ANPI - Sez. "Eliana Giorli" Milazzo

ANPI - Sez. "Eliana Giorli" Milazzo Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di ANPI - Sez. "Eliana Giorli" Milazzo, Organizzazione politica, Via Matteo Nardi, 6, Milazzo.

'La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella di fatto l...
19/11/2025

'La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella di fatto la formula “due popoli, due stati” lasciando un assai vago “percorso verso l’autodeterminazione dei palestinesi” che non significa nulla. Ma conferma, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre, il genocidio di un popolo, affidato militarmente a Israele, con il timbro politico di Trump e il nostro assenso. A meno di non voler credere che davvero un contingente multinazionale e il disarmo di Hamas siano così fondamentali: questi sono dettagli per gettare polvere negli occhi a un comunità internazionale che non vede l’ora di essere accecata e voltare la testa dall’altra parte.
Vediamo la prima catastrofe perché apre la strada alla seconda, a quella in corso. La risoluzione dell’Onu del 1947 divideva la Palestina in due stati ma quello ebraico occupava il 56% della terra pur essendo gli arabi palestinesi il doppio della popolazione ebraica. Nessuno poteva accettare una soluzione dove metà del territorio veniva ceduto a un movimento esterno alla regione.
La narrativa comune dice che gli arabi rifiutarono allora questa risoluzione. In realtà nessuno chiese mai ai palestinesi, sotto mandato britannico, il loro parere: anche allora il principio di autodeterminazione dei popoli fu gettato nel cestino della carta straccia, oggi viene riesumato in questa ultima risoluzione sapendo perfettamente che non verrà mai esercitato. Israele e il suo premier Netanyahu sono stati chiari: non ci sarà mai uno stato palestinese. La Pax trumpiana, imposta dopo l’attacco israeliano a Doha del 9 settembre scorso, salva Netanyahu e non deve salvaguardare le vite dei palestinesi ma gli interessi americani, come dimostra la visita alla Casa Bianca del principe saudita Mohammed Bin Salman _ quello che fece fare a pezzi il giornalista Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul _ intenzionato ad acquistare gli F-35 Usa.
Quanto successe dopo il 1947 ricorda quello che sta accadendo adesso, sia a Gaza che in Cisgiordania. Nel 1948 le milizie sioniste attuarono la pulizia etnica della Palestina distruggendo città e villaggi con l’espulsione subito di oltre 250mila palestinesi. Oggi Israele occupa oltre il 50% della Striscia e in Cisgiordania le milizie sioniste radicali con il sostegno dell’esercito stanno devastando i territori occupati preparando il colpo finale: la divisione in due della West Bank e impedire ogni continuità territoriale ai palestinesi. L’annessione è solo questione di tempo.
Secondo i documenti dell’epoca portati alla luce da storici israeliani come Ilan Pappé l’operazione della prima catastrofe venne minuziosamente organizzata: alla fine del mandato britannico il 15 maggio 1948, giorno della prima Nakba e celebrato da Israele come quello dell’indipendenza, centinaia di migliaia di palestinesi avevano dovuto abbandonare le loro case e la loro terra senza poterci tornare mai più (la Giordania occupava allora la Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’Egitto Gaza). Tutti sapevano cosa stava accadendo ma come oggi nessuno fece nulla: Israele prese il 78% del territorio del mandato britannico e 800 mila palestinesi furono vittime della pulizia etnica.
Quanto valgono per Israele le risoluzioni delle Nazioni Unite ce lo dicono i precedenti. L’Onu stabilì che i profughi dovevano tornare alle loro case e che Gerusalemme doveva essere posta sotto il controllo internazionale. Niente di tutto questo è mai avvenuto e niente oggi lascia supporre che Israele possa ammettere un ritorno dei palestinesi. (...) È interessante notare un altro parallelo tra il passato e quanto avviene oggi sul ruolo degli Stati uniti. Lo sottolinea con efficacia proprio lo storico Ilan Pappé nel suo recente libro La fine di Israele (Fazi editore). La guerra dei Sei giorni del 1967, con cui Tel Aviv occupò Cisgiordania, Gaza e la alture siriane del Golan, cambiò in maniera drastica il processo di pace. Questo processo diventò un monopolio americano. Gli Usa, sotto la spinta di un Congresso filo-israeliano – scrive Pappé – hanno tenuto fuori chiunque altro della regione e del mondo volesse fare da mediatore nel conflitto. Per questo i processi di pace, anche quelli che portarono al accordi di Oslo del 1993, si sono trasformati in una tragica farsa. Si illudevano i palestinesi e si prendeva un po’ in giro la comunità internazionale mentre Israele aveva l’unico obiettivo di prendere tempo, normalizzare l’occupazione e rapinare altri territori con gli insediamenti. La risoluzione Onu votata ieri ripete lo stesso schema solo con qualche variante più appetibile alla comunità internazionale e agli europei.
Per questo credere agli Usa e a Trump oggi è come credere al pifferaio magico dei fratelli Grimm. La risoluzione infatti piace a Israele (che si sente come al solito legibus solutus) e anche all’Anp perché promette di assestare un colpo al rivale Hamas. È un copione già visto, riscritto alla buona per un film già visto. La fine è nota'.

