La sua esistenza è documentata dalla metà del cinquecento che vedeva, già da allora, la presenza di un fabbro. Neppure i bombardamenti del ” ’44” , che distrussero mezzo paese, sono riusciti a scalfire queste mura antichissime. Le volte secolari hanno retto al peso dei detriti dei piani superiori che crollarono e furono completamente ricostruiti. I muri non sono mai stati imbiancati ed i pavimenti
mai rifatti. Gino, il padre di Gianfranco e Giorgio, fabbro anche lui, acquistò il locale negli anni “Venti” pagandolo 5000 lire subentrando così ad una dinastia di fabbri, le cui origini si perdono nel tempo, tra i quali tutt’oggi ricordano il famoso “Pinfa”. In quei tempi erano molti a fare questo mestiere e la produzione si rivolgeva più che altro alla realizzazione di oggetti dell’agricoltura quali rastrelli, aratri, zappe, forbici, oltre anche tante riparazioni. Gli attrezzi che richiedevano più spazio per la lavorazione venivano fatte direttamente nella Via Martini con grande fragore, senza che i vicini si lamentassero. Il vecchio camino, che funzionava tutto il giorno alimentato dell’enorme mantice, serviva per riscaldare il ferro e tirarlo per forgiare gli strumenti totalmente a mano. In bottega si possono vedere ancora tutti gli strumenti del babbo Gino quali martelli, pinze, sagome, forge di tutti i tipi e dimensioni e il motore che, da solo, mandava avanti tutti gli attrezzi e pulegge. Col passare degli anni, concludendosi il periodo dell’oro che è coinciso con la mezzadria e l’avvento dell’agricoltura industriale, il mestiere del fabbro ha segnato un progressivo declino.