12/09/2026
Sandro Pertini la chiamava «la Giamburrasca di Montecitorio», ma Emma Bonino non è mai stata una monella. Era rigorosa, disciplinata, spesso spigolosa, riservata. Una donna che pensava che il personale fosse politico, ma che il privato non dovesse diventare pubblico.
È morta l’11 settembre, a 78 anni, dopo otto anni di malattia vissuti senza lasciare che il tumore coincidesse con la sua identità. «Io non sono il mio tumore e voi non siete la vostra malattia», aveva detto nel 2015, scegliendo di raccontarlo pubblicamente per «fare fiducia» agli altri malati.
La sua storia politica era cominciata negli anni Settanta, con un ab**to, l’incontro con Adele Faccio, la disobbedienza civile, l’arresto e poi il sodalizio con Marco Pannella. Da lì una vita di battaglie radicali: diritti civili, antiproibizionismo, giustizia, carcere, Europa, lotta alle mutilazioni genitali femminili.
E sempre dalla parte delle donne, pur senza dichiararsi femminista. Non festeggiava l’8 marzo, ma alle ragazze ricordava che i diritti, anche quelli scritti nella legge, non sono conquistati una volta per tutte. Se non vengono coltivati, possono essere persi.
Dopo l’omicidio di Giulia Cecchettin, parlava ancora di legge 40, di femminicidi, di battaglie che sembrano vinte e invece devono essere difese continuamente. Alla domanda se, dopo tanti anni, tutto questo potesse scoraggiarla, rispondeva: «Non mi scoraggio, se è quello che mi stai chiedendo».
È forse qui che resta più contemporanea: non nell’idea di una vittoria definitiva, ma nella convinzione che ogni diritto richieda manutenzione, ostinazione, conflitto.
Fino all’ultimo, Emma Bonino non si è mai dimessa da sé stessa.
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