(Alberto Negri, 'il manifesto', 19 novembre 2025).

MOBILITIAMOCI CONTRO L’ECONOMIA DI GUERRA.L’assemblea pubblica del 14 ottobre scorso all’Atrio del Carmine, ha ribadito ...
18/11/2025

MOBILITIAMOCI CONTRO L’ECONOMIA DI GUERRA.

L’assemblea pubblica del 14 ottobre scorso all’Atrio del Carmine, ha ribadito la volontà di proseguire nella mobilitazione per il popolo Palestinese - costretto ancora a difendersi dall’arroganza coloniale dello Stato di Israele - e contro le politiche di guerra degli Stati e dei governi occidentali. In quell’occasione è emersa la necessità di creare spazi di confronto e organizzazione politica che possano moltiplicare l’impatto degli sforzi dei singoli, così da dare una forma tangibile al cambiamento.

Sono ormai oltremodo evidenti le atrocità di un sistema di potere che trae profitto dalla devastazione dei nostri territori e delle nostre comunità, che sottrae risorse e nega diritti. Un sistema che non investe in sanità, istruzione e infrastrutture di prossimità, ma in ricerca e tecnologie militari, alimentando massacri e conflitti armati in tutto il mondo. Organizziamoci per cambiare il volto e l’uso dei nostri territori, sempre più votati a un’ economia di guerra, che arricchisce pochi mentre impoverisce interi popoli ed ecosistemi.

La mobilitazione in solidarietà del popolo Palestinese, e le tante manifestazioni che l’hanno alimentata, ha dimostrato che le comunità possono riappropriarsi della capacità di decidere e incidere su tempi e spazi della politica, opponendosi alle nefaste decisioni imposte da governi guerrafondai. Ed è per questo che non possiamo fermarci ma insistere, continuare ribadendo come tali processi ci riguardano perché strettamente collegati alle nostre vite. Dobbiamo contrastare la militarizzazione che avanza, che impone basi militari e opere tanto grandi quanto inutili, che devasta interi territori, che alimenta repressione e violenza e che restituisce solo disuguaglianza e marginalizzazione.

🔴 Allarghiamo la nostra mobilitazione, coinvolgiamo tutti i nostri territori per esprimere e praticare insieme l’opposizione al ponte sullo stretto, al genocidio in Palestina e all’economia di guerra. Ci vediamo Venerdì 21, alle ore 18:30, presso “Il villaggio dei semini del bosco” (Via Fiumarella 19, Milazzo).

La nostra sezione ha appena aderito all'appello.
16/11/2025

La nostra sezione ha appena aderito all'appello.

