Movimento Siciliano d'Azione

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L’ORGOGLIO DEL RIFIUTO: QUANDO IL POPOLO SI FECE NAZIONELa storia della Sicilia non è una successione passiva di dominaz...
08/09/2026

L’ORGOGLIO DEL RIFIUTO: QUANDO IL POPOLO SI FECE NAZIONE

La storia della Sicilia non è una successione passiva di dominazioni e concessioni, ma una trama f***a di insurrezioni popolari in cui l'autodeterminazione si è fatta carne e sangue. Il settembre del 1848 a Messina non rappresentò una semplice sommossa urbana, ma il momento apicale della Rivoluzione siciliana, in cui l'isola intera rivendicò la propria sovranità politica contro il centralismo dispotico borbonico. In quella trincea non si combatteva per un cambio di governo, ma per la dignità di un popolo che rifiutava di vivere in ginocchio.

Nel cuore delle Cinque Giornate di Messina c’è una vicenda che ancora oggi racconta il prezzo della libertà: quella dei Camiciotti. Giovani messinesi che, braccati e senza possibilità di fuga, affrontarono il destino scegliendo di non arrendersi.

L’ASSEDIO DEL POTERE E LA RISPOSTA COMUNITARIA

Di fronte al fuoco spietato delle artiglierie straniere e mercenarie inviate da un potere assolutista, Messina mise in campo una mobilitazione totale e spontanea. La difesa non fu delegata a corpi d'élite o a calcoli diplomatici: fu il corpo vivo della cittadinanza a sollevarsi. Figure come Rosa Donato, le sorelle Vadalà e le orchestre civiche che sfidavano le bombe per le strade dimostrarono come l'atto di resistenza fosse una responsabilità collettiva, trasversale a ogni classe e genere. Non un esercito di mestiere, ma una comunità che difendeva la propria terra e il diritto di decidere del proprio destino.

L'ESTREMA LIBERTÀ DEI CAMICIOTTI

Al centro di quella drammatica prova di forza rimasero giovani poco più che ventenni, uniti soltanto da una semplice blusa da lavoro: i Camiciotti. Asserragliati nel chiostro del convento della Maddalena, privi di approvvigionamenti e travolti dalle brecce del cannoneggiamento, quei ragazzi scelsero l'abisso di un pozzo invece della resa all'invasore. L'atto di gettarsi in fondo a quelle pietre prima che il nemico potesse disarmarli non fu disperazione, ma l'affermazione suprema che la libertà di un individuo e di un popolo è inalienabile. Di fronte al ricatto della tirannia, la negazione del compromesso divenne la loro vittoria storica.

DALLA MEMORIA DIMENTICATA ALLA COSCIENZA POLITICA

Ridurre quel sacrificio a un toponimo su una targa stradale o a una nota a piè di pagina significa accettare l'amnesia culturale che per decenni ha cercato di disarmare l'orgoglio siciliano. Riconoscere il valore dei Camiciotti e dei martiri del 1848 significa riappropriarsi della consapevolezza che i siciliani hanno saputo lottare, governarsi e resistere con fierezza.

Quella memoria non appartiene al museo: è il pilastro identitario su cui rifondare la coscienza civile e politica di una terra che non può più dimenticare da dove viene la propria voce.

ZIA, ALLOGGIO E BONIFICO: A PALERMO PARTE IL PROCESSO CHE FINIRÀ A CANNOLI E TARALLUCCISipario, applausi, parte la sigla...
08/09/2026

ZIA, ALLOGGIO E BONIFICO: A PALERMO PARTE IL PROCESSO CHE FINIRÀ A CANNOLI E TARALLUCCI

Sipario, applausi, parte la sigla della solita sceneggiata palermitana. Davanti alla terza sezione penale va in scena il grande classico dell’autunno siciliano: il processo che promette tempesta e consegnerà la consueta bonaccia con vassoio di cannoli.

Al centro del palco c’è l’assessora regionale al Turismo Elvira Amata, accusata di aver confuso le deleghe del suo assessorato con un’agenzia di collocamento familiare. La trama, va detto, brilla per totale assenza di fantasia. L'accusa sostiene che per far arrivare un contributo pubblico da ben 30mila euro alla kermesse “Donna, Economia e Potere”, l’assessora abbia intascato la moneta più pregiata dell'Isola: la sistemazione del nipotino.

Contratto di lavoro da settembre a marzo e persino il pernottamento al b&b pagato fino all'ultimo centesimo, con tanto di fattura da 4.590 euro e novanta centesimi (perché la precisione contabile, quando si tratta di parenti, è d’obbligo). Più che “Donna, Economia e Potere”, il titolo perfetto per il convegno sarebbe stato “Zia, Alloggio e Bonifico”.

