24/03/2026
Una goccia nel mare.
Mbow Paper Mamour è morto ieri alle 8.30 del mattino nella fabbrica dove lavorava, a Caselle di Selvazzano. La sua è stata una storia breve, distante dai riflettori della stampa e dalla retorica della politica, quella di un immigrato venuto nel nostro paese per lavorare, per rendere più prospera e solida la nostra società e per avere una vita più felice e ricca di prospettive. Si unisce a un’altra storia che schiva regolarmente la discussione pubblica, quella dei morti sul lavoro. Perché Mbow Paper Mamour, ieri mattina, è stato risucchiato dal macchinario per il taglio della lamiera a cui stava lavorando. Aveva appena 22 anni. Avrebbe potuto finire gli studi, come stava facendo, avere una famiglia, crescere e invecchiare in pace vivendo una vita lunga e piena come avrebbe meritato. Come meritano tutti. Come avrebbe meritato Fabrizio Braghetto, di Arsego, morto il 5 gennaio scorso in un compattatore. O Zevxhet Halili, di Sant’Elena, schiacciato da una pressa il 9 gennaio. O Stefano Contiero, di Brugine, precipitato da un tetto il 4 marzo. Come avrebbero meritato le centinaia, migliaia di lavoratori e lavoratrici che sono usciti di casa una mattina col sorriso sulle labbra e il pranzo nello zaino, e che non sono più tornati a casa… 1090 solo nel 2025, solo in Italia.
Il bollettino di guerra del lavoro nel nostro paese da ieri conta una riga in più. Persone, vicini di casa, amici e amiche, padri e madri, figli e figlie morte in luoghi e circostanze che nella mente di tutti hanno a che fare con la vita, non certo con la morte. L’articolo 1 della Costituzione recita “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, portiamo l’incipit della nostra carta fondativa come una medaglia sul petto… ma che ne è di una formula simile se ogni giorno tre persone lasciano questo mondo facendo quello che, per nostra stessa volontà, è alla base della nostra esistenza come società e come nazione?
Quello che dovremmo pretendere dalla politica è che dia risposte a un problema che ha i connotati di una emergenza nazionale continua e apparentemente inamovibile, e fornisca al paese gli strumenti adatti ad affrontarlo e combatterlo. Quello che dovremmo aspettarci dai media e dall’opinione pubblica è che non releghi queste morti assurde a un trafiletto marginale fra le tante notizie p***e nel susseguirsi dei giorni. Quello che dobbiamo rivendicare dalla classe imprenditoriale è che non veda la sicurezza come una incombenza noiosa e dispendiosa, un ostacolo al lavoro e al profitto: che metta i propri impianti in sicurezza, sensibilizzi sé stessa e i lavoratori all’uso dei DPI e all’osservanza strettissima delle procedure di sicurezza, che non intenda la vita dei lavoratori come un costo esterno su cui risparmiare.
Quello che possiamo fare noi, come collettività, è smettere di piegare le labbra in un sorriso ironico quando leggiamo il primo articolo della nostra Costituzione. Perché non è una barzelletta. Non è uno slogan ingenuo. È un diritto di tutte e di tutti, che tutti e tutte noi meritiamo: dobbiamo pretenderlo.
Non ci arrenderemo mai.