𝐈𝐥 𝐒𝐮𝐝 𝐮𝐧𝐢𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐨𝐧𝐭𝐞
Appello delle realtà del Sud (firme in aggiornamento) verso il corteo no ponte del 29 novembre!

Vogliamo casa, lavoro, ambiente e sanità!

La mobilitazione contro il ponte sullo Stretto è, oggi, uno spazio politico cruciale per la resistenza e il riscatto del Sud. Teatrino politico di lungo corso, con interpreti che abbracciano la quasi totalità dello spettro politico, il ponte è da sempre accompagnato da un’aura mitica, che lo pone come infrastruttura necessaria per la risoluzione di tutti i mali del Meridione. Un’opera che non vedrà mai la luce (o, quantomeno, non nella sua interezza) è diventata, così, non solo meccanismo di costruzione del consenso, ma anche dispositivo politico portatore di un immobilismo strutturale nello sviluppo di intere aree del paese, tra mancati investimenti e risorse rubate alle vere urgenze dei nostri territori.

Queste urgenze, noi, le conosciamo bene. Dalla Puglia alla Calabria, dalla Sicilia alla Campania, passando per la Basilicata, la Sardegna e il Molise: tanti Sud, stessi problemi. Siamo la periferia d’Europa, sempre agli ultimi posti in ogni classifica sulla qualità della vita, sui servizi, sul lavoro, sulla salute. Pochi giorni fa l’Eurostat ha fotografato la realtà: 93 milioni di persone a rischio povertà nell’Unione Europea. E ai primi posti ci sono Calabria e Campania, insieme alla Guyana Francese. Questi numeri non sono statistiche fredde: sono la vita quotidiana di milioni di persone, di famiglie che faticano a sopravvivere, di giovani che non vedono un futuro.
In questo scenario, il ponte sullo Stretto è uno schiaffo.

È l’ennesimo insulto a chi abita territori abbandonati, depredati e desertificati, simbolo di una politica che continua a scegliere il cemento invece delle persone. Il Sud, da secoli, è un territorio di conquista. Prima colonizzato, poi sfruttato, oggi devastato in nome della “vocazione turistica” e della “posizione strategica”. Parole vuote, dietro cui si nascondono solo povertà, disuguaglianze ed emigrazione, ce lo raccontano, ad esempio, in modo inequivocabile, le carceri italiane, in cui la maggioranza dei detenuti è meridionale e migrante. Oggi a emigrare non sono solo i giovani, ma anche i meno giovani, per lavorare al Nord o all’estero, a produrre ricchezza altrove per stipendi da fame, inghiottiti da affitti che non lasciano respiro. Insegnanti, operai, infermieri, impiegati, postini, lavoratrici e lavoratori che partono e lasciano dietro di sé città e paesi svuotati.

Il Ponte sullo Stretto torna a essere il pretesto per imporre un modello di sviluppo fondato sull’aggressione territoriale e sull’estrazione di profitto dalle risorse e dalle biografie degli abitanti. Si tratta di un modello che esclude programmaticamente le comunità locali dai processi decisionali, ponendole di fronte a un’alternativa forzata: accettare il ricatto di promesse occupazionali e finanziamenti oppure subire la devastazione ambientale e sociale legata all’opera. È, in sintesi, un modello che espelle progressivamente la popolazione residente, poiché considerata un ostacolo al suo avanzamento.

D’altra parte le grandi opere seguono sempre la stessa logica: calate dall’alto, devastano i territori e ignorano chi li abita. È una logica disumana, cieca, che piega tutto al profitto. La stessa che ritroviamo nell’economia di guerra e nelle distruzioni che produce: logiche diverse per scala e orrore, ma accomunate dallo stesso meccanismo: devastare per poi ricostruire, distruggere per fare speculazione. Non è un caso se, mentre un genocidio è ancora in corso, già si parla del “grande business della ricostruzione” a Gaza, un affare da oltre 80 miliardi su cui si affacciano le stesse multinazionali del cemento, come Webuild, la stessa del Ponte sullo Stretto.