Ma il vero capolavoro comico non sta nella mediocrità del presunto baratto, svendere l'onore della Regione per sei mesi di stipendio e un comodino in affitto è quasi un insulto alla grande tradizione del malaffare, bensì nella solenne liturgia giudiziaria che ne seguirà.

L’imprenditrice che ha pagato il conto ha già rimediato due anni e sei mesi col rito abbreviato, ma guai a pensare che a palazzo d’Orléans qualcuno stia tremando. In Sicilia la giustizia è un elastico che si allunga a dismisura fino a quando non scatta la formula magica del “non luogo a procedere” o l'oblio della prescrizione. Abbiamo visto Totò Cuffaro distribuire vassoi giganti di cannoli e tornare immacolato nume tutelare della politica locale; figuriamoci se un B&B e un tirocinio semestrale possono scalfire le granitiche poltrone dell'ARS.

Gli avvocati scalderanno i motori, le eccezioni preliminari fioccheranno come neve sulle Madonie, si apriranno fascicoli, si nomineranno periti per calcolare se la colazione del nipotino includesse o meno il cornetto, e intanto il tempo scorrerà docile. Finirà, come da copione secolare, a tarallucci, vino zibibbo e abbracci in corridoio.

L’assessora spiegherà che il nipote passava di lì per caso, i trentamila euro erano puro mecenatismo culturale e la stanza d'albergo un mero disguido della reception.

Restano sul campo i soliti figuranti inutili:

i cittadini che pagano le tasse, convinti ancora che il denaro pubblico serva a promuovere la Sicilia e non a pagare il pernotto ai parenti degli inquilini di Palazzo dei Normanni. Ma non temete: tra qualche anno, archiviata la farsa, ci ritroveremo tutti allo stesso convegno di gala, a brindare al potere delle donne, degli zii e delle camere con colazione inclusa.

Presto o tardi verrete giudicati da un tribunale popolare e non vi sarà più pietà per nessuno.

"DA SOLI NON CE LA FACCIAMO PIÙ": LA TRAGEDIA DI BIANCA, LUCA E VALENTINA È UN OMICIDIO DI STATO. BASTA FARSE SULLA PELL...
07/09/2026

"DA SOLI NON CE LA FACCIAMO PIÙ": LA TRAGEDIA DI BIANCA, LUCA E VALENTINA È UN OMICIDIO DI STATO. BASTA FARSE SULLA PELLE DEI CAREGIVER E DEI NOSTRI FIGLI!

"Da soli non ce la facciamo più". Non sono le parole della resa, sono l'epigrafe straziante lasciata da Luca e Valentina prima di morire insieme alla piccola Bianca. Un urlo disperato che in queste ore sta rimbalzando sul web da migliaia di famiglie, da madri e padri ridotti allo stremo, prigionieri nelle proprie case a fare da infermieri, assistenti, scudi umani senza un'ora di sonno, senza un euro, senza dignità.

E davanti a questo abisso, lo Stato cosa fa?
Tace, si commuove a comando e recita la solita, vomitevole farsa del cordoglio.

Il Movimento Siciliano d’Azione lo dice senza giri di parole: non chiamatela tragedia familiare, non osate bollarla come un gesto di follia isolata. Questo è un omicidio di Stato a tutti gli effetti! È il risultato premeditato di un sistema infame che trova miliardi per le armi, per le prebende ai politicanti e per i salvataggi dei colletti bianchi, ma lascia morire nell'abbandono i cittadini più fragili e le loro famiglie. Hanno cancellato il welfare, hanno ridotto i caregiver a fantasmi e hanno trasformato il diritto all'assistenza in un'elemosina burocratica fatta di carte bollate, graduatorie farsa e briciole.

Ci hanno stufato con la retorica ipocrita dei "genitori eroi". Chiamare un padre o una madre "eroe" serve solo ai signori del palazzo per lavarsi la coscienza sporca, per giustificare il fatto che le istituzioni abbiano scaricato per intero il peso della disabilità gravissima su persone sole, logorate dal terrore costante del "dopo di noi".

Chi vive questa battaglia quotidiana non vuole medaglie di cartone: vuole operatori sanitari a domicilio, centri diurni efficienti, reddito di cura garantito, supporto psicologico vero e la certezza che un figlio disabile non sia condannato a morire insieme ai suoi genitori!

