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13/06/2026

Uguaglianza
non vuol dire
dover dimostrare sempre
di riuscire a fare di più

Una nuova prigione venduta per agevolazione 😍
13/06/2026

Una nuova prigione venduta per agevolazione 😍

Non basta lavorare da casa per essere libere.

Negli ultimi anni ci hanno raccontato il lavoro agile come una rivoluzione. Meno traffico, più tempo, più autonomia.

Ma per molte donne la realtà è più complessa.

Perché quando il lavoro entra in casa, spesso trova già un altro lavoro ad aspettarlo: figli da seguire, pasti da preparare, anziani da assistere, faccende domestiche da gestire.

Così la casa rischia di diventare il luogo dove tutto si somma e niente si divide.

I dati continuano a dirci che il lavoro di cura resta ancora oggi sulle spalle delle donne molto più che sugli uomini. E allora il rischio è che lo smart working, invece di favorire la parità, finisca per nascondere ancora meglio un problema che esiste da sempre.

La vera domanda non è dove lavoriamo.

La vera domanda è: chi si prende cura della cura?

Finché il lavoro domestico e familiare continuerà a essere considerato un dovere femminile, nessuna innovazione organizzativa sarà davvero una conquista.

La libertà non nasce tra le mura di casa.

Nasce quando il tempo, le opportunità e le responsabilità vengono condivisi.

E questa è una battaglia che riguarda tutte e tutti.

13/06/2026

“Ridateci il pensiero critico.”

Ho letto questa frase e mi è rimasta addosso per ore.
Come certe parole che non bussano.
Entrano.

Perché in fondo è vero.
Ci stanno togliendo lentamente la capacità di pensare in profondità.
Non con la forza.
Non con la censura esplicita.
Ma con il rumore.
Con la velocità.
Con l’ansia continua di produrre, reagire, consumare, correre.

Viviamo dentro un tempo che ci vuole stanchi.
Distratti.
Sempre esposti.
Sempre connessi.
Sempre performanti.

E nel frattempo il pensiero si assottiglia.
Diventa slogan.
Commento veloce.
Rabbia immediata.
Identità da esibire.
Appartenenza da difendere.

Ma il pensiero critico è un’altra cosa.
È lentezza.
È dubbio.
È profondità.
È il coraggio di attraversare la complessità senza trasformarla subito in tifoseria.

Nell’articolo pubblicato dalla Scuola di Alta Formazione Donne di Governo, Annarosa Buttarelli parla di una società che ha progressivamente sostituito la ricerca del senso con la prestazione. Una società che marginalizza la filosofia, il conflitto creativo, il dissenso intelligente. Una società che medicalizza il disagio ma raramente si interroga sulle sue cause profonde.

E mentre leggevo pensavo alle donne.

Perché le donne, storicamente, il pensiero critico lo hanno dovuto conquistare.
Con fatica.
Con solitudine.
Con ferite enormi.

Per secoli siamo state educate alla compiacenza.
Al silenzio.
Alla cura degli altri prima di tutto.
A essere accoglienti, disponibili, ordinate.
Mai troppo conflittuali.
Mai troppo libere.
Mai troppo pensanti.

Una donna che pensa davvero è difficile da governare.
Perché inizia a vedere.
Vede i meccanismi.
Vede le gerarchie invisibili.
Vede il patriarcato anche quando si presenta con il volto rassicurante della normalità.

E allora smette di sentirsi sbagliata.
Inizia a fare domande.

Perché devo essere sempre io a rinunciare?
Perché il lavoro di cura non vale?
Perché la maternità diventa un ostacolo?
Perché una donna autorevole viene ancora definita aggressiva?
Perché dobbiamo continuamente dimostrare di meritare spazio?

Il pensiero critico nasce lì.
Nel momento in cui una donna smette di adattarsi al mondo così com’è.

E forse è anche per questo che oggi tutto deve essere rapido.
Superficiale.
Consumabile.

Perché chi si ferma a pensare può ancora cambiare le cose.

Io lo vedo ogni giorno.
Lo vedo nelle ragazze giovani che cercano parole per nominare ciò che sentono.
Nelle madri stanche che iniziano a capire che la loro fatica non è un fallimento personale ma una questione politica.
Nelle donne che tornano a studiare, a leggere, a confrontarsi.
Nelle persone che non vogliono più vivere dentro slogan prefabbricati.