Oggi la lotta No ponte è molto più di una battaglia ambientale o locale. È un crocevia decisivo per il riscatto del Sud, un’occasione per tornare a essere voce collettiva. Davanti a tutto questo, siamo convinte che serva un’unità nuova, forte, popolare. La mobilitazione contro il ponte deve diventare il simbolo di un Sud che rimette al centro sé stesso, i propri bisogni, la propria dignità.
Per questo il 29 novembre scenderemo in piazza, a Messina, uniti e compatti in uno spezzone sociale con parole chiave che rispecchiano le vere priorità del Meridione. Lo faremo in dialogo e continuità con il corteo nazionale contro la finanziaria di guerra che si terrà in quella stessa data a Roma, nella Giornata di solidarietà con il popolo palestinese.

𝗜𝗹 𝗽𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗹𝗼 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼. 𝗠𝗮, 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗶𝘂', 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗽𝗶𝘂' 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗾𝘂𝗶𝘀𝘁𝗮, 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗹𝘂𝗼𝗴𝗵𝗶 𝗱𝗮 𝘀𝗳𝗿𝘂𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗲 𝘀𝘃𝘂𝗼𝘁𝗮𝗿𝗲.

Vogliamo una sanità pubblica efficiente, capillare, di qualità.
Vogliamo infrastrutture sostenibili, che colleghino davvero le persone.
Vogliamo l’acqua nelle case, vogliamo scuole e ospedali che funzionino, vogliamo poter nascere, crescere e invecchiare con dignità, con servizi pubblici che non lascino indietro nessuno.
Vogliamo poter scegliere di restare o di partire, senza essere obbligati a scappare.
Vogliamo questo e molto di più.
Vogliamo tutto.

La lotta No ponte è la nostra lotta per il diritto a restare.

Assemblea No Ponte - Messina
No Ponte Calabria
Agorà - Decollatura (CS)
Antudo
Assemblea Popolare Ecologista (A.P.E.) - Palermo
Associazione Bandafalò - Reggio Calabria
Cambiamo Messina dal Basso
Catanesi solidali con il popolo palestinese
Centro sociale Anomalia - Palermo
Collettivo Addùnati - Lamezia Terme
Collettivo Malerba
Collettivo Pantera
Collettivo Scirocco - Palermo
COLPO “Mario Bruno” - Paola (CS)
Comunità TerraeliberAzione
Confederazione Cobas nazionale
Coordinamento Pro Palestina Reggio Calabria
Coordinamento Regionale Controvento Calabria
Movimento Terrà e Libertà Calabria
CRIC - Centro Regionale d'intervento per la Cooperazione
CSC Nuvola Rossa - Villa San Giovanni
CSOA Angelina Cartella
Docenti No ponte
Equosud - Reggio Calabria
Fiom-Cgil - Messina
Global Movement to Gaza - Italia
La Base - Cosenza
Lampare BJC- Cariati (CS)
Mediterranea Saving Humans - Messina
Mediterranea Saving Humans - Palermo
Michele Conia, Sindaco di Cinquefrondi (RC)
Movimento di Rinascita per Cinquefrondi
Osservatoriomaree - Paola (CS)
Partito Comunista Italiano
Partito Comunista dei Lavoratori - Sicilia
Partito della Rifondazione Comunista - Federazione provinciale di Messina
Partito della Rifondazione Comunista - Sicilia
Potere al Popolo - Calabria
Potere al Popolo - Sicilia
Risorgimento Socialista - Puglia
Sezione ANPI 'Eliana Giorli La Rosa' di Milazzo
Siciliani liberi
UGS Sicilia
UGS Calabria
USB Calabria
USB Sicilia

