17/04/2026
Un problema di tutt3.
I fatti della sera del 15 aprile in via Annibale da Bassano hanno rapidamente valicato i confini della città di Padova e sono diventati un caso nazionale. Quattro attivisti del CSO Pedro, a margine di un’assemblea per l’organizzazione della giornata del 25 aprile, sono stati fermati dai Carabinieri di fronte a una tabaccheria, dove si erano recati per comprare delle si*****te.
Sulle motivazioni e sulle circostanze in cui è avvenuto il fermo, hanno iniziato a circolare informazioni contrastanti e poco chiare.
Secondo le forze dell’ordine, i fermati sarebbero stati aggressivi e violenti, richiamando poi l’attenzione di altri quaranta attivisti che avrebbero quindi dato vita a una vera e propria guerriglia urbana, e richiedendo l’intervento di altre decine di pubblici ufficiali fra polizia, carabinieri e guardia di finanza. Secondo gli attivisti, invece, il fermo sarebbe stato fin da subito particolarmente violento e, all’arrivo degli attivisti, sarebbe degenerato nell’uso di taser, spray urticante e manganelli - anche impedendo agli stessi di fare foto e video di quanto stava accadendo.
I quattro sono stati poi arrestati e processati per direttissima nella giornata di giovedì 16 aprile, per poi essere rilasciati con obbligo di dimora e prescrizione di permanenza presso il loro domicilio in orario 22:00-7:00.
Non sono mancati, nel frattempo, i commenti in stile guerra civile di alcuni noti esponenti dell’estrema destra cittadina, secondo cui “la sicurezza viene prima di tutto”. Al che ci domandiamo: la sicurezza di chi?
Premessa la necessità di accertare i fatti (alcune testate hanno parlato a caldo di “atteggiamento sospetto” e “fermati in flagranza di reato": sospetto di cosa, flagranza di quale reato?), e per quanto risulti quantomeno preoccupante pensare che una manciata di attivisti disarmati siano veramente in grado di mettere in scacco due decine di pubblici ufficiali addestrati e armati, è abbastanza chiaro che ci troviamo di fronte a un episodio molto grave: per la sua sproporzione, per il livello di violenza, per la mancanza di chiarezza sulle circostanze e sulle accuse rivolte alle persone coinvolte.
Perché è successo? Solo perché i fermati erano attivisti politici (da quando l’attivismo politico è diventato un reato o un’aggravante?) e perché si trovavano in una cosiddetta “zona rossa”, in cui il colore securitario rispecchia sostanzialmente una profilazione di tipo politico, culturale ed etnico?
Allora qualsiasi attivista politico di sinistra in Italia, qualsiasi abitante del quartiere Arcella o di ogni altra “zona rossa” d’Italia deve aspettarsi di poter subire un trattamento del genere in un qualsiasi controllo di routine da parte delle Forze dell’Ordine?
Dobbiamo abituarci a pensare che, di fronte all’autorità dello Stato, i diritti dei cittadini cambino a seconda dell'orientamento politico, del ceto, della zona di origine o di domicilio per non dire della "razza"?
Dobbiamo abituarci a scene di repressione arbitraria e di comportamenti che vengono p***eguiti preventivamente e in modo unilaterale, come nei tristemente noti episodi di abusi della polizia statunitense e dell’ICE?
Come si concilia, tutto ciò, con i principi fondamentali di quella Costituzione che ad ogni primavera ci impegniamo a celebrare e ricordare?
I cittadini sono cittadini, a prescindere dalla loro origine, dal loro ceto, sesso, religione o, come in questo caso, dalle loro idee politiche.
Il rispetto che si pretende per le forze dell'ordine non può essere a senso unico: il loro dovere è tutelare i diritti dei cittadini. Di tutti i cittadini. Perché i diritti sono di tutti. Se non lo sono, non sono più diritti: sono privilegi.
E non esiste sicurezza se viene meno questo principio.