Abbiamo bisogno di restituire dignità al pensiero.
Alla cultura.
Alla filosofia.
Alla possibilità di non avere subito una risposta pronta.

Abbiamo bisogno di scuole che insegnino anche il dubbio.
Di spazi dove il confronto non sia una guerra permanente.
Di educazione emotiva e politica.
Di silenzio.
Di lettura lenta.
Di parole che scavano.

Perché senza pensiero critico non esiste libertà.

Esistono solo persone addestrate a sopravvivere dentro un sistema che le vuole efficienti, spaventate e isolate.

E invece noi dobbiamo tornare a essere vive.
Intere.
Capaci di guardarci intorno e dire:
questa realtà non è naturale.
È stata costruita.
E quindi può essere cambiata.

Forse il primo atto rivoluzionario, oggi, è proprio questo.

Fermarsi.
Pensare.
E non avere paura della profondità.

Che strana epoca, comunque.
Abbiamo l’umanità intera dentro un telefono e facciamo sempre più fatica a costruire un pensiero che duri più di quindici secondi. Una specie di fast food emotivo collettivo. Poi ci chiediamo perché siamo così soli.

E voi cosa ne pensate?

13/06/2026

Ci sono stanchezze che non si vedono.

Non lasciano lividi.
Non compaiono nelle statistiche sul lavoro.
Non producono certificati medici.
Non vengono quasi mai riconosciute.

Eppure consumano.

Consumano lentamente, come l’acqua che scava la pietra.

Sono le stanchezze di chi deve ricordare tutto.
Di chi deve tenere insieme tutto.
Di chi deve spiegare continuamente ciò che dovrebbe essere evidente.

Ascoltami.
Guardami.
Considerami.
Non minimizzare quello che provo.
Non farmi sentire sola dentro questa relazione, dentro questa famiglia, dentro questa vita.

Per molte donne la fatica non nasce soltanto dalle cose da fare.

Nasce dalle cose da pensare.

Dalle liste mentali.
Dalle preoccupazioni invisibili.
Dall’organizzazione continua delle vite degli altri.
Dalla responsabilità emotiva di mantenere in equilibrio relazioni, famiglie, figli, amicizie, luoghi di lavoro.

La ricerca scientifica oggi lo chiama “cognitive household labor”.

Pianificare.
Anticipare.
Ricordare.
Monitorare.
Coordinare.

Uno studio pubblicato su Archives of Women’s Mental Health ha rilevato che le madri riportano di sostenere oltre il 72% del carico cognitivo familiare, una quota persino più squilibrata del lavoro domestico materiale. E proprio questo carico invisibile risulta associato ad aumento di stress, burnout, sintomi depressivi e peggioramento della qualità della relazione. (Springer Nature Link)

Perché non basta lavare i piatti.

Qualcuno deve ricordarsi che i piatti esistono.

Qualcuno deve accorgersi che manca il detersivo.

Qualcuno deve ricordare la visita del bambino, il compleanno della nonna, la riunione a scuola, le medicine, le paure, le fragilità, gli equilibri emotivi di tutta la famiglia.

Molto spesso quel qualcuno è una donna.

Da decenni la sociologia parla anche di “emotion work”, il lavoro emotivo.

Rebecca Erickson lo descriveva già nel 2005 come una dimensione fondamentale del lavoro familiare, spesso svolta in modo sproporzionato dalle donne. (CiNii)

È il lavoro di chi ascolta tutti.

Di chi contiene.

Di chi media.

Di chi prova a tenere la pace.

Di chi si accorge quando qualcosa non va ancora prima che venga detto.

E la cosa più dolorosa è che questo lavoro diventa invisibile proprio perché viene svolto bene.

Come l’aria.

Ci si accorge che esiste solo quando manca.

Poi ci sono gli studi sull’intimità.

Quelli che parlano di “perceived partner responsiveness”.

Un’espressione complicata per dire una cosa semplicissima: sentirsi comprese. Sentire che la persona che ami vede davvero quello che stai vivendo. Sentire che i tuoi bisogni non vengono trattati come un fastidio da gestire o una polemica da evitare. (Springer Nature Link)

Perché una relazione non si rompe sempre per mancanza d’amore.

A volte si rompe per accumulo.