Firme in aggiornamento

13/10/2025

Non vado ad Auschwitz da otto anni, ma negli otto precedenti ci sono stato una quindicina di volte. In tutti i casi tranne uno – quando ci andai come inviato in occasione di uno speciale di Rai Storia – accompagnavo centinaia di ragazzi/e in viaggi della memoria, dopo un lungo percorso preparatorio sull’ascesa dei fascismi, sulla guerra mondiale, sulla persecuzione e sullo sterminio degli ebrei d’Europa, e delle altre minoranze – rom e sinti su tutti – assassinate in massa perché colpevoli di esistere. “Se il fascismo avesse prevalso – ha scritto Primo Levi –, l’Europa intera si sarebbe trasformata in un complesso sistema di campi di lavoro forzato e di sterminio” e “ci troveremmo oggi in un mondo spaccato in due, ‘noi’ i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati”. Già. Ma pare che non sia chiaro a tutti/e.

Se il fascismo non avesse dominato l’Europa, il secolo scorso, la Shoah, il Porrajmos e gli altri stermini degli anni Quaranta semplicemente non ci sarebbero stati. Lapalissiano, si dirà. Lo è anche per questa inqualificabile destra nata dal brodo razzista e antisemita del Novecento e che ora si spertica a dimostrarsi “amica degli ebrei e di Israele”, ovviamente. Ma il loro obiettivo è palese: continuare l’opera di defascistizzazione del fascismo che in fondo, in confronto a “certa sinistra” – ma anche in generale, dai: ammettiamolo! – non era poi così male.

Mi rifiuto persino di nominare la persona che ha generato la polemica del momento, sperando che scivoli presto nella più totale irrilevanza politica. Una sola annotazione a chi da due anni a questa parte – e da prima, ahinoi: non era facile accorgersene, ma non mi perdono di non esserne stato capace – fa un uso indegno di questa storia: il “Mai più” sul quale migliaia di docenti ed educatori/educatrici hanno speso inquantificabili energie in questi anni avrebbe dovuto essere un monito universale: “Mai più per nessuno” / “Never again, for anyone”. E chi usa sfacciatamente la memoria dell’anus mundi, del buco nero del Novecento europeo con i suoi milioni di morti sul pedigree dei suo fascismi, dei suoi nazionalismi, dei suoi razzismi e delle complicità che li hanno nutriti, chi la usa per giustificare un genocidio di oggi o per intorpidire le acque della coscienza pubblica, sia dannato/a.
E i suoi nati torcano il viso da lui o da lei.

Antisemitismo e islamofobia sono le due facce della stessa medaglia che questi esseri umani indegni di tale definizione hanno sempre orgogliosamente appuntato al petto, e che girano in un verso o nell’altro a seconda delle occorrenze. Il nemico è sempre l’Altro, per loro, e di solito quello più debole: e ogni tempo ha il suo. Ricordatevi di queste parole, voi che ora li sostenete: ricordatevene, il giorno in cui torneranno a pugnalare chi ha creduto che fossero diventati amici.

La quasi totalità degli ospedali, degli istituti scolastici e delle abitazioni, è stata distrutta,  così come qualsiasi ...
12/10/2025

La quasi totalità degli ospedali, degli istituti scolastici e delle abitazioni, è stata distrutta, così come qualsiasi altro tipo di infrastruttura. I corpi delle sorelle e dei fratelli palestinesi giacciono ancora caldi sotto le macerie. Nonostante ciò, da qualche giorno gli stati occidentali festeggiano il raggiungimento di una presunta pace e di un presunto cessate il fuoco. Sono centinaia i palestinesi che nel frattempo sono stati uccisi dai bombardamenti dello stato terrorista di Israele. Il genocidio sta continuando e il sionismo continua nel proprio progetto di occupazione. Basta guardare agli attacchi nei confronti del Libano e l’atteggiamento dei coloni Israeliani nei confronti dei palestinesi in Cisgiordania.

Quello che ci viene raccontato come un accordo di pace, altro non è che il volto moderno del colonialismo, mediante il quale si impone sotto minaccia ad un intero popolo di rinunciare in qualsiasi possibile forma di autodeterminazione e di autogoverno. Uno strumento per legittimare le ambizioni predatorie di Stati Uniti e d'Israele, che non hanno nessun vero interesse per una pace giusta.

