23/07/2026
𝐈𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐜𝐚𝐧𝐝𝐚𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐯𝐨𝐜𝐞, 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐭𝐚𝐜𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞.
Da qui, dalla Valle Camonica, Bologna sembra lontana. Ma quella distanza non è una scusa per guardare altrove: è esattamente la stessa distanza comoda che tiene in silenzio, anche qui, chi dovrebbe parlare e non lo fa.
Chi gioisce apertamente per la morte di Abderrahim Fakir è uno squallore facile da riconoscere, quasi comodo: si mostra per quello che è, non ha bisogno di essere smascherato. Il problema, quello vero, è un altro: è la fila ordinata di persone perbene che non gioiscono affatto, che anzi si professano indignate, e che però nel momento in cui devono chiamare le cose con il loro nome si bloccano. "Vicenda", "caso", "fatti da chiarire". Mai "omicidio". Come se la parola fosse più violenta del gesto che descrive — due agenti che tengono un uomo a faccia a terra finché smette di respirare, mentre lui chiede aiuto e nessuno interviene.
Quella esitazione linguistica non è prudenza giuridica, è una forma di violenza a bassa intensità. Perché mentre si aspettano "i fatti" — che in realtà sono già tutti lì, in un video che chiunque può guardare — la famiglia di Abderrahim continua a chiedere l'unica cosa che conta: che qualcuno riconosca che è stato ucciso. Ogni "aspettiamo" pronunciato da chi ha già visto quel video è un modo elegante per dire: la tua vita, così com'è morta, non merita ancora una parola definitiva.
Ed è qui che si misura la differenza reale, quella che conta più delle appartenenze politiche dichiarate: c'è chi in piazza ha pianto e urlato "assassini" senza chiedere il permesso a nessuno — facchini, famiglie, ragazzi — e c'è chi, comodamente fuori da quel fiume, si è preoccupato più dei vetri rotti che del corpo a terra. Non è una differenza che riguarda solo Bologna: riguarda anche le nostre valli, dove la stessa prudenza, lo stesso "aspettiamo la magistratura", si ripete ogni volta che il potere — in divisa o in giacca — va toccato davvero.
E poi c'è un'altra voce, forse la più subdola di tutte perché si finge super partes: quella di chi guarda la piazza e si affretta a dire che "non era il momento", che "così si spacca il paese", che serviva "unità" e non "contrapposizione". Chi parla così non sta difendendo la pace sociale, sta difendendo il proprio diritto a non dover mai scegliere da che parte stare.
La dignità, in questi giorni, ha avuto un solo indirizzo preciso: quello della nipote di Abderrahim che ha parlato in piazza con la voce rotta ma ferma, quello dei lavoratori che hanno bloccato il turno di notte per lui, quello di chi si è preso i lacrimogeni pur di restare a dire una parola sola — assassini — senza sconti. Lo squallore, dall'altra parte, non ha bisogno di essere gridato: basta un tono pacato, un "sì però", una prudenza di troppo, ripetuta abbastanza volte da diventare complicità — qui come a Bologna.
Questo non è un discorso sui nemici. I nemici, quelli veri, si riconoscono da soli. Questo è un discorso per chi sta nel mezzo e crede che il mezzo sia un posto sicuro, anche da lontano: non lo è mai, quando in ballo c'è una vita che è stata tolta e qualcuno che chiede solo che venga chiamata con il suo nome.