In Sicilia questa vergogna tocca vette intollerabili. Nella nostra terra, dove la sanità pubblica è stata smantellata da decenni di rapina coloniale e spartizione di poltrone, i disabili gravi e le loro famiglie sono lasciati marcire nel silenzio, costretti a mendicare per avere un'ora di assistenza specialistica o una visita specialistica. I baroni del potere brindano nei palazzi, mentre nei nostri quartieri e nei nostri paesi si consuma una strage silenziosa di anime logorate dalla fatica e dalla disperazione.

Mettiamo sul banco degli imputati questo intero regime politico e burocratico. Non permetteremo che il sangue di Bianca, di Valentina e di Luca venga sepolto dalle solite promesse da campagna elettorale. Il tempo delle suppliche è finito: pretendiamo il riconoscimento immediato, economico e previdenziale della figura del caregiver, pretendiamo l'assistenza h24 per le disabilità gravissime e pretendiamo che i soldi pubblici vadano alla vita della gente, non ai parassiti del sistema. La misura è colma: giù le mani dalle famiglie, giù le mani dai nostri figli!

LA REALTÀ CAPOVOLTA DEI PALAZZI ROMANI: MULÈ E LA FAVOLA DELLA SICILIA CHE RIPARTEMentre la Sicilia reale combatte quoti...
07/09/2026

LA REALTÀ CAPOVOLTA DEI PALAZZI ROMANI: MULÈ E LA FAVOLA DELLA SICILIA CHE RIPARTE

Mentre la Sicilia reale combatte quotidianamente contro il collasso dei servizi essenziali, l’emergenza idrica perenne, un sistema sanitario al limite della paralisi e lo spopolamento sistematico delle aree interne, dai palchi della politica giunge l’ennesima narrazione surreale. Giorgio Mulè, direttamente dalle aule romane e dagli eventi di corrente ad Agrigento, sentenzia con disinvoltura che «𝑺𝒄𝒉𝒊𝒇𝒂𝒏𝒊 𝒉𝒂 𝒇𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒓𝒊𝒑𝒂𝒓𝒕𝒊𝒓𝒆 𝒍𝒂 𝑺𝒊𝒄𝒊𝒍𝒊𝒂»
e che il giudizio sul suo operato sarebbe

«𝑐𝑒𝑟𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑏𝑢𝑜𝑛𝑜».

Dichiarazioni di questo tipo dimostrano una distanza siderale tra i salotti istituzionali e la carne viva del territorio.

Parlare di "ripartenza" in una terra in cui gli agricoltori sono costretti a svendere le proprie aziende per mancanza d'acqua, i giovani continuano a fare le valigie per mancanza di prospettive e le infrastrutture viarie cadono a pezzi, rappresenta un insulto all'intelligenza dei cittadini siciliani.

Quali sarebbero i "dati di fatto" a cui fa riferimento Mulè?

Sanità pubblica al collasso:

Liste d’attesa chilometriche, pronto soccorso ridotti a trincee e cittadini costretti a ricorrere al privato o a viaggiare al Nord per curarsi.

Agricoltura e risorse idriche abbandonate:

Un'isola assetata dove dighe e condotte colabrodo disperdono oltre il 50% della risorsa, lasciando campi e rubinetti a secco senza soluzioni strutturali.

Lavoro e spopolamento:

Livelli di occupazione giovanile e femminile tra i più bassi d'Europa, con intere generazioni costrette all'esilio forzato.

Teatrino sulle candidature:

Dichiarazioni ambigue del tipo "non sono interessato ma sono a disposizione", che certificano come la priorità della classe politica resti unicamente la spartizione delle poltrone e il posizionamento interno ai partiti.

L'operazione politica in corso è evidente: costruire a tavolino una narrazione edulcorata e compiacente per blindare gli equilibri di potere in vista delle prossime scadenze elettorali. Ma la propaganda non riempie i frigoriferi, non ripara le autostrade interrotte e non ferma l'emorragia demografica.

I cittadini siciliani non hanno bisogno di elogi di circostanza scambiati tra alleati di partito nei congressi. Servono risposte, responsabilità e il coraggio di guardare in faccia il disastro amministrativo prodotto in questi anni.

Chi governa e chi sostiene questo sistema deve assumersi il peso politico del fallimento, senza pretendere che il popolo applauda alla finzione della "𝑺𝒊𝒄𝒊𝒍𝒊𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒓𝒊𝒑𝒂𝒓𝒕𝒆".

