13/05/2026
Bakary Sako era un uomo. Povero.
E in questa Italia che ha smesso perfino di vergognarsi, essere poveri è diventata una colpa.
Era un lavoratore. Uno di quelli che all’alba prendono una bicicletta per andare a raccogliere il pane degli altri nelle campagne sfruttate del Sud. Un uomo venuto dal Mali, passato attraverso il deserto, il mare, le frontiere dell’umiliazione capitalistica, per morire infine a Taranto, in una piazza sporca di abbandono, ucciso da ragazzi cresciuti nel nulla morale di questa società.
Lo hanno assassinato giovani italiani. Ragazzi. Figli non del popolo, ma del suo annientamento. Figli di una città lasciata marcire da decenni dentro la disoccupazione, la miseria culturale, la devastazione industriale, l’assenza di scuole vere, di biblioteche, di luoghi di comunità, di politica, di speranza.
Taranto è oggi uno dei laboratori più mostruosi del capitalismo italiano.
Una città sacrificata prima all’acciaio, poi al profitto, poi alla propaganda.
Una città dove il lavoro uccide, il non-lavoro umilia e la politica amministra il declino come un notaio della sconfitta.
La morte di Bakary Sako non è un incidente.
È il prodotto storico di una lunga decomposizione.
È il risultato di uno Stato che ha abbandonato il Mezzogiorno riducendolo a periferia coloniale.
È il risultato di una classe dirigente locale miserabile, incapace perfino di nominare il dolore che governa.
È il risultato di decenni di distruzione della coscienza collettiva, sostituita dal consumismo più feroce e dalla barbarie televisiva e digitale.
A Taranto oggi non muore soltanto Bakary Sako.
Muore un’idea stessa di umanità.
Perché quei ragazzi che hanno colpito un bracciante africano mentre andava a lavorare non sono “mostri”. I mostri fanno comodo ai giornali e ai politici. No: essi sono il prodotto perfetto di questa società italiana. Una società che ha educato intere generazioni all’egoismo, alla violenza senza pensiero, al disprezzo per il debole, alla cancellazione di ogni solidarietà di classe.
Hanno imparato che la vita non vale nulla.
Lo hanno imparato guardando gli adulti.
Lo hanno imparato da uno Stato che manganella gli operai e protegge gli speculatori.
Lo hanno imparato da una politica che parla di sicurezza mentre lascia interi quartieri senza futuro.
Lo hanno imparato da un’economia che considera gli immigrati esseri invisibili: utili nei campi, superflui nella società.
Bakary Sako lavorava, manteneva la sua famiglia, cercava una vita dignitosa. È stato definito da chi lo conosceva un uomo irreprensibile, un lavoratore silenzioso.
Eppure è morto come muoiono gli ultimi: nell’indifferenza strutturale di un Paese che ha smesso di riconoscere il valore umano del lavoro.
Il Partito Comunista Italiano di Taranto denuncia con forza non soltanto gli assassini materiali, ma i mandanti morali di questo delitto:
la povertà prodotta dal capitalismo,
la distruzione sociale del Mezzogiorno,
la solitudine urbana,
la cultura della sopraffazione,
il razzismo normalizzato,
l’assenza completa di una prospettiva politica per le classi popolari.
Noi diciamo che Taranto non ha bisogno di nuove parole vuote.
Ha bisogno di case, scuole, salari, trasporti, cultura, sanità pubblica, lavoro stabile, spazi collettivi, organizzazione popolare.
Ha bisogno di politica vera.
Ha bisogno di popolo.
Ha bisogno di tornare umana.
Perché una società che lascia un uomo morire all’alba mentre va a lavorare è una società già morta dentro.
E il sangue di Bakary Sako, oggi, grida contro tutti noi.