Non è possibile stabilire, al momento, documentalmente l'epoca della sua costruzione, per mancanza di atti che ne attestino la data. Si può solo ricavare attingendo dagli archivi della famiglia Fienga che il fabbricato (oggi vincolato ex lege 1089/39), con annesso giardino appartenne ad un certo Matteo de Martino di Gaetano che l'aveva ricevuto dai suoi antenati, e che lo lasciò in eredità, alla s
ua morte, ad una miriade di eredi tra figli e nipoti con una situazione patrimoniale notevolmente ingarbugliata. Fu logica conseguenza che i nuovi proprietari decidessero di alienare l'immobile e lo cedettero con atto notarile del 18 giugno 1843 ad Andrea Fienga. Rappresentativo esponente della sua famiglia per aver ricoperto diverse cariche pubbliche, costui venne ad abitare nel palazzo in occasione delle sue nozze con Dorotea Ardia e ivi dimorò al primo piano, lasciando il secondo in parte ai domestici ed in parte ai figli maschi della notevole prole che allietò il suo matrimonio. Una sommaria descrizione della villa si può ricavare dallo stesso atto di compravendita, dove si legge che trattasi di una “Casa palaziata composta di pianterreno e due piani superiori collo scantinato, suppegno coi comodi annessi, col portone d'ingresso, col porticato, cortile, cisterna, colle lavatoie, colla scala, ed altri comodi... fondo ad uso giardino”. Villa Fienga è uno degli esempi più interessanti di architettura sei/settecentesca presenti in pen*sola sorrentina. Della facciata originale del palazzo non resta che il portale, per il resto c'è stato un rimaneggiamento sette/ottocentesco. Pur nella semplicità del suo stile la facciata conserva una sobria eleganza. Il portale di impronta sanfeliciana, realizzato in pietra vesuviana scolpita, è certamente tra i più belli della Pen*sola Sorrentina. Il finto bugnato, presente in maniera più definita al piano terra, si va alleggerendo verso l'alto, fino quasi a scomparire del tutto al secondo piano, dove è leggibile solo come soluzione d'angolo. Nella zona basamentale, esso collega le ampie aperture dei depositi; il piano verticale di tale bugnato è lievemente inclinato verso l'interno dell'edificio aumentando la sensazione di massa e di stabilità dell'immobile. Cinque ampie aperture prospicienti la strada ed un tempo occupate dalle botteghe, fiancheggiano il portale d'ingresso, non simmetrico rispetto alla facciata. In corrispondenza delle aperture sottostanti, altrettanti balconi si aprono superiormente. Al primo piano o piano nobile, ciascuna apertura è sormontata da un timpano triangolare sostenuto da due mensole con voluta. Lo stesso motivo si ripete per i sostegni dei ballatori. Il balcone in corrispondenza dell'ingresso è di più ampie proporzioni, com'era in uso nelle dimore signorili. Il secondo piano è privo di qualsiasi ornamentazione, probabilmente per sottolineare la presenza degli appartamenti della servitù. La facciata è inoltre arricchita da semplici motivi architettonici ed è cimata da un cornicione che insiste su una lunga teoria di mensole. La facciata interna sul giardino è, invece, costituita da una doppia serie di aperture su logge e da una parete forata dagli archi delle scale che si conclude con una torre che emerge dai posteriori vani di servizio. Dal portone si accede ad un atrio ampio e luminoso e su di esso si affacciano due locali di cui uno, un tempo era certamente adibito a scuderia. La volta è a botte a scomparti ripartiti. Le pareti sono fiancheggiate da agili pilastrini, uno dei quali ospita alla sommità un delicato motivo floreale in bassorilievo. Procedendo verso il cortile interno larghe arcate celanole più antiche modanature in piperno. Le volte di questa parte del cortile sono a vela, con costole che si congiungono a rosoni centrali. Quasi in corrispondenza di quello esterno, un secondo emiciclo introduce al giardino “agruminato” raggiungibile attraverso un alto cancello di ferro lavorato che, tra due pilastri, sottolinea l'inizio di un lungo viale. Addossato alla stessa parete sulla quale si apre l'accesso alle scale che portano ai piani superiori ed ai terranei c'è il pozzo. La scala monumentale (o 'grade nobili') è poggiata al centro su pilastri continui con coperture rampanti a volte a crociera. Formata da sei campate, intervallate da pianerottoli che quando non sono a livello degli appartamenti ospitano ampi finestroni. Tutto l'ambiente è adorno di stucchi lucidi. Lo stesso rivestimento avrebbe dovuto ornare l'atrio ma l'opera non fu mai portata a compimento. Sulla facciata è presente una iscrizione che ricorda Antonino Fienga figlio di Andrea, consacrato scienziato nel II Congresso Internazionale, tenutosi a Roma nel 1894. Fu medico in una collaborazione magnifica e mutuale tra lo scienziato e il pratico, amò la patria, amò la famiglia ed ebbe onori accademici e l'amicizia dei più grandi scienziati d'Europa. Un morbo polmonare lo stroncò nel 1895. La sua morte fu lutto pubblico e, più tardi, Meta consacrò, sul fronte della casa dove nacque, ad imperituro ricordo questa lapide:
Tra queste mura
venne alla vita il 14 giugno 1847
Antonino Fienga,
morto il 31 dicembre 1895. Fisiologo esimio,
medico cerusico, poliglotta insigne,
sempre e superiormente filantropo,
rapì alla natura i più riposti segreti
per contendere innumerevoli vite alla morte
o per arrestarne sui frali già spenti
l'opera distruggitrice. A tanto concittadino
perchè il nobile ricordo
ne sia conteso all'oblio
il Comune di Meta
orgoglioso e riconoscente
Agosto 1909