LA PAURA DEI PALAZZI DORATI: QUANDO LA DISPERAZIONE DEL POPOLO VIENE SCAMBIATA PER VIOLENZAIl cosiddetto "governatore" R...
07/09/2026

LA PAURA DEI PALAZZI DORATI: QUANDO LA DISPERAZIONE DEL POPOLO VIENE SCAMBIATA PER VIOLENZA

Il cosiddetto "governatore" Renato Schifani si scopre improvvisamente turbato. Dalle sale climatizzate e vellutate del potere regionale, la sua principale ansia non è l'agricoltura al collasso, la rete idrica che cade a pezzi, le liste d'attesa interminabili nella sanità o l'emigrazione forzata di migliaia di giovani siciliani. No: la preoccupazione del "governatore" è la violenza del linguaggio sui social media.

Siamo di fronte al classico riflesso del potere asserragliato: quando le fondamenta cominciano a scricchiolare, la colpa non è mai delle macerie create da decenni di mala gestione, ma del tono di voce di chi quelle macerie deve sgomberarle ogni giorno a mani n**e. Schifani lamenta lo smarrimento del "contegno istituzionale" e confonde scientemente la rabbia viscerale di un popolo allo stremo con la volgarità da tastiera. Chi vive nei palazzi dorati, protetto da scorte, stipendi d'oro e cerimoniali, non sopporta il rumore dello stomaco vuoto di chi fatica a mettere un pezzo di pane a tavola.

Cosa bolle davvero in pentola? La verità è che il palazzo sente la terra tremare sotto i piedi. L'avvicinarsi della scadenza elettorale mette a n**o l'inadeguatezza di una classe politica autoreferenziale che ha governato la Sicilia considerandola una colonia o un feudo personale. Parlare di "deriva comunicativa", di "intelligenza artificiale che intossica il dibattito" o di "necessità di moderazione" è soltanto un comodo scudo retorico: serve a delegittimare a priori la protesta, a tacciare chi dissente di essere un sobillatore violento, evitando accuratamente il confronto sui fatti.
La violenza reale non risiede nei post indignati o nei video che svelano il re n**o. La vera violenza è:

Condannare intere province a razionamenti idrici da terzo mondo mentre la classe dirigente discute di poltrone e nomine nei sottogoverni.

Guardare famiglie e lavoratori stringere la cinghia fino a spezzarsi, mentre le priorità di spesa pubblica restano ostaggio di clientelismi mai sopiti.

Chiedere "rispetto per le istituzioni" a cittadini che dallo Stato e dalla Regione ricevono solo abbandono, disservizi e promesse non mantenute.

Il signor "governatore" parla di competenza e di risultati, sostenendo che alla fine chi governa viene giudicato per ciò che produce.

Ebbene, guardi fuori dal Palazzo d'Orléans: il bilancio della sua amministrazione e del sistema che rappresenta è sotto gli occhi di tutti. Se oggi la dialettica si fa dura, aspra, persino feroce, non è per un capriccio algoritmico o per la moda dei social. È la reazione naturale di chi non è più disposto a subire passivamente le lezioni di bon ton da chi ha banchettato mentre l'Isola andava a picco.

L'epoca dell'ossequio reverenziale verso i potenti è finita. Quando la misura è colma, non esiste contegno che possa soffocare la verità: e la verità è che il tempo delle rendite di posizione è agli sgoccioli.

Presto molto presto verrete giudicati da un tribunale popolare e non vi saranno sconti per nessuno

LE CINQUE GIORNATE DI MESSINA: QUANDO IL POPOLO SICILIANO FECE TREMARE IL TRONOLA CITTÀ TRINCEA: CINQUE GIORNI SOTTO IL ...
06/09/2026

LE CINQUE GIORNATE DI MESSINA: QUANDO IL POPOLO SICILIANO FECE TREMARE IL TRONO

LA CITTÀ TRINCEA: CINQUE GIORNI SOTTO IL FERRO E IL FUOCO BORBONICO

Dal 3 al 7 settembre 1848, Messina cessò di essere un semplice porto mercantile per trasformarsi nell'avamposto armato della libertà isolana. Centoventi ore di bombardamenti a tappeto, rioni spianati dai proiettili incendiari, ospedali e santuari trasformati deliberatamente in bersagli bellici. Il corpo di spedizione napoletano, comandato dal generale Carlo Filangieri su mandato diretto di Ferdinando II — consegnato per sempre alla storia come il "Re Bomba" —, non mise in atto una convenzionale operazione di riconquista militare. Quella scatenata sullo Stretto fu una scientifica operazione di sterminio, concepita per annientare la capitale economica e marittima dell'Isola e trasformarla in un monito insanguinato per l'intera Sicilia.
La città non si arrese: oppose una resistenza disperata, casa per casa, barricata su barricata, svelando la natura irriducibile di una nazione che rifiutava il giogo borbonico.