Come se ciò non fosse abbastanza, il 14 Ottobre si è deciso di ospitare nuovamente a Udine la partita Italia-Israele per le qualificazioni ai mondiali di calcio 2026. Una legittimazione che la FIGC dà alla nazionale israeliana, fiera rappresentante di uno stato che ha ucciso oltre 807 lavoratori del mondo dello sport di cui almeno 420 calciatori, e che ha raso al suolo tutti gli stadi della Palestina rendendoli luoghi di tortura. Una legittimazione che non possiamo condividere in alcun modo.

Non possiamo ignorare come l’economia di guerra che sostiene e legittima questi massacri sia strettamente connessa anche ai nostri territori. La Leonardo S.p.A., produttrice di morte a controllo pubblico, continua a produrre e vendere armi che alimentano conflitti e genocidi in tutto il mondo. Mentre miliardi vengono destinati alla spesa militare, ad essere sistematicamente depredata è la spesa per la sanità, la scuola, i servizi sociali e il diritto all’abitare. La militarizzazione dei territori, dai porti usati per il transito di armi fino alle basi NATO disseminate nel Paese, rappresenta il volto interno dello stesso sistema di oppressione: un modello economico che trae profitto dalla devastazione delle comunità e dei loro territori, a discapito dei loro reali bisogni.

Ora più che mai occorre costruire percorsi di resistenza e solidarietà attiva. Confrontiamoci, organizziamoci e agiamo. Ci vediamo Martedì 14, presso l’atrio del Carmine alle ore 19:00. Oggi più che mai la pace non può essere neutra e il silenzio è complicità.

INSIEME PER LA PALESTINA.

Domenica 19 ottobre rinnoviamo la nostra collaborazione con l'associazione 'Città invisibili e incontriamo nuovamente co...
11/10/2025

Domenica 19 ottobre rinnoviamo la nostra collaborazione con l'associazione 'Città invisibili e incontriamo nuovamente con piacere il Prof. Tommaso Greco.

03/10/2025

Protestiamo contro l'assedio di Gaza... Di fronte al genocidio in corso sosteniamo le iniziative per rompere il blocco navale e creare corridoi umanitari...

LA SUMUD FLOTILLA È SOTTO ATTACCO. Hanno attaccato la Global Sumud Flotilla. Hanno attaccato tutte e tutti noi.Hanno pau...
01/10/2025

LA SUMUD FLOTILLA È SOTTO ATTACCO.

Hanno attaccato la Global Sumud Flotilla. Hanno attaccato tutte e tutti noi.
Hanno paura della grande missione umanitaria che ha unito il mondo intero in un obiettivo molto chiaro: rompere il blocco navale illegale per portare aiuti umanitari ai bambini, fratelli e sorelle palestinese ridotti alla fame e violati sino allo stremo dallo stato criminale di Israele.

Il governo italiano, come tutti gli altri governi occidentali, si inchina davanti ad accordi schifosamente cinici mentre condanna i corpi disarmati e il coraggio dei propri concittadini sulle navi della Flotilla. Noi sosterremo in ogni piazza possibile questa operazione. La storia vi ricorderà per quello che siete stati: complici di un genocidio.

Torniamo domani in presidio davanti al Comune di Milazzo dalle ore 16 alle 22. Non ci fermeremo, se bloccano la Flotilla, si blocca tutto.

✌🏻
26/09/2025

✌🏻

26 Settembre 2025 Image Paragrafo Il Senato Accademico, riunitosi oggi in una seduta aperta alla partecipazione di tutte le associazioni studentesche e convocata per discutere le richieste avanzate dalla comunità universitaria in merito alla crisi di Gaza, ha deliberato all’unanimità l’immedia...

Interrompere adesso.
26/09/2025

Interrompere adesso.

