21/11/2021
HIRPINIA, 89 a.c.
Aeclanum, l’assedio.
La prima luce del sole si irradiò benevola sulla città posta a cavaliere delle valli d’Ansanto e del Calore. Si adagiava su di un ameno altopiano ondulato circondato a Sud da un ripido avvallamento. Era l’antiqua civitas, Aeclanum, un villaggio formatosi dall’unione di più gruppi parentali, i più forti degli Hirpini, che qui convissero con gli Osci. E lì Gavio faceva ritorno all’alba di un giorno d’autunno. Era bellissimo nella sua armatura, un Adone, con il capo coperto da un grande elmo adorno di cresta e pennacchi. Sembrava un Dio, sul fianco brillava una spada corta, più simile ad un pugnale secondo la consuetudine osca. Ora lo sapeva, qualcuno aveva tradito la sua gente, gli Aeclanensi, e quel qualcuno aveva un nome.
Era Minato Magio acceso da una forte simpatia filoromana, fuggito in una notte d’estate dalla civitas hirpina, ora al fianco del “nemico” Silla e forte di un esercito arruolato su quello stesso territorio che egli avrebbe dovuto difendere. Era la terra dei suoi avi, sulla quale piombava una nuova sanguinaria guerra che aveva visto armarsi 120 mila uomini pronti a dare la vita per i diritti politici e materiali della loro gens. Passerà alla storia come “guerra sociale” e persino il filoromano Valleio Patercolo riconobbe ai belligeranti l’assoluta fondatezza delle loro rivendicazioni, parlerà di una “iustissima causa” Valleio (2.15.2).
Gavio sapeva che il suo posto era lì al fianco del suo popolo, al fianco degli Hirpini, gli irriducibili guerrieri dei Monti. Fece scivolare le dita tra i capelli castani della sua donna ancora stretta nel sonno al loro unico figlio. Tutto quello che desiderava era lì tra le pareti domestiche nella sua civitas. E lei, la sua amata, potremmo quasi conoscerla attraverso le parole di Strabone che avrebbe suggellato, a memoria imperitura, il ricordo delle donne hirpine, celebri per i loro costumi severi, per la rinomata bellezza ed eleganza e per l’amore incondizionato per la famiglia. Sorrise Gavio e l’espressione del suo viso divenne immediatamente sognante quando, tra le mani del piccolo, riconobbe quella moneta sulla quale era inciso il sogno dei popoli italici.
Un piccolo conio argenteo pregno di “anima”, nel recto il profilo di una dea laureata, l’Italia, sul retro la scena del giuramento con soldati muniti di elmo e spada, i soldati della guerra sociale e lui, Gavio, era uno di loro. Era stato a Corfinium e aveva visto giurare Sanniti, Marsi, Pecini, Vestini, Frentani, Marrucini, Apulei, Lucani e Peligni al grido unico di: ITALIA! Era tornato ad Aeclanum per mettere al sicuro la sua gens, doveva fare presto, raggiungere l’arx, doveva dare rifugio in quel fortilizio a donne, anziani e bambini, lì avrebbero potuto resistere, fiduciosi nel soccorso dell’esercito lucano ormai in marcia. Ma così non fu, Lucio Cornelio Silla fu più veloce del piede amico. Dopo l’assedio di Pompei e dopo aver lasciato sul campo esanimi 18.000 Sanniti, Silla, incurante di Nola e Abellinum, incontrate sulla strada, marció furioso direttamente su Aeclanum. Ad aprirgli la strada fu proprio Magio che lo guidó in Hirpinia attraverso il valico di Monteforte. Giungevano così ad Aeclanum e mentre Magio proseguì alla volta di Compsa, lasciava il destino della sua stessa gente alla furia del legato romano Silla per il quale “finché fosse serbato in vita un solo Sannita, sarebbe sempre stata a repentaglio la vita di Roma”.
Ma la civitas antiqua nonostante fosse una delle principali città del Sannio Irpino, forse ne era addirittura capitale al tempo della guerra sociale, non era pronta a combattere. Come ricorderà Appiano Aeclanum era protetta soltanto da una cinta di legno, una palizzata, e non vi erano truppe a sufficienza capaci di contrastare l’attacco romano.
Un olezzo di bruciato si diffuse rapidamente nella civitas, Gavio scosse dal sonno i suoi cari, era giunta l’ora della resistenza, loro mai avrebbero gridato alla resa. Una nuvola nera si aprì sul loro capo e offuscò il sole, il cielo si tinse di grigio, Silla aveva concesso una sola ora prima dell’attacco, ma non ne attese lo scadere. Fascine di sarmenti iniziavano a bruciare, la palizzata diveniva un cerchio di fuoco che costringeva la civitas in un’area irrespirabile. Bruciava con la città degli Aeclanensis il sentimento patriottico, la lingua osca, il sacrificio irpino della Piana del Calaggio, bruciavano le divinità pagane e il sogno dell’identità irpina. Nel fuoco la punizione di Silla per non essersi arresi di spontanea volontà, nel sacco che ne seguì il monito per le altre città irpine a deporre le armi. Il passaggio del condottiero romano “non fu che solitudine e ruina”. Fumo, cenere, silenzio. Tutto fu distrutto.
Il volto di Gavio era sporco di fuliggine, gli occhi arrossati, attoniti, ma brillavano più dell’armatura scintillante di Silla e il suo cuore era più caldo della terra che bruciava. Nessuno, nessuno al mondo, avrebbe potuto strappare al suo petto, e al petto dell’intero popolo che a lui si stringeva, la sua anima hirpina. Sarebbe rinata dalle sue stesse ceneri Aeclanum e avrebbe salutato il nuovo secolo come municipium romano, ma lui Gavio resta in ogni irpino, nel cuore di chiunque avverta un moto dell’animo nel ricordo di chi fummo.
Postilla🖋
Gli attuali archeologi impegnati nelle campagne di scavo sul territorio percorso da Silla, si dicono ancora oggi scioccati per la drammaticità dei dati di quel periodo. “Ancora si avverte l’olezzo di bruciato”.
Désirée Risolo
Rubrica “Viaggio nella magia dell’Irpinia”.
~📷Parco archeologico di Aeclanum, Mirabella Eclano.
Della civitas antiqua lo scavo archeologico ha restituito lucerne, monete, frammenti di tegole e i resti dell’antichissimo santuario dedicato alla dea Mefite.
ph Ludovico Mascia
~📷Popoli italici al tempo della Guerra Sociale. 90/88 a.c.
~📷 Moneta della guerra sociale, 90/89 a.c., con testa laureata, fornisce la prima evidenza epigrafica dell’utilizzo del nome Italia.
Vivamente consigliata una visita al “Museo Irpino” di Avellino per passeggiare nella storia antica.
~📷Lucio Cornelio Silla, condottiero romano. Il “nemico” dei Sanniti.