LA FRATTURA STORICA: IL CORAGGIO DELLE MASSE CONTRO IL TRADIMENTO DELLE ÉLITE

La difesa di Messina non fu decisa nei circoli nobiliari né pianificata dai vertici militari, impegnati sin dalle prime ore a tessere trattative di resa per salvaguardare feudi e rendite di posizione. A salire sulle fortificazioni fu il popolo autentico: calafati del porto, artigiani, bottegai, operai, donne e studenti. Quell'umanità priva di titoli nobiliari e di galloni scelse di combattere senza alcuna mediazione diplomatica.

Fu la prima, radicale insurrezione di massa della Sicilia contemporanea: una frattura storica in cui le classi lavoratrici smisero di recitare la parte della plebe manovrata e divennero l'unico, legittimo soggetto rivoluzionario.

LA LEGGENDA DEI CAMICIOTTI:
LA GIOVENTÙ CHE SCELSE LA MORTE ALLE CATENE

I rapporti di forza descrivono la misura titanica dello scontro: oltre 25.000 fanti borbonici, riforniti da una flotta da guerra imponente di fregate a vela e piroscafi armati, contro una guarnigione improvvisata di appena 6.000 difensori.

In quella sproporzione emerse il mito dei Camiciotti: un battaglione di circa un migliaio di ragazzi, in gran parte poco più che ventenni, armati alla bell'e meglio ma temprati da una ferrea disciplina comunitaria. Asserragliati tra le mura del Monastero della Maddalena e lungo le direttrici del Dromo, scelsero la guerra di posizione e la guerriglia urbana, rifiutando ogni quartiere. Quando le munizioni finirono, preferirono gettarsi nei pozzi del convento piuttosto che consegnarsi vivi ai plotoni d'esecuzione borbonici. Il loro sacrificio non appartiene ai manuali delle accademie militari straniere: è il manifesto eterno dell'onore identitario siciliano.

LA MANIPOLAZIONE RISORGIMENTALE: QUESTA NON FU ITALIA, FU INDIPENDENZA SICILIANA

Dalle batterie dei forti e dai campanili sventolava il tricolore siciliano con al centro la Triscele: il vessillo di uno Stato sovrano, non la bandiera di un'annessione sabauda. Il grido unanime che rimbalzava per i vicoli in fiamme non invocava fusioni territoriali, ma ruggiva: "Via canaglia, via sbirraglia!".

"Messina attende l'avviso di Palermo. Se deve perire, morrà; ma con le armi in mano e con il voto dell'indipendenza nel cuore."
(Dal proclama del Comitato segreto, settembre 1848)

La storiografia di corte ha cercato per oltre un secolo e mezzo di addomesticare queste giornate, declassandole a mero "episodio preparatorio" del Risorgimento italiano. Una falsificazione intollerabile. Quella del '48 fu una rivoluzione nazionale siciliana, violentemente soffocata da una potenza coloniale con la complicità delle corti europee. Perfino la Camera dei Comuni di Londra, il 5 settembre 1848, fu costretta a registrare con rispetto il valore dei combattenti peloritani, paragonando la loro tenacia a quella delle poleis greche e della repubblica romana.

LA DISTRUZIONE COME VENDETTA ECONOMICA CONTRO IL PORTO FRANCO

La furia devastatrice del regime napoletano rispondeva a precise mire economiche. Messina non era soltanto un caposaldo strategico; era una piazza commerciale cosmopolita, un porto franco aperto ai traffici di Londra, Marsiglia e New York. Già a partire dal 1817 la corte borbonica aveva avviato una metodica revoca delle sue franchigie doganali, con il preciso disegno di strozzarne l'autonomia finanziaria e subordinarla alla burocrazia continentale.

Le cannonate del 1848 rappresentarono l'atto finale di un'aggressione pianificata a tavolino: abbattere con la polvere da sparo una capitale mercantile che rifiutava di farsi periferia coloniale. Chi celebra le presunte virtù dell'amministrazione borbonica farebbe bene a ricordare che la prima vera integrazione subita dalla Sicilia fu decretata dalle granate incendiarie lanciate sulla sua popolazione civile.

L'INSEGNAMENTO DEL 1848: SENZA SOVRANITÀ IL SACRIFICIO DIVENTA STERILE

La caduta di Messina segnò la rottura irreparabile della rivoluzione del 1848, dimostrando una verità storica immutabile: l'eroismo delle classi popolari, se lasciato privo di una dirigenza politica intransigente e incorruttibile, viene inesorabilmente neutralizzato e tradito. I notabili fuggirono o trattarono poltrone; il popolo pagò con il sangue, le deportazioni e le macerie.

