La chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina è un luogo di culto cattolico di Napoli, ubicato nel quartiere Chiaia. Essa rientra nel IV Decanato - Area Posillipo e Chiaia - ed è una chiesa parrocchiale di proprietà del Comune di Napoli (Demanio minore). L'edificio di culto pervenne in proprietà del Demanio a seguito delle Leggi eversive del patrimonio ecclesiastico emanate nel 1866 e venne dich
iarato monumento nazionale con Decreto reale concesso in base ai criteri, molto criticati, previsti nelle predette leggi post unitarie. Essendo monumento, quindi, rientra nel patrimonio indisponibile dello Stato. Particolarità dell'ubicazione di questa chiesetta è di essere adiacente ad una terrazza (lastrico solare) di proprietà privata gravata da servitù di passaggio.[1] Il tempio, quindi, si trova sulla sommità di un edificio privato cui si accede da una scala, posta alle spalle di un noto ristorante sito in piazza Mergellina, che si attesta proprio sulla terrazza ad una distanza di circa 40 metri dalla facciata del tempio. Inoltre, si può accedere alla chiesa anche attraverso un ascensore ed una scala coperta che hanno ingresso dalla via Mergellina n. 9/b. Tale civico si raggiunge percorrendo via Mergellina, in direzione di Posillipo, mantenendosi di fianco alla facciata del fabbricato che precede la chiesa; giunti alla estremità della facciata di questo edificio si scorge un grazioso portoncino, dove sono ubicati i predetti accessi. Presunto ritratto di Jacopo Sannazaro, di Tiziano
L'edificio di culto ospita la salma del poeta napoletano Jacopo Sannazaro, che fu l'autore del poema in esametri latini De partus Virginis[2] ("Il parto della Vergine", edito nel 1526) da cui la chiesa prende il nome[3], e il corpo del pittore Jusepe De Ribera detto lo Spagnoletto, ma dei resti di questo grande pittore non vi è più traccia.[4]
La chiesa, posta al piano inferiore rispetto all'attuale edificio e ricavata nella montagna di tufo, fu voluta dallo stesso Sannazaro che, invaghitosi dell'amenità del luogo, "questo pezzo di ciel caduto in terra"[5], ove un tempo "vi era un rivo il quale per qualche diluvio ha perduto il letto"[6], costruì l'edificio di culto su un terreno donatogli nel 1497 dal re Federico d'Aragona, allora possedimento del monastero benedettino dei Santi Severino e Sossio. Alla sua morte (24 aprile 1530) volle donarla, insieme ai suoi possedimenti ed alla costruenda sua ca****la funeraria privata, ai frati di Santa Maria dei Servi, che, però, non paghi dei frutti che avevano dal podere e dal mare, dettero progressivamente a censo il suolo intorno per costruzione di case, mutando la configurazione originaria del complesso. La chiesa inferiore, dedicata alla Vergine del Parto, lasciata in stato di abbandono, dopo alcuni secoli andò completamente distrutta e trasformata in ipogeo, mentre la ca****la funeraria privata (attuale edificio), originariamente dedicata a San Nazario, venne trasformata in chiesa e ad essa venne dato il nome di "Santa Maria del Parto" (che era quello della chiesa inferiore). Che l'attuale edificio fosse destinato alla famiglia del poeta lo dimostra il fatto che in esso vi è il sepolcro di Jacopo Sannazaro ed ivi sono sepolti anche i suoi familiari. Interno della chiesa
La chiesa ha sei cappelle e l'altare maggiore. La principale opera ivi presente è la tomba del poeta, rappresentato sul piedistallo di coronamento sotto il nome accademico pontaniano Actius Sincerus e coronato di alloro dalla fama nell'affresco del pittore giordanesco Niccolò Rossi. Il simulacro, dalla complessa iconografia di ispirazione pagana, è posto nel coro dietro l'altare e fu realizzato intorno al 1537 dagli scultori Bartolomeo Ammannati, Giovanni Angelo Montorsoli e Francesco Ferrucci, benché iniziato da Girolamo Santacroce[7]. La nicchia si ispira all'ambiente dell'Arcadia (raffigurazioni di Nettuno col suo tridente, Pan e la ninfa Siringa, tutti in atto di danzare e cantare le lodi del nostro poeta, ed un satiro che con stupore sta a guardarli), ma da alcuni è ritenuta confusa nella composizione ed esagerata nei movimenti delle figure.[8] Ai lati vi sono due statue, di Apollo e Minerva, ribattezzati David e Giuditta, come si legge sui rispettivi gradini.[9] Sul basamento vi è un epitaffio del cardinale veneziano Pietro Bembo, segretario di papa Leone X.[10] La decorazione pittorica della ca****la si adegua all'iconografia del sepolcro presentando scene arcadiche e figure mitologiche. Frontalmente al sepolcro, gli affreschi rappresentano l'Incontro di Abramo con i tre angeli; negli spicchi della volta sono l'Astronomia, la Filosofia, la Grammatica, e la Retorica (1699). Nell'intradosso dell'arco che immette nella ca****la Putti che reggono festoni di fiori, di Giovan Bernardo Lama. Sul pavimento, infine, le cinquecentesche lastre sepolcrali di Fabrizio Manlio di Barletta (recante la data 1561[11]) e di Diomede Carafa, cui si collega la tavola della prima ca****la a destra entrando nella chiesa. Nel presbiterio vi è una piccola ca****la col famoso quadro dell'Epifania, tradizionalmente attribuita a Jan Van Eyck, che il Vasari credette la prima tela ad olio venuta in Italia[12]. Altre opere rilevanti dell'edificio sono le due statue che i frati eredi fecero scolpire di Jacopo e di Sannazaro dalla giovanile figura con un libro in mano, i tarlati (ma restaurati) residui del presepe di Giovanni da Nola. Nella prima ca****la a destra dell'altare è l'immagine di San Michele Arcangelo, nell'atto di trapassare la gola di un Lucifero "serpentino", meglio noto come il diavolo di Mergellina, tradizionalmente ritenuto il ritratto di una dama napoletana che aveva tentato Diomede Carafa, poi vescovo di Ar**no. L'artista volle così eternare la vergogna della donna che aveva abbandonato Diomede Carafa per altri uomini, e la vittoria sulle mondane tentazioni ("ella morta giace in ogni luogo e viva sta in ogni luogo"[13]), cui allude anche la scritta: fecit victoriam alleluja 1542 Carafa. L'opera è fin dal Seicento attribuita a Leonardo da Pistoia.[14]