06/06/2026
Tra il 6 e il 7 giugno 1915 si arresta temporaneamente la prima vera offensiva nella Grande Guerra del nostro esercito. Essa, lanciata nei dieci giorni precedenti, ha anche lo scopo di conquistare il monte Nero ed occuparne la vetta alta 2245 metri. Oltre che strategico, l’obiettivo del nostro Comando supremo è propagandistico, di fronte ad un’Italia divisa sulla partecipazione al conflitto.
La guerra per noi era iniziata il 24 maggio; la dichiarazione aveva colto di sorpresa gli austriaci, dei quali eravamo stati alleati fino a poco prima. L’Impero combatteva già da nove mesi contro i russi, i serbi e i turchi lungo un fronte infinito a oriente. E quell’antico Impero, divenuto per noi “il nemico”, lungo il confine con l’Italia formato perlopiù da montagne che già costituiscono una difesa naturale, schiera forze decisamente inferiori alle nostre.
Però i generali austriaci, non fidandosi dell’ambiguo governo italiano, nelle ultime settimane qualche difesa la avevano approntata, come le batterie di cannoni attorno alla cittadina di Tolmino nel fondovalle dell’Isonzo, sulla quale dominava il massiccio del monte Nero tenuto anch’esso dagli austriaci.
I politici del regno d’Italia e il re Vittorio Emanuele III, che tra aprile e maggio 1915 avevano deciso per la guerra forzando la mano al Parlamento, si davano come obiettivo, di quello che spacciavano come un breve conflitto, la conquista delle città di Trento e Trieste, e ovviamente delle loro province. Ma la prima vera operazione offensiva colpiva la zona del monte Nero.
Alpini e bersaglieri, cioè le nostre schiere meglio addestrate, gettavano dei ponti sull’Isonzo tra Caporetto (eh sì, proprio il paese che darà il nome ad una storica disfatta) e Tolmino, penetravano di alcuni chilometri in territorio nemico combattendo poi per avvicinarsi a quest’ultima cittadina. Ai primi di giugno 1915 cominciavano a risalire le pendici delle montagne soprastanti.
L’avanzata italiana, la nostra prima offensiva di tutta la guerra, come detto deve però arrestarsi nei giorni successivi, sia verso Tolmino sia verso la vetta del monte Nero a causa della resistenza opposta soprattutto dai trinceramenti dal nemico. Questi l’11 giugno passerà al contrattacco cercando di riconquistare le pendici del massiccio, ma sarà respinto dopo una contesa palmo a palmo dei contrafforti.
Poi sarà il turno dei nostri soldati che nelle notti dal 14 giugno al 16 saliranno verso la vetta da due versanti, talvolta in arrampicata, talvolta scalando pareti verticali, talvolta fasciando gli scarponi per limitare il rumore, sorprendendo poi i nemici nelle trincee dove si svolgeranno crudeli corpo a corpo. Per scacciare gli austriaci dalla cima non saranno usate solo armi da fuoco ma anche lame. E pietre.
All’alba del 17 giugno 1915 la vetta del monte Nero risulterà stabilmente occupata dagli italiani. Alla fine conteremo ventuno morti contro i centoventi del nemico; settecento i prigionieri. Celebrata dai giornali italiani favorevoli alla guerra, la prima vittoriosa offensiva delle nostre forze armate sarà descritta con toni epici; la conquista della montagna diverrà anche un popolare canto degli alpini.
Gli imperiali nelle notti successive, come fatto dai nostri uomini in precedenza, a braccia porteranno in cima pezzi di artiglieria e mitragliatrici che posizioneranno oltre quota 2100, sulle vette vicine al monte Nero, distanti da noi in linea d’aria pochissime centinaia di metri. Da quei “nidi” fortificati il nemico terrà sotto tiro i nostri, bloccandoci per i successivi due anni e cinque mesi.
Sul quel crinale anche noi costruiremo, ridotte, capisaldi, lunette, gallerie e trincee come quella evocata all’inizio da un certo Pirazzoli, un fante emiliano che la descriverà nel giugno del 1917 chiamandola “il budello”. La nostra prima linea in vetta al monte Nero tenterà inutilmente di resistere anche alla travolgente offensiva austriaca che dal 24 ottobre 1917 in poi avanzerà poi fino al Piave.
I reparti italiani, inutilmente attardatisi a difendere la vetta, nel ritirarsi verso Caporetto troveranno il ponte per passare sull’Isonzo distrutto dall’attacco nemico e dovranno arrendersi. La mitica cima verrà ripresa negli anni seguenti ma non con le armi; finita la guerra, ce la attribuirà il Trattato di pace.
Un primo cippo in vetta al monte Nero, a memoria dell’impresa del giugno 1915, sarà eretto dal regno d’Italia subito dopo avere ottenuto l’allargamento a est della nostra linea confinaria precedente, ma verrà danneggiato il 16 maggio 1922 da slavi contrari all’annessione all’Italia; per rappresaglia i temibili fascisti di Trieste e Gorizia organizzeranno una feroce incursione a Caporetto dove commetteranno violenze.
Nel 1928 il regime di Mussolini, ormai imperante, edificherà sulla cima un rifugio monumentale, che però nel 1951 sarà fatto smontare dalle autorità della repubblica federativa jugoslava.
Oggi il monte Nero, col suo tradizionale nome slavo di “Krn” (“corno, moncone”), da non confondere con “črn” (nero) come invece fecero i primi cartografi italiani, si trova in Slovenia.
(Scritto di Roberto Neri; fonti principali: la scheda sul monte Nero curata da P. Antolini nel sito “Storia e memoria di Bologna” sezione Archivio sottosezione Luoghi; la pagina dedicata alla conquista della vetta dal sito “Atlante dizionario della Grande Guerra”, sezione Friuli Venezia Giulia 1915; i giornali dell’epoca per la vendetta fascista del 1922)