09/04/2016
Ecco cosa ci racconta Giuseppe Pitrè sulle "abbanniate" dei venditori...assolutamente da leggere!
"Curiosità da non trascurarsi [nel campo de' nostri
studi sono le abbanniati , o abbanniatini , cioè le voci con le quali i venditori gridano la loro roba a coloro
che vorranno comperarla. Un vecchio proverbio , che
pur s'intende in senso figurato, dice che il venditore
grida quel che ha in vendita:
Lu putiaru zocc'havi abbannia. L'importanza di esse è riposta nelle formole tradizionali,
nel linguaggio eminentemente, impareggiabilmente
figurato, nella espressione della gente che le ode e comprende
pur non prestandovi attenzione. Le figure son
così naturali alle voci che il parlar proprio sembrerebbe
una freddura; e più si scende al mezzogiorno, e più il linguaggio s'allontana dal significato proprio per
dar luogo a motti, dove il traslato, la figura di pensiero,
la figura di parola scoppietta e rifulge; donde ne
nasce che le voci riescono quasi sempre inintelligibili
per chi non sia del paese o della provincia dialettale. Carattere delle gridate è il sottinteso, il doppio senso, che porta l'equivoco, anche licenzioso. Qualche volta, per- chè venga chiamato sulla merce l'occhio e l'attenzione
della gente, non manca la sgarbatezza e la sguaiatag-
gine. Il tempo e l' occasione determina le voci. Una
voce fuori stagione è una stonatura, e basta ad attirar
la curiosità dei passanti che la sentono e ne restano
stranizzati. In Palermo un venditore di semi di zucca
salati e tostati (simenza), che di tanto in tanto cerca
farsi ad ogni costo sentire gridando la sua roba come
la si grida ne' giorni del Festino di S. Rosalia, è accolto
a fischi, a schiamazzi e a cerei suoni imitativi della bocca, che sono indubbi segni di disprezzo. Vi son voci
le quali esse sole ci fanno accorgere dell' avvicinarsi
di una nuova stagione , come della primavera ci avverte
il fiorir degli alberi e il sorriso della natura tutta,
onde 1' animo si allieta.
Le voci non sono frequenti, accentuate , numerose,
efficaci dappertutto e alla stessa maniera. Mi pare, e forse m'inganno, che anche nei mercati più popolosi
le voci non sono mai in ragione dei venditori e della loro merce. I popoli meridionali, come troppo immaginosi
, espressivi , eccitabili , possono ben vantarsi di sapere vociar (abbanniari) più e profferir più poeticamente,
più artisticamente, le loro mercanzie.
Le grandi città , com'è da supporre , ne hanno più
de' piccoli comuni, dove le poche gridate de' venditori sono in ragione inversa del suono incessante delle campane;
ma questa faccenda delle voci e degli strilli è
pure subordinata a regolamenti municipali , che nelle
città spuntano come funghi a flagello de' venditori di comestibili, di stoviglie, e di qualsivoglia merce. Molte voci son tradizionali, molte altre non lo sono, perchè temporanee, occasionali , personali. Lo studio
di novità porta a disprezzare il passato ; ma se una
gridata tradizionale e' è, essa non si perde pel nuovo
ribelle venditore: e per uno che la trascuri, vi son dieci che la faran sentire. Le tradizionali hanno vita lunga
ripetendo la loro fortuna dalla felicità della qualificazione,
dall'arditezza della iperbole, dalla esatta rispondenza
della perifrasi all'oggetto che si vocia anonimo,
ma più che da altro dalla misura in che si chiudono
e dalla particolar cantilena che le accompagna. Dopo
cento anni, la maggior parte delle voci di Palermo si ripetono inalterate, testimonio un ms. della nostra Biblioteca
Comunale, ove il parroco Alessi ebbe cura di conservarci alcune espressioni dei venditori dei suoi
tempi. Solo poche se ne son perdute, e solo pochissime
di quelle che si udivano mezzo secolo addietro
i nostri vecchi sono dolenti di non udire più.
Parole e cantilena vanno sempre insieme; e, più ancora
che il canto popolare , ogni formola ha la sua
cantilena propria, che non facilmente si toglie o si dà
Le parole si contraggono, si allungano,
si spezzano senza pietà né regola per tradursi e perdersi
in note infinitamente strascicate, stemperate. La
nota più comune è la malinconica, la lamentevole; ma
non manca l'allegra, che ritrae dallo schiamazzo chiassatolo
de' vicoli e dei mercati ne' quali si vuole far sentire.
Ve ne hanno di brevissime , che si traducono in un iato acuto che non dice nulla; e ve ne hanno di lunghe, ma non troppo perchè si possali' dire una fila- tessa di parole : queste voci inclinano alla ilarità, alla gaiezza. Allora bisogna pensare che è la buona sta- gione, quella in cui la natura sorridente ha moltipli??^
i prodotti commestibili e con essi i venditori. Parecchie
di queste gridate lunghe da cerretani raccomandano ah
passanti ed ai presenti la mercanzia con motteggi ta- lora salaci e sboccati. Bisogna nelle abbanniaiini di frutta, di eqmestibili,
temporanee e di stagione, considerare due stadi: il principio e la fine. In principio se n'esagera la novità; nella fine la rarità e l'oggetto che verme a mancare;
nell' uno e ne' altra se ne vuol giustificare il prezzo
accresciuto [...]
G.Pitrè, Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano