26/02/2022
Avevo 20 anni quando misi piede nella Casa Madonna delle Grazie a Baida. Era l'ottobre del 1974 e io ero incinta di oltre sette mesi " . E Maria ( il nome è di fantasia), è piombata nell'incubo: vessazioni, turni di pulizia massacranti, acqua fredda per lavarsi, invece di una vita serena e speranzosa, come si addice in un " rifugio" per le ragazze madri. Maria oggi ha 68 anni e vive a Palermo con il figlio di 47 anni e la sorella. È stata la prima a farsi avanti e a contattare il comitato per il Diritto alle origini a seguito dell'appello lanciato nei giorni scorsi dai 17 figli adottivi nati a Baida sulle pagine di " Repubblica".
La sua è la prima testimonianza diretta di quello che avveniva dietro i cancelli di via Francesco Baracca 162, dove dagli anni 1950 alla metà degli anni '70, c'era una casa di accoglienza per ragazze madri. " Rimasi incinta mentre lavoravo per un'azienda tessile in città - racconta - avevo una relazione con un mio ex compagno di scuola. La mia gravidanza era vista come uno scandalo e mia madre mi accompagnò in autobus a Baida. A bordo, conobbi una delle delle sette ragazze che avrebbero condiviso quell'esperienza con me, Angela, di 17 anni. Al mio arrivo nella residenza gestita dai coniugi Polloni c'erano ragazze da tutta la Sicilia: Fina di Sciacca, un po' più grande, Giusy di Aragona, Enza, Teresa e poi Francesca, un'altra ragazza di Palermo. Mamma Polloni, così la chiamavamo, mi ospitò perché sperava di convincermi a lasciare mio figlio da lei per darlo in adozione, come di solito facevano le altre ragazze. Io, invece, fin dall'inizio volevo tenerlo".
"A Baida, di cattolico c'erano solo il crocifisso e il rosario delle cinque - ricorda - poi solo vessazioni per noi ragazze madri. Ogni giorno c'erano i turni e ciascuna di noi nonostante le nostre condizioni, doveva pulire i bagni e a terra e tutto sulle tre elevazioni della dimora. All'ultimo piano c'erano le stanze delle ragazze, le cucine, e la stanza della Polloni e della sua assistente Caterina. Era un posto in cui facilmente si perdevano le tracce, dei bambini soprattutto. Quando una ragazza partoriva poteva anche rinunciare a vedere il bambino, per non affezionarsi ". " Io sono entrata - prosegue Maria - con un certificato di confessione rilasciato da un sacerdote. Noi ragazze mangiavamo piatti frugali, solo verdure, mentre ci veniva negata la carne che mangiava la Polloni. Per lavarci c'era solo acqua fredda. I bambini venivano sistemati nella stanza della Polloni e dopo 5 giorni venivano affidati alle famiglie adottive. Di solito la Polloni diceva alle famiglie adottive che il parto era stato difficile, per lucrare di più sull'adozione. Oppure che aveva dovuto sostenere la ragazza madre dai primi mesi di gravidanza".
Delle sue compagne, ricorda che Giusy venne obbligata a lasciare il figlio ad una famiglia adottiva per poi tornare in paese dove avrebbe sposato l'uomo con cui aveva avuto il figlio. Maria rimase a Baida solo due settimane. "Al quattordicesimo giorno, la Polloni mi chiamò e mi disse di tornare a casa. E aggiunse: tu non sei come le altre che hanno bisogno di nascondersi. Fu la fine di un incubo. Partorii al Civico e tenni il bambino che ho cresciuto da sola, tornando poi a lavorare in fabbrica".
Sabrina Anastasi, referente per la Sicilia del comitato nazionale per il Diritto alle origini, interviene: "L'intento è quello di smuovere le coscienze di quelle donne che allora partorirono a Baida e di spingerle a mettere da parte la vergogna e a rivolgersi a noi attraverso la email natiabaida@ gmail. com. Forniremo un numero di telefono a cui potranno contattarci con la garanzia del rispetto della privacy".