Perché è giusto e necessario interrompere il partenariato tra l’università di Messina e la Hebrew University di Gerusalemme: tre ragioni.

𝟭) 𝗟𝗮 𝗛𝗲𝗯𝗿𝗲𝘄 𝗨𝗻𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝘁𝘆 𝗵𝗮 𝗮𝘃𝘂𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗼 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝘂𝗹𝗶𝘇𝗶𝗮 𝗲𝘁𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝗴𝗲𝗻𝗼𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗣𝗮𝗹𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗲𝘀𝗶.
- Dal 1948 studenti e docenti della Hebrew University, del Technion e del Weizmann Institute hanno contribuito a sviluppare e produrre armi, sostenendo logisticamente le milizie sioniste durante la nakba e partecipando attivamente alla prima grande pulizia etnica del popolo palestinese su cui si basa la fondazione dello Stato d'Israele.
- Dopo il 1967 l’università ha ampliato il campus sul Monte Scopus, occupando terre espropriate ai palestinesi di Gerusalemme Est, legandosi sempre di più al complesso militare-industriale e al progetto di “Grande Israele”.
- Oggi (2023) ospita due programmi di formazione esclusivi per militari: Talpiot (intelligence) e Havatzalot (dirigenza IDF), oltre a collaborare con aziende belliche come Lockheed Martin (produttrice di F-35 e del MUOS di Niscemi).

𝟮) 𝗟𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗶𝗮𝗿𝗲, 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗿𝗶𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗲 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗜𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗲 𝘀𝗶 𝗯𝗮𝘀𝗮 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗮𝗹𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗲𝘀𝗲.
Mantenere accordi con la Hebrew University equivale a legittimare un sistema che nega libertà di studio, ricerca e insegnamento ai palestinesi e dissidenti.
La “libertà accademica” rivendicata da figure come la Rettrice Spatari o il ministro Bernini ignora la distruzione sistematica di scuole e università di Gaza, le restrizioni di movimento imposte agli studenti in Cisgiordania e la repressione del dissenso, come nel caso della prof.ssa Nadera Shalhoub-Kevorkian, licenziata per aver criticato il genocidio e il sionismo. Tali affermazioni sostengono tacitamente e colpevolmente la negazione di tale libertà.

𝟯) 𝗜𝗹 𝗯𝗼𝗶𝗰𝗼𝘁𝘁𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗮𝗰𝗰𝗮𝗱𝗲𝗺𝗶𝗰𝗼 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗱𝗮𝗻𝗻𝗲𝗴𝗴𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗹'𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮 𝗜𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗶𝗮𝗻𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗺𝗮𝗰𝗰𝗵𝗶𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗴𝗲𝗻𝗼𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼.
L’economia israeliana dipende fortemente dal settore dello sviluppo scientifico e tecnologico, in cui spicca la produzione di dispositivi dual-use, che sono cioè utilizzabili sia in guerra che per usi civili.
Israele beneficia di programmi di ricerca e sviluppo internazionali, la cui interruzione ridurrebbe fondi per l'accademia Israeliana, danneggiandone il prestigio. Ad esempio, dal 2021 ha ricevuto €875,9 milioni dal programma di ricerca Horizon EU. La sua esclusione dal ciclo 2028 danneggerebbe gravemente la sua economia e la comunità accademica.

Ci vediamo domani Venerdì 26, alle ore 9:00, per il presidio di fronte al Rettorato dell’Università degli studi di Messina (Piazza Pugliatti, Messina). Per un'università non asservita al genocidio.

24/09/2025

Nella Striscia di Gaza si consuma un genocidio, che non si può più negare né coprire con parole vuote o richiami astratti al “dialogo”. Le stime ONU (ribassate di almeno il 40%) parlano di oltre 65.000 morti, di cui l’83% civili: donne, bambini, studenti, giornalisti, medici.

