10/09/2026
👍👏
L’appello di Pastorella (Azione): “Costruiamo un polo alternativo. Ora uniamoci, al centro”
Il centro è morto, scriveva il direttore Claudio Velardi la scorsa settimana. Prima di constatarne il decesso, gli ultimi battiti potrebbero dare vita a un cambio di rotta, un polo europeista di centro che coinvolga quello che di buono hanno destra e sinistra. Ne abbiamo parlato con Giulia Pastorella, parlamentare e vicepresidente di Azione.
Calenda si sfila dal campo largo: qual è la direzione di Azione?
«In realtà il verbo “sfilarsi” non è corretto, perché non ci siamo mai infilati. Azione resta lontana dal campo largo, come abbiamo sempre detto e come siamo nati per essere. Non c’è stato alcun cambio di posizionamento: sono gli altri a essersi mossi. Le parole di Calenda sul ballottaggio possono aver confuso qualcuno, ma la nostra linea resta quella».
Quindi l’obiettivo è ancora quello di creare un polo europeista di centro. Ma con chi?
«Questo è il tema che Azione deve affrontare. Ci sono partiti nella nostra area, penso a +Europa, Pld e Ora e alle realtà che si stanno formando attorno a personalità e associazioni liberali ed europeiste. Il punto è favorire un’aggregazione credibile in vista delle prossime elezioni. Non un semplice cartello elettorale, ma un polo alternativo, con una proposta politica e, perché no, un’alternativa di governo».
Con la nuova legge elettorale dovreste indicare anche un candidato premier. Si potrebbe convergere su Calenda?
«È una domanda che andrebbe rivolta soprattutto agli altri soggetti. Certo, Azione oggi è il partito più forte di quest’area, ma prima dei nomi viene la costruzione del progetto».
Perché le parole di Calenda vengono continuamente accostate al campo largo? Perché quel progetto non dovrebbe funzionare?
«C’è quasi incredulità di fronte all’idea che qualcuno possa avere il coraggio di stare fuori dai due grandi schieramenti. Ogni volta che votiamo qualcosa del governo diventiamo una stampella della destra, quando lo critichiamo veniamo collocati a sinistra. In realtà continuiamo a ritenere entrambe le coalizioni inadeguate a governare l’Italia».
Se doveste presentarvi da soli, qual è il vostro cavallo di battaglia?
«Ci sono due pilastri. Il primo è l’Europa: Ucraina, sovranità europea, difesa dalle interferenze e un’Italia protagonista nella costruzione europea. Il secondo è la produttività, che per gli elettori significa impresa e lavoro. Energia, nucleare, automotive, innovazione: tutto parte dalla capacità di far crescere la produttività, perché così aumentano i salari, il gettito e quindi la qualità dei servizi pubblici».
Il governo Meloni rivendica stabilità e una maggiore credibilità internazionale. Dove ha fallito?
«Il problema non è quanto è durato, ma cosa ha fatto. La stabilità è importante, ma se viene utilizzata per conservare l’esistente diventa immobilismo. Il governo ha protetto molto, ma ha rilanciato poco. Manca una vera politica industriale».
Come invertireste la rotta?
«Portando le imprese italiane nel XXI secolo. Abbiamo eccellenze nella robotica, nella cantieristica, in tanti settori, ma rischiamo di perdere treni importanti perché manca una strategia. Si fa troppo poco sull’Intelligenza Artificiale per le imprese, sui data center e sull’innovazione. Le grandi aziende riescono a muoversi, il problema sono le piccole e medie imprese: vanno accompagnate nella transizione, non semplicemente protette».
Liberalizzazioni e sburocratizzazione sono la strada?
«Servono più concorrenza e meno burocrazia, ma anche capitale privato e capitale di rischio. E serve far aggregare le imprese. Soprattutto, bisogna capire che la dimensione degli asset italiani è europea: non possiamo immaginare una politica industriale nazionale scollegata dalle catene del valore europee».
La crescita delle destre radicali in Europa la preoccupa?
«Sì, e non riguarda solo la Germania. Lo stesso fenomeno esiste in Francia e in altri Paesi. Ma non credo che si possa spiegare con la cultura woke. In Italia Vannacci cresce sotto un governo che tutto è tranne che woke. Le ragioni sono più profonde: paura del cambiamento, trasformazione tecnologica, insicurezza. I liberali europeisti devono smettere di limitarsi a sperare che sia un fenomeno temporaneo e fare di tutto perché resti marginale».
di Christian Gaole