20/06/2026
"A UMBERTO", QUANDO L'OMAGGIO POETICO DI ALDO FABRIZI FECE COMMUOVERE IL "RE DI MAGGIO".
Come già raccontato in un precedente post, furono molti gli italiani che non dimenticarono il "Re di Maggio", Umberto II di Savoia, anche - e soprattutto - dopo il volontario esilio verso le sponde dell'Atlantico portoghese.
Tra gli italiani che gl'erano più affezionati, figuravano molteplici personaggi di spicco della società dell'epoca, del mondo dell'arte; basti pensare al leggendario Totò, monarchico dichiarato della prima ora, il quale aveva l'abitudine di mostrare una foto autografata del sovrano, posta direttamente sulla mensoletta da camino del suo salotto (o, a volte, spostata sulla scrivania del suo studio).
Un'altra personalità cinematografica di spicco, che stimò il sovrano, fu il celebre Aldo Fabrizi (all'anagrafe "Fabbrizi"): icona delle pellicole con la "romanità" al centro delle scene, interprete dalla notevole presenza scenica, egli non fu monarchico ma non poté non constatare la composta dignità e l'inopinabile nobiltà d'animo di quell'uomo così nostalgico del suo Paese, del Paese che ha sempre adorato.
L'episodio risale alla primavera del 1979: durante una vacanza in Portogallo, il celebre artista decise di andare a trovare Umberto a "Villa Italia", ove fu accolto con enorme garbo.
Fabrizi, oltre a esser un gigante del cinema e della cultura romana, era anche un ottimo poeta; inoltre non era un militante politico ed era repubblicano ma, anche, un uomo di profonda sensibilità popolare.
Dinanzi a quell'uomo che viveva dignitosamente il distacco dalla propria Nazione, il grande attore decise di regalargli un momento d'assoluta "italianità", recitandogli una poesia in dialetto romanesco scritta - proprio per l'occasione - di suo pugno.
Le testimonianze dirette dell'epoca narrano di Fabrizi che si presentò al sovrano con il suo fare caloroso, salutandolo anche con un abbraccio; quando iniziò a declamare i versi, una volta raggiunto lo studio privato della dimora, l'atmosfera si fece subito intima.
La raccolta in prosa toccava le corde della malinconia, della nostalgia della propria terra d'origine e del tempo che - inesorabile - trascorre, ma lo faceva con la "lingua" del popolo romano.
Una dialettica saggia, profonda, sentimentale, disincantata.
Il componimento, titolato "A Umberto", recitava le seguenti sillabiche: "a Te lo devo scrive:/nun te posso invita’/e nun te posso di’/mettete a sede qua/e nun te posso manco domanda’/perché sei stato condannato a vive/lontano da la terra indo’ sei nato/senza speranza de pote’ torna’./Quant’anni so’? Me pare trentatre’,/e un sacco d’esiliati/so’ rientrati in Italia, meno Te./Così diciamo 'sta rimpatriata/'nche si nun cia' gnente de' reale/né un motivo de data/né un compleanno, né un anniversario,/famola talequale!/Sarà sortanto un pranzo immaginario/tra un popolano, sempre popolano,/e un Re che poveraccio è ancora Re./Ieri Sua Santità,/tra un coro di campane e sbattimani/ha parlato de fede, de bontà, de libertà, de pace./Ma si un cristiano nun se po’ magna’/un pezzetto de pane/dove je pare e piace/mejo che a parlà de libertà/se sonino più piano le campane".
Di fronte a quelle parole, pregne di comprensione per il deleterio distacco dalla sua Patria, Umberto II - noto per il suo rigido protocollo e il controllo delle emozioni - non riuscì a trattenere le lacrime: si commosse profondamente, stringendo la mano all'attore-poeta, in un gesto d'autentica gratitudine.
Per Umberto II, quella poesia colma d'umanità non fu un omaggio politico, ma un'essenza di Roma - capitale del Paese che ha servito degnamente - e dell'Italia che puntava dritto all'animo, tramite la voce di uno dei suoi figli più amati.