10/03/2024
In piazza per un 8 marzo di lotta!
I problemi e le discriminazioni che viviamo non sono altro che caratteristiche strutturali di un sistema sociale costruito sullo sfruttamento, discriminazione l’odio e il dominio.
Viviamo ingabbiate in ruoli di genere costruiti dal capitalismo e dal patriarcato, che ci ritraggono come delle sottoposte, subordinate, figure tanto angeliche quanto demoniache il cui scopo unico è la cura e la riproduzione. Siamo carne da macello in un mondo che non ci include come soggetti attivi.
Quest’anno con il corteo nazionale a seguito della morte di Giulia Cecchettin che ha visto la partecipazione di oltre centomila persone, è esplosa la rabbia femminista stanca di vivere nel conservatorismo sociale e ideologico. Ma, soprattutto, stanca di assistere ad una classe politica, dalla destra al centro-sinistra, che nel nome del cambiamento avalla dinamiche di sfruttamento e oppressione, una classe politica che non vuole cambiare dei paradigmi sistemici, ma solo sfruttarli al massimo nell’illusione di creare nuove condizioni di vita che, però, rimangono precarie.
Negli anni abbiamo denunciato proprio questo, in ogni piazza che abbiamo costruito in virtù di un discorso intersezionale. Che la libertà si conquista abbattendo il dogma capitalista e i sistemi di dominio sociale che sfrutta per riprodursi e perseverare, che non esiste libertà laddove c’è lo sfruttamento di un altro.
Quest’anno, in particolare, non abbiamo parlato di dominio patriarcale esclusivamente in relazione alle donne, lo abbiamo trattato come una delle tante matrici che consentono il dominio coloniale su popoli che vengono sottomessi a politiche di sterminio e genocidio.
Dominare e possedere un corpo, significa pretendere di deciderne il destino, a proprio piacimento.
Ciò che sta accadendo in Palestina, in Congo e non solo, non può essere scisso dalla lotta di liberazione delle donne. La resistenza dei popoli oppressi e la difesa dei territori occupati con l’uso della forza più brutale è una rivendicazione chiave del movimento transfemminista.
Per questo siamo scesi in piazza, per dire chiaramente che ciò che viviamo quotidianamente sulla nostra pelle, in un’altra parte del mondo assume un significato ben più ampio. Che ribellarsi alle politiche dei nostri governi, che organizzarsi, attivarsi, per immaginare un futuro costruito a misura di ognuno di noi può significare la liberazione di un popolo tutto, può significare la fine di un genocidio e dell’occupazione sionista.
Lottare contro ciò che viviamo, significa scardinare tutte le dinamiche di dominio e rimettere al centro della politica il diritto ad una vita dignitosa per tutte e tutti.