A distanza di generazioni, le cinque giornate di Messina rimangono un atto d'accusa contro ogni forma di sudditanza. La Sicilia non è mai stata una terra fatalista: è una terra sistematicamente repressa ogni qualvolta rivendica il proprio destino. Quella memoria non è cenere da museo, ma una linea guida politica per il presente: l'eroismo solitario commuove, ma solo l'organizzazione della sovranità territoriale spezza le catene.

DAL GREMBO DELLA SICILIA NASCONO LE RIVOLUZIONI: IL NO DI FRANCA VIOLA CHE HA PIEGATO L’ITALIALE DONNE SICILIANE, TRINCE...
06/09/2026

DAL GREMBO DELLA SICILIA NASCONO LE RIVOLUZIONI: IL NO DI FRANCA VIOLA CHE HA PIEGATO L’ITALIA

LE DONNE SICILIANE, TRINCEA IDENTITARIA E MOTORE DELLA NOSTRA STORIA

Non esiste riscatto siciliano che non sia stato forgiato dal sangue e dal coraggio delle nostre donne. La storia di questa terra non è mai stata una cronaca di mera rassegnazione, ma una linea di fuoco alimentata da una forza generatrice capace di frantumare vincoli secolari e imposizioni imposte dall'esterno.

Il 5 settembre 1981 lo Stato italiano fu costretto ad archiviare l'infamia giuridica del "matrimonio riparatore" e del delitto d’onore: codici tribali legalizzati che trasformavano il corpo della donna in merce di baratto, estinguendo il crimine di stupro attraverso la farsa del vincolo nuziale. Non furono i palazzi del potere romano a decidere questa svolta morale, né la magistratura che per generazioni ha trattato la Sicilia come un territorio coloniale da disciplinare. A polverizzare quel castello di ipocrisia fu una ragazza della nostra Isola: Franca Viola, con la forza incrollabile del suo rifiuto.

QUEL NO CHE VALSE PIÙ DI MILLE LEGGI CONCESSE DA ROMA

Quel NO non fu semplicemente una vicenda privata di rivalsa o il moto disperato di una vittima. Fu un atto di aperta insubordinazione politica. Fu il colpo d'ariete che incrinò dall'interno il patto d'acciaio tra conformismo borghese, cultura mafiosa e acquiescenza legislativa statale.

Franca Viola si impose come rivoluzionaria autentica, incarnando la natura più radicale del nostro popolo. Prima di lei c'erano state generazioni di donne dimenticate: contadine che tiravano le pietre contro gli eserciti di occupazione, madri che difendevano i focolari dalle rappresaglie savoiarde, braccianti che sfidavano i latifondisti nelle lotte per la terra. Franca Viola è l'erede diretta di quella medesima tempra: non ha avuto bisogno di imbracciare un fucile, perché quel singolo rifiuto ha rappresentato un proiettile politico diretto al cuore di un impianto giuridico anacronistico e complice.

NESSUNA CONCESSIONE DALL'ALTO: LA SICILIA CHE DETTA IL PASSO DELLA LIBERTÀ

La cancellazione di quella norma non è mai stata un regalo concesso dalla magnanimità di Roma; è stata la Sicilia reale a imporre all'intero Paese una misura di civiltà.

Oggi, mentre la politica di palazzo si sciacqua la bocca con una retorica di facciata fatta di quote rosa e vuote parate istituzionali, le donne siciliane continuano a pagare il prezzo più alto del disastro economico, della desertificazione sanitaria e della mancanza di servizi nei nostri paesi.

Ma chi pensa di averne fiaccato la determinazione commette un errore fatale. È da queste madri, figlie e lavoratrici che ripartirà ogni autentica ribellione territoriale: perché quando una donna siciliana decide di rompere il silenzio, il vecchio mondo trema dalle fondamenta.

L’ILLUSIONE DEL GOVERNO FORTE E IL SACCHEGGIO DELLA SICILIA: LA FAVOLA TECNOCRATICA CHE CI HA CONDANNATO AL NULLALA COLO...
06/09/2026

L’ILLUSIONE DEL GOVERNO FORTE E IL SACCHEGGIO DELLA SICILIA:
LA FAVOLA TECNOCRATICA CHE CI HA CONDANNATO AL NULLA

LA COLOSSALE TRUFFA DELLA "GOVERNABILITÀ": COME HANNO SMONTATO LA RAPPRESENTANZA POPOLARE

Ci hanno venduto la menzogna della stabilità, e con quella scusa hanno espropriato il popolo di qualsiasi strumento di difesa. Per decenni ci hanno spiegato che il problema di questa nazione fossero i governi che cadevano, il parlamento troppo frammentato, la presenza asfissiante dei corpi intermedi, le sezioni, le cooperative, le associazioni di categoria che organizzavano il dissenso e imponevano il rispetto per chi produceva la ricchezza reale.

