli della casta!

Autonomisti a parole, chierichetti nei fatti.

E la cosa più comica, se non fosse tragica, è che pretendono pure la riconoscenza. Ci hanno consegnato una terra con il mare, il sole, il grano, il turismo e la posizione più strategica del Mediterraneo, l'hanno portata all'ultimo posto di ogni classifica europea, e adesso vengono a spiegarci che si è lavorato bene.

Applausi. Standing ovation. Bis.

Il punto di svolta non è la riforma elettorale di Roma, don Raffaele. Il punto di svolta è il giorno in cui i siciliani smetteranno di ridere alle vostre battute e capiranno che la barzelletta siete voi.

E quel giorno arriva.
Arriva prima di quanto crediate.

Indirizzo

Piazza Del Parlamento, 1
Palermo
90134

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