25/03/2026
Emanuele Castellucci abita a Ricò: la casa in cui è nato, Molinvecchio, ha ereditato il nome da un antico castello medievale, scomparso nel Settecento. La passione per la storia e il legame con le sue radici stanno portando Emanuele a scrivere un saggio su questo luogo della memoria, di cui oggi vi proponiamo un breve estratto.
Buona lettura!
𝙄𝙡 𝙢𝙞𝙡𝙡𝙚𝙣𝙣𝙞𝙤 𝙙𝙞 𝙈𝙤𝙡𝙞𝙣𝙫𝙚𝙘𝙘𝙝𝙞𝙤: 𝙘𝙧𝙤𝙣𝙖𝙘𝙖 𝙙𝙞 𝙪𝙣'𝙚𝙘𝙤 𝙡𝙤𝙣𝙩𝙖𝙣𝙖
Questa è la storia di un luogo che ha resistito al tempo, raccontata attraverso le cicatrici e le memorie lasciate su un semplice foglio di carta a quadretti. Un viaggio lungo mille anni, dove la nostalgia è il filo che unisce le pietre antiche al presente.
𝙇'𝙖𝙡𝙗𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙧𝙖𝙙𝙞𝙘𝙞 (𝙥𝙧𝙞𝙢𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙓 𝙨𝙚𝙘𝙤𝙡𝙤)
Prima che la storia venisse scritta con l'inchiostro, era scritta nella terra e nel suono. Mille anni fa, queste valli non conoscevano il nome "Molinvecchio". Risuonavano invece di una lingua ruvida e antica, quella dei Galli Senoni. Furono loro, forse, a guardare la curva del fiume e a chiamare quel luogo con un nome che suonava come "Ribatta".
Era un'epoca di cui ci resta solo un sussurro, un'eco che i nostri anziani, con la loro saggezza contadina, hanno continuato a masticare nei secoli, trasformandola nel dialettale "l'árbatá". Le radici erano piantate; profonde, invisibili, in attesa.
𝙄𝙡 𝙥𝙧𝙞𝙢𝙤 𝙨𝙚𝙜𝙣𝙤 𝙨𝙪𝙡𝙡𝙖 𝙢𝙖𝙥𝙥𝙖 (𝙡'𝙚𝙨𝙩𝙖𝙩𝙚 𝙙𝙚𝙡 911)
Il tempo iniziò a contare i suoi giorni. Arrivò l'estate del 911, il 24 di luglio. Un amanuense, in un monastero silenzioso, intinse la penna e per la prima volta fissò il nostro nome sulla pergamena.
Non eravamo soli. In quel documento antico, Molinvecchio appariva come una piccola stella in una costellazione nascente, accanto a Castelnuovo, Teodorano e Valdinoce. Eravamo finalmente un punto fermo nel mondo, una promessa di futuro.
𝙇'𝙚𝙩𝙖' 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙞𝙚𝙩𝙧𝙖 𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡'𝙤𝙧𝙜𝙤𝙜𝙡𝙞𝙤 (𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙞𝙢𝙖𝙫𝙚𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙡 1195)
Passarono quasi tre secoli. Il piccolo insediamento crebbe, le sue spalle si fecero più larghe. L'acqua del fiume muoveva le pale di un mulino che divenne il cuore pulsante della comunità. Correva l'anno 1195. Nei documenti vergati il 19 maggio e il 3 luglio di quell'anno glorioso, non eravamo più solo un nome. Eravamo pietra e potenza. Le carte parlavano con rispetto del Fundus Gualdi e, soprattutto, del fiero Castrum Molini Vecli – il Castello del Mulino Vecchio.
Immaginate le mura che si stagliavano contro il cielo al tramonto, protettrici di una vita che fioriva al loro interno. Quello fu il nostro momento di massimo splendore medievale.
𝙊𝙢𝙗𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙥𝙤𝙩𝙚𝙧𝙚 𝙚 𝙢𝙚𝙢𝙤𝙧𝙞𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙛𝙪𝙨𝙚 (𝙡’𝙞𝙣𝙫𝙚𝙧𝙣𝙤 𝙙𝙚𝙡 1205)
Ma la storia è un fiume che porta anche detriti. Dieci anni dopo, nel 1205, il mondo era un gioco di potere tra giganti. L'Arcivescovo Alberto e il Conte Uberto si contendevano terre e anime, spartendosi le corti di Aquiliano, Giaggiolo e Montealto. In quel caos di rivendicazioni, la memoria rischiò di annebbiarsi. Secoli dopo, lo storico Fantuzzi, leggendo quelle carte, confuse il vicino Montevecchio con noi.
Ma la verità di Molinvecchio è tenace, e c’è sempre stato qualcuno pronto a correggere l'errore, a difendere la nostra identità distinta, come una nota a margine vergata con orgoglio su un foglio moderno.
𝙄𝙡 𝙩𝙚𝙨𝙩𝙞𝙢𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙚𝙡 𝙩𝙚𝙢𝙥𝙤 (𝙞𝙡 𝙙𝙞𝙘𝙚𝙢𝙗𝙧𝙚 𝙙𝙚𝙡 1228)
L'ultimo atto di questa epopea medievale si consumò nel freddo dicembre del 1228, il giorno 28. Tra i testimoni di un atto notarile, apparve un uomo: Johannes de la Rebate. Non era un nobile condottiero, ma in lui viveva la sintesi di tutto ciò che eravamo stati. Il suo nome cristiano, Johannes, guardava al presente; il suo cognome, "de la Rebate", era un ponte gettato all'indietro, fino a quell'antica radice gallica, a quel "Ribatta" che rifiutava di morire.
𝙄𝙡 𝙨𝙞𝙡𝙚𝙣𝙯𝙞𝙤 𝙚 𝙞𝙡 𝙧𝙞𝙘𝙤𝙧𝙙𝙤 (𝙤𝙜𝙜𝙞)
Poi, i secoli sono scivolati via veloci. Il Castrum è diventato polvere, il mulino ha smesso di girare, le voci antiche si sono affievolite. Molinvecchio è sembrato addormentarsi nella nebbia della modernità. Fino a quando, in una sera qualunque, una mano guidata dalla nostalgia ha preso un foglio a quadretti e una penna nera. Ha ricomposto i pezzi - le date, i nomi strani, l'eco del dialetto, l'orgoglio del castello perduto.
E così, su quel pezzo di carta stropicciato, mille anni di storia hanno ripreso a respirare, dimostrando che nessun luogo scompare davvero finché c'è qualcuno che ne custodisce il nome con amore.
𝙀𝙢𝙖𝙣𝙪𝙚𝙡𝙚 𝘾𝙖𝙨𝙩𝙚𝙡𝙡𝙪𝙘𝙘𝙞
Per approfondire la storia di Molinvecchio: https://www.facebook.com/share/p/18TCaPWCVU/
🏰 Il castello di Molinvecchio; immagine generata dall'IA sulla base dello scritto di Emanuele.