Era un sistema imperfetto, pieno di compromessi al ribasso e clientele, ma costringeva il potere romano a trattare con la società reale. C’era il conflitto, e nel conflitto il popolo strappava salari, tutele, infrastrutture.
Poi è arrivata la sbornia aziendalista degli ultimi trent’anni. Hanno imposto il feticcio del "𝒈𝒐𝒗𝒆𝒓𝒏𝒐 𝒇𝒐𝒓𝒕𝒆", del decisionismo da consiglio d’amministrazione, del bipolarismo muscolare che ha trasformato la politica in un teatrino di burattini intercambiabili.

Hanno tagliato la rappresentanza parlamentare, alzato sbarramenti truffa per tappare la bocca a qualsiasi voce dissidente, sottomesso la sovranità popolare a trattati e vincoli esterni teleguidati da logiche tecnocratiche.

Il risultato di questa presunta "efficienza"?

Partiti di plastica, comitati d'affari senza radicamento territoriale e governi tecnici o di larghe intese pronti a scattare sull'attenti ogni volta che i mercati battono i pugni sul tavolo.

IL PREZZO PAGATO DAI SICILIANI: DEPAUPERAMENTO, SPOPOLAMENTO E DESERTO INDUSTRIALE

Mentre a Roma e a Bruxelles brindavano alla fine delle ideologie e alla vittoria del liberismo oligarchico, la Sicilia pagava il conto più salato. La favola del governo forte serviva soltanto a questo: togliere di mezzo ogni ostacolo per consentire il saccheggio metodico dei territori periferici. Hanno disinnescato la capacità di lotta delle masse per imporre la dottrina della resa incondizionata.

Guardiamo cosa ci lascia questa stagione di santoni della governabilità:

Una terra svenata demograficamente: interi paesi dell'entroterra ridotti a città fantasma, con i nostri figli costretti a fare le valigie perché qui si è deciso scientemente di azzerare lavoro, manifattura e prospettive.

L'azzeramento della produzione: l'agricoltura e le nostre filiere storiche schiacciate da normative su***de pensate per favorire multinazionali e logistica continentale.

Salari da fame e ricchezza azzerata: tre quarti dei lavoratori intrappolati nel ricatto della precarietà o del sussidio elemosinato al politicante di turno.

Infrastrutture da terzo mondo: ferrovie a binario unico, dighe colabrodo e strade dissestate mentre il centro decisionale drena risorse per finanziare la propria tenuta finanziaria.

RICONQUISTARE IL CONFLITTO, SPEZZARE IL VINCOLO ESTERNO

Il mito dell'uomo solo al comando o del gabinetto blindato è l'arma definitiva con cui i poteri forti blindano i propri privilegi contro la disperazione dei popoli. Chi non è in grado di farsi temere è condannato a essere schiacciato. E la Sicilia è stata schiacciata proprio perché ha smesso di organizzare la propria forza, dimenticando che le uniche conquiste sono nate dalla terra, dalla rabbia dei braccianti, dal coraggio di pretendere diritti e non favori.

Il Movimento Siciliano d’Azione rifiuta l'inganno di questa finta stabilità che coincide con la pace dei cimiteri. Non ci interessa la stabilità di un sistema che garantisce soltanto la nostra estinzione programmata. Serve rimettere al centro la sovranità dei territori, spazzare via il servilismo dei partiti coloniali e ricostruire dal basso una trincea identitaria e politica inespugnabile.

Chi rinnega le proprie radici e baratta la propria libertà in cambio della governabilità altrui merita solo la miseria in cui è precipitato. Noi non siamo disposti a negoziare la nostra sopravvivenza.

COMUNICATO STAMPA / NOTA POLITICA :L’ALIBI MERIDIONALE E IL SILENZIO DEI SALOTTI FINANZIARI: LA LEZIONE DI DALLA CHIESA ...
05/09/2026

COMUNICATO STAMPA / NOTA POLITICA :

L’ALIBI MERIDIONALE E IL SILENZIO DEI SALOTTI FINANZIARI: LA LEZIONE DI DALLA CHIESA CONTRO IL COLONIALISMO MORALE DI STATO

La ricorrenza dell’eccidio di via Carini non può e non deve ridursi all’ennesima passerella di cordoglio formale da parte di uno Stato che ha sistematicamente disgiunto le proprie responsabilità storiche dalle dinamiche di controllo del territorio.