𝗘𝗽𝗽𝘂𝗿𝗲 𝗹’𝗨𝗻𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗠𝗲𝘀𝘀𝗶𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗻𝘁𝗶𝗲𝗻𝗲 𝘂𝗻 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗱𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗛𝗲𝗯𝗿𝗲𝘄 𝗨𝗻𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝘁𝘆 𝗼𝗳 𝗝𝗲𝗿𝘂𝘀𝗮𝗹𝗲𝗺, 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗮𝘁𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗽𝗽𝗮𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗹𝗼𝗻𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗶𝗮𝗻𝗼.

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮𝗱𝗶𝗻𝗮𝗻𝘇𝗮, 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲𝘀𝗰𝗮, 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗱𝗼𝗰𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶𝘁𝗮̀ 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲, 𝗻𝗼𝗶 𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮:
• 𝗹𝗮 𝘀𝗼𝘀𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗺𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶 𝘁𝗿𝗮 𝗨𝗡𝗜𝗠𝗘 𝗲 𝗹𝗮 𝗛𝗲𝗯𝗿𝗲𝘄 𝗨𝗻𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝘁𝘆.
• 𝗟’𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗯𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗶𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗲 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲𝘀𝘀𝗲 𝗽𝗮𝗹𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗲𝘀𝗶, 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗲𝗴𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗿𝗲𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗹𝗶𝗱𝗮𝗿𝗶𝗲𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗱𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗲𝗴𝗻𝗼.

Non si tratta di censurare o chiudere spazi di confronto, ma di non essere complici. Non basta parlare di “ponti” quando si è dalla parte di chi bombarda ospedali, università e campi profughi.
Gli attuali accordi minano la coerenza della nostra università con i valori stessi di libertà, giustizia e diritti umani. Oggi l’UNIME si trova davanti a un aut-aut: o scegliere l'indifferenza, e dunque la complicità, oppure farsi luogo di circolazione di saperi liberi, decolonizzati, schierati con chi resiste all’annientamento.

Per un’università non asservita al genocidio
ci vediamo per un presidio di fronte al Rettorato dell’Università degli studi di Messina (Piazza Pugliatti, Messina), Venerdì 26 Settembre alle ore 9:00.

Come cittadine e cittadini di Milazzo, appartenenti a diverse realtà sociali, culturali e associative, torniamo a rivolg...
20/09/2025

Come cittadine e cittadini di Milazzo, appartenenti a diverse realtà sociali, culturali e associative, torniamo a rivolgerci al Sindaco, alla Giunta Comunale e al Consiglio Comunale, dopo mesi di silenzio. La nostra richiesta era, ed è tuttora, precisa: convocare un Consiglio Comunale aperto per discutere una presa di posizione ufficiale di condanna del genocidio in atto a Gaza e nei territori occupati della Palestina. Ma nulla è stato ancora fatto.

Milazzo non può restare in silenzio. La nostra città non ha intenzione di tacere: pretendiamo che il Consiglio Comunale si esprima e convochi il prima possibile un momento pubblico di confronto. Occorre una ferma condanna pubblica, con contestuale assunzione dell’impegno ad esercitare pressione sul Governo regionale e il Governo Nazionale, affinché venga immediatamente interrotto ogni rapporto con lo stato genocida di Israele. Solo così potrete dimostrare di rappresentare davvero questa città e la sua coscienza civile.

𝗟𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲𝗺𝗼 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗟𝘂𝗻𝗲𝗱𝗶̀ 𝟮𝟮, 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗼𝗿𝗲 𝟭𝟴:𝟬𝟬, 𝗱𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹 𝗽𝗮𝗹𝗮𝘇𝘇𝗼 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗠𝗶𝗹𝗮𝘇𝘇𝗼. 𝗜𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗮 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗲 𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝗻𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗼𝗼𝗿𝗱𝗶𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 ‘𝗜𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗹𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗮’ 𝘀𝗮𝗿𝗲𝗺𝗼 𝗴𝗶𝗮̀ 𝗹𝗶̀ 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗼𝗿𝗲 𝟭𝟬:𝟬𝟬 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼.

La pace non è neutrale, e il silenzio oggi è complicità.

🇵🇸

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Via Matteo Nardi, 6
Milazzo
98057

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