20/04/2024
Com'è noto, il professor Luciano Canfora è stato rinviato a giudizio in seguito a una querela per diffamazione da parte della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che il Professore aveva definito «neonazista nell’animo». Dunque, si andrà a processo.
Si tratta di una notizia assai preoccupante per lo stato di salute del dibattito pubblico. Il fatto che si reprima il dissenso per via giudiziaria e che fra le parti in causa ci sia un tale squilibrio di potere – da una parte la Presidente del Consiglio, con il grosso della stampa schierata a suo favore, e dall’altra un intellettuale, nonché docente universitario – restituisce la misura della violenza e dell’intolleranza per la democrazia che caratterizza questa maggioranza.
I rapporti tra Fratelli d’Italia e gruppi neonazisti di tutta Europa sono poi più che documentati: dalle frange dell’estrema destra ucraina a Fortezza Europa e a Veneto Fronte Skinheads, con i neonazisti il partito della Presidentessa del Consiglio condivide militanti, raduni politici e momenti istituzionali. Assai più che una connivenza, dunque. È meglio sorvolare, infine, sulle nostalgie e le convinzioni di tanti iscritti al partito della Presidentessa – ricordiamo, ad esempio, i sentiti omaggi a Priebke che diverse volte, negli ultimi anni, sono giunti da esponenti di Fratelli d'Italia.
Un intellettuale va, quindi, a processo non solo per aver espresso un parere politico, ma soprattutto per aver detto la verità. Poco o nulla c’entrano la misoginia, l’inesistente sentimento antifascista (o “afascista”, come alcuni opinionisti borghesi direbbero) della Presidente e la responsabilità nell’uso delle parole, cui alcuni progressisti moderati hanno richiamato Canfora compiendo così una chiara scelta di campo. Siamo davanti a un violentissimo tentativo di mettere a tacere le voci critiche. L’Italia, ormai, somiglia sempre meno a una democrazia complessa: si è imboccata una pericolosa china autoritaria, col plauso anche della borghesia progressista benpensante.