21/10/2026
Possiamo dircelo? Non ce la caviamo con poche facili battute. Quel che è accaduto il 17 e 18 ottobre a Milano, due giornate anche così diverse tra loro, rappresenta una novità dirompente.
E noi, innanzitutto noi che facciamo politica, siamo nelle istituzioni, commentiamo i fatti da qualche postazione dei media tradizionali, o consegniamo ai “social” (soprattutto quelli più vecchi) le nostre sentenze, dobbiamo avere l’umiltà di dire che non si può ridurre tutto a quattro parole.
La violenza va ovviamente condannata, e i responsabili degli episodi molto brutti e gravi di queste giornate vanno individuati come sta accadendo. Non ci possono essere ambiguità.
Non solo: la solidarietà nei confronti di chi la violenza l'ha subita deve essere totale.
Senza "se" e senza "ma".
Come ritengo che non vada lasciata cadere nel vuoto la riflessione che ha fatto il Sindaco Sala sulla presenza delle forze dell’ordine.
Queste per me sono delle ovvietà e mi indigna assistere alla campagna più o meno strisciante della destra che intende farci passare come quelli che “sminuiscono”.
Loro sono i soliti squallidi sciacalli che, ovviamente, cercano di usare le scene di sabato e domenica per far tacere tutto il Paese che si sta ribellando in modo assolutamente pacifico: dagli studenti agli autotrasportatori (che dal governo non vengono nemmeno citati, guarda un po').
Gente che semplicemente non ce la fa più.
La cosa che mi interessa dire, qua, è, però, un’altra.
Siamo di fronte ad un enorme fallimento “nostro” delle istituzioni tutte. Quando centinaia di ragazzi, spesso ragazzini, di seconda generazione e non solo, arrivano a Milano, nel centro di Milano, per prendere, depredare e “assaltare” temo che non siano sufficienti le reazioni immediate.
Serve un gigantesco lavoro sul piano delle istituzioni educative, innanzitutto.
Un investimento enorme, ad esempio, sul ruolo della scuola, perennemente lasciata a sé stessa o oggetto di campagne assurde che creano ulteriori ghettizzazioni, delle agenzie formative (di queste cose ha scritto bene qui Lamberto Bertolè), delle nostre comunità.
Capisco che sia noioso da dire e inadatto nelle battute da talk show.
Ma non ne usciamo.
Come non possiamo non vedere che c’è una rabbia sociale potente data da una sensazione - e spessissimo da una condizione- di esclusione effettiva.
La politica non può limitarsi a condannare gli atti di teppismo, come abbiamo fatto in tanti sin da subito, e nemmeno mettersi in una generica volontà di “ascolto”.
No: la politica quella rabbia deve trasformarla in desiderio di cambiamento, deve rappresentarla e dare ad essa risposte.
Perché gli stipendi da fame e il costo della vita e della casa restano lì e dicono alla nuova generazione: "ragazzi, siete fottuti. Questo mondo non è per voi".
Ecco, vorrei che dopo queste prime giornate tornassimo ai fondamentali.
O c’è un’opportunità di riscatto per le persone o questa piccola parte di mondo che abitiamo prenderà mille direzioni diverse.
Una nuova generazione lo sta dicendo in tutta Europa.
Se si continua a dare l'idea che le porte siano chiuse è normale che ci sia chi tenti di sfondarle dimenticandosi che vadano aperte con le chiavi del confronto democratico.
Questo non vuole dire in alcun modo giustificare o gettarla in riflessioni astratte.
Ma vuol dire una cosa. Pensare che non esistono semplici scorciatoie.
Va fatto un lavoro profondo e va evitata ogni tentazione strumentale, anche per questo mi convince l'idea di scendere in piazza per dire che Milano rifiuta la violenza e vuole essere la città del confronto.
Chiudo citando proprio Lamberto Bertolé:
"Non può esserci sicurezza duratura senza sicurezza sociale. Significa contrastare le disuguaglianze, offrire opportunità, ricostruire fiducia, permettere alle persone, soprattutto ai più giovani, di sentirsi parte di una comunità e di poter immaginare il proprio futuro.
Una città più giusta è anche una città più sicura."