20/02/2026
𝑪𝒐𝒎𝒆 𝒑𝒂𝒓𝒆𝒈𝒈𝒊𝒂𝒓𝒆 𝒊𝒍 𝒃𝒊𝒍𝒂𝒏𝒄𝒊𝒐 𝒎𝒆𝒕𝒕𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒍𝒆 𝒎𝒂𝒏𝒊 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒕𝒂𝒔𝒄𝒉𝒆 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒖𝒕𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒄𝒂𝒔𝒂 𝒅𝒊 𝒓𝒊𝒑𝒐𝒔𝒐 𝒆 𝒗𝒊𝒗𝒆𝒓𝒆 𝒇𝒆𝒍𝒊𝒄𝒊
L’aumento del 25% delle rette della casa di riposo viene raccontato come una conseguenza inevitabile dell’aumento dei costi.
Ma in un bilancio di parte corrente che supera i 56 milioni di euro, 300.000 euro rappresentano poco più dello 0,5% della spesa complessiva. Non una voragine, non un’emergenza ingestibile: una scelta.
Se la priorità politica fosse stata quella di proteggere le famiglie con un anziano non autosufficiente in struttura, le strade alternative esistevano.
Negli ultimi anni il Comune ha investito cifre molto rilevanti in eventi, manifestazioni e iniziative temporanee: fiere tematiche, sagre in centro, street food, concerti in piazza, rassegne, allestimenti straordinari, campagne promozionali collegate, per non parlare delle festività Natalizie che costano alla collettività centinaia di migliaia di euro all'anno.
Ogni singolo evento può sembrare contenuto; nel loro insieme rappresentano una voce significativa del bilancio. A queste spese si sommano contributi economici, agevolazioni, costi di logistica, sicurezza, comunicazione e supporto tecnico.
Non si tratta di demonizzare gli eventi: una città vive anche di momenti di aggregazione. Ma quando si decide di aumentare di circa 3.600 euro annui la retta di una casa di riposo, la domanda politica diventa inevitabile: era davvero impossibile ridimensionare una parte di queste spese effimere per liberare risorse? Era impossibile chiedere un piccolo sacrificio al calendario degli eventi prima di chiederne uno così pesante alle famiglie?
Un’analoga riflessione vale per i contributi a fondo perduto destinati a iniziative economiche e promozionali. In anni recenti si è fatto ampio ricorso a interventi diretti per sostenere e animare il tessuto commerciale attraverso iniziative spot.
Anche qui, nessuno mette in discussione l’obiettivo: ma in un contesto in cui si colpiscono in modo così duro le rette della casa di riposo, sarebbe stato ragionevole introdurre maggiore selettività, rinviare alcune misure non strutturali, concentrare le risorse sulle fragilità sociali prima che sulla promozione economica. Con una revisione combinata di eventi, manifestazioni e contributi non essenziali, una parte consistente dei 300.000 euro si sarebbe potuta recuperare senza compromettere i servizi fondamentali.
A questo si aggiunge il tema fiscale. Il Comune dispone di margini di modulazione dell’IMU entro i limiti consentiti dalla legge. Una lieve rimodulazione sulle grandi proprietà produttive o sugli immobili di maggiore valore avrebbe potuto contribuire a distribuire il peso in modo più equo (leggi alla voce "ba***re i pugni con Fincantieri"). Anche un incremento molto contenuto avrebbe generato entrate sufficienti a ridurre drasticamente la necessità di intervenire sulle rette.
Invece si è scelta la strada più semplice: aumentare in modo uniforme le rette, portando la copertura del servizio oltre l’82% attraverso la compartecipazione diretta degli utenti: ed è qui che emerge il nodo più grave.
L’aumento colpisce tutte le fasce ISEE nello stesso modo. Non c’è una vera progressività, non c’è una modulazione incisiva, non c’è gradualità.
Un aggravio di 3.600 euro annui pesa in maniera completamente diversa su una famiglia con reddito medio-basso rispetto a una con reddito elevato. Eppure l’incremento è identico.
È una scelta regressiva. È una redistribuzione al contrario.
Si è deciso di mettere le mani nelle tasche dei cittadini più fragili, invece di chiedere un contributo proporzionato a chi ha maggiore capacità contributiva o di intervenire su spese non essenziali.
Una sorta di Robin Hood al contrario: non si tocca l’alto, si interviene sul basso.
Non è un dettaglio tecnico, ma un principio politico. Quando si applica un aumento identico per tutti, senza una reale progressività, si sceglie una logica che ignora la capacità contributiva. La storia insegna che questo tipo di impostazione è sempre delicata. Margaret Thatcher non cadde per una riforma industriale, ma per la “poll tax”: una tassa uguale per tutti, indipendentemente dal reddito, percepita come profondamente ingiusta proprio perché non teneva conto delle differenze economiche tra i cittadini. Quando le istituzioni ignorano il principio di equità, il consenso si incrina rapidamente.
Qui non siamo di fronte alla poll tax britannica, naturalmente. Ma il meccanismo logico è simile: un aumento uniforme che pesa in modo radicalmente diverso a seconda della condizione economica di chi lo subisce. Ed è proprio questa uniformità a renderlo politicamente sbagliato.
Governare significa stabilire priorità. Stabilire se viene prima l’evento in piazza o la tutela di una persona fragile. Stabilire se è più urgente finanziare l’ennesima iniziativa temporanea o evitare un aumento che può mettere in difficoltà concreta una famiglia.
Trecentomila euro, in un bilancio da oltre cinquantasei milioni, si potevano trovare. Non si è voluto farlo. Ed è su questa volontà politica che la città deve aprire una discussione seria, nel merito e con i numeri alla mano.