Le recenti e ferme denunce sollevate da Nando Dalla Chiesa nel cuore giudiziario di Milano, contro la tesi regressiva che vorrebbe confinare il fenomeno mafioso a un mero dato folklorico o territoriale limitato «da Roma in giù», non rappresentano unicamente la doverosa difesa della memoria del Prefetto martire, ma aprono una questione politica di primaria grandezza che interroga direttamente l’autodeterminazione, l’onorabilità e il destino della Sicilia.

LA STRUMENTALIZZAZIONE DELLA SICILIA COME SCUDO IMMUNITARIO DEL NORD

Per decenni la narrazione dominante, veicolata dagli apparati centralisti e da una classe dirigente miope, ha imposto un paradigma coloniale comodo quanto falso: la criminalità organizzata concepita come patologia genetica ed esclusiva della società meridionale, mentre il Settentrione produttivo si autorappresentava come spazio immacolato di efficienza, legalità e rigore civico.

Questa impostazione ideologica ha svolto una funzione precisa: trasformare la Sicilia nell'eterno capro espiatorio dell'inefficienza sistemica della Repubblica, assolvendo contemporaneamente i circuiti bancari, finanziari e industriali che di quei flussi di capitale illecito si sono ampiamente e consapevolmente giovati. Definire le mafie come una questione circoscritta al Sud non significa soltanto negare le evidenze processuali emerse da indagini capitali come «Hydra», ma perpetuare una precisa subordinazione geopolitica che scarica sull'Isola lo stigma morale, drenando verso le centrali economiche continentali le risorse e le speculazioni generate da quegli stessi poteri opachi.

L’ANALISI DALLA CHIESA: LA MAFIA COME RETE DI POTERE ECONOMICO INTEGRATO

Già nell’agosto del 1982, nelle riflessioni consegnate a Giorgio Bocca poco prima di essere lasciato solo di fronte al proprio destino, Carlo Alberto Dalla Chiesa delineava con estrema lucidità la transizione verso la mafia imprenditoriale e finanziaria. Il Prefetto comprese che la linfa vitale del crimine organizzato non risiedeva esclusivamente nel controllo militare della strada nei quartieri palermitani o catanesi, ma nella sua capacità di connettersi ai nodi decisionali del credito, delle grandi committenze e della finanza speculativa nelle grandi aree metropolitane del Centro-Nord e d'Europa.

La mafia, lungi dall'essere un arcaismo rurale siciliano, si è rivelata una moderna holding transnazionale favorita dal centralismo regolatorio e dalla connivenza delle élite economiche continentali. L'omertà finanziaria dei grandi centri direzionali ha protetto e ripulito fiumi di denaro sporco, mentre la Sicilia pagava il tributo di sangue più alto in termini di vittime innocenti, ritardo infrastrutturale e desertificazione produttiva.

RESTITUIRE ALLA SICILIA DIGNITÀ STORICA E GIUSTIZIA ECONOMICA

Il Movimento Siciliano d’Azione ribadisce che la lotta alla criminalità organizzata non può prescindere da una profonda revisione del patto nazionale e dal superamento del pregiudizio antimeridionalista che permea ancora oggi determinati settori delle istituzioni romane.

1. Rifiuto categorico del paradigma criminologico-territoriale: Nessuna istituzione repubblicana, a partire dai vertici dell'ordinamento giudiziario, può indulgere nella minimizzazione della presenza mafiosa nel tessuto produttivo centro-settentrionale senza scadere in una colpevole mistificazione della realtà economica del Paese.

2. Tracciabilità dei flussi e bonifica finanziaria: La vera battaglia contro le organizzazioni criminali si vince colpendo i gangli della speculazione finanziaria a Milano, Roma e sui mercati internazionali, cessando di trattare la Sicilia come laboratorio permanente di emergenze securitarie mentre altrove si monetizzano i dividendi delle holding illecite.

3. Rivendicazione della sovranità morale del popolo siciliano: La Sicilia non accetta lezioni di virtù da uno Stato che per anni ha delegato a pochi uomini coraggiosi la tenuta democratica per poi abbandonararli, lucrando politicamente ed economicamente sulla frammentazione della società meridionale.

Onorare la memoria di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Emanuela Setti Carraro e di Domenico Russo significa smantellare le ipocrisie del centralismo e riconoscere che il riscatto della Sicilia passa dall'abbattimento di ogni forma di sudditanza ideologica, economica e morale.

Indirizzo

Piazza Del Parlamento, 1
Palermo
90134

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