Accumulo di spiegazioni.
Accumulo di silenzi.
Accumulo di bisogni rimandati.

Accumulo di quella sottile solitudine che nasce quando continui a chiedere presenza e ti senti rispondere con distrazione.

E allora forse la domanda non è perché tante donne siano stanche.

La vera domanda è perché continuiamo a considerare naturale che siano loro a sostenere il peso emotivo del mondo.

Perché la cura non è una predisposizione femminile.

Non è un destino biologico.

Non è un dovere.

La cura è lavoro.
La cura è responsabilità.
La cura è politica.

E finché continuerà a poggiare quasi interamente sulle spalle delle donne, non parleremo davvero di uguaglianza.

Parleremo soltanto di adattamento.

Tu cosa ne pensi?

Numeri non parole ! 💪🏻
13/06/2026

Numeri non parole ! 💪🏻

Da anni il dibattito sulle separazioni viene raccontato attraverso slogan estremi.
Uomini contro donne.
Padri contro madri.
Tribunali contro padri separati.

Ma le statistiche non servono a creare tifoserie.
Servono a capire la complessità.

Quando nasce un figlio, in Italia qualcosa cambia soprattutto nella vita lavorativa delle donne.

Dopo la maternità:
• il tasso di occupazione dei padri è del 91,5%
• quello delle madri scende al 62,3%.

(Fonti: Eurostat – Rome Business School)

E infatti il part-time riguarda:
• il 37,3% delle madri
• appena il 4,8% dei padri.

(Fonti: Eurostat)

Molte donne riducono il lavoro, rallentano la carriera o rinunciano a opportunità professionali per gestire figli e famiglia.

Questo significa:
- stipendi mediamente più bassi
- contributi pensionistici inferiori
- maggiore fragilità economica nel tempo.

Per questo motivo, quando arriva una separazione, spesso gli squilibri erano già presenti da anni.

Secondo ISTAT:
• peggiorano le condizioni economiche del 50,9% delle donne
• e del 40,1% degli uomini.

Il rischio di povertà dopo la separazione riguarda:
• il 24% delle donne
• il 15,3% degli uomini.

(Fonti: ISTAT)

Eppure continuiamo a sentire dire che “le donne si sistemano con il mantenimento”.

Anche qui i dati raccontano altro.

L’assegno per l’ex coniuge viene disposto solo nel 20,6% delle separazioni.

(Fonte: ISTAT)

Quando viene previsto, nella maggior parte dei casi è l’uomo a versarlo perché, ancora oggi, gli uomini hanno mediamente redditi più alti.

Secondo INPS:
• gli uomini percepiscono stipendi medi superiori rispetto alle donne.

(Fonte: INPS)

Non è una questione di genere.
È una questione economica.

Anche sulla casa familiare circolano molte semplificazioni.

La legge italiana non stabilisce che la casa “vada automaticamente alla donna”.
Stabilisce invece che debba essere tutelato prima di tutto l’interesse dei figli minori.

Per questo la casa viene assegnata al genitore collocatario.

(Fonti: art. 337-sexies c.c. – Cassazione)

E poi ci sono le “false denunce”, tema su cui negli ultimi giorni stanno circolando immagini molto condivise online.

Molti di quei numeri vengono presentati come “dati ufficiali del Senato”, ma in realtà derivano da documenti prodotti da associazioni private durante audizioni parlamentari.

Inoltre è fondamentale distinguere:
un’archiviazione non equivale automaticamente a una falsa denuncia.

Dal punto di vista giuridico sono due cose completamente diverse.

I padri separati possono vivere sofferenze economiche ed emotive molto forti?
Sì.
Ed è giusto parlarne seriamente.

Ma riconoscere il disagio maschile non dovrebbe trasformarsi in una narrazione costruita contro le donne.

Forse il punto vero è un altro:
la separazione spesso non crea le diseguaglianze.
Le rende visibili.

Se esistessero salari più equi, più servizi per l’infanzia, una distribuzione più bilanciata del lavoro di cura e maggiori tutele per le famiglie, probabilmente molte di queste tensioni sarebbero meno violente anche nelle separazioni.

Per questo, quando affrontiamo temi così delicati, servono:
meno slogan,
meno propaganda emotiva,
e molta più attenzione ai dati, alle fonti e alla realtà sociale.

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