21/06/2020
Era il 3 novembre 1941. Un lontano giorno di 79 anni fa.
Un giovane professore saluta i suoi studenti con un: “La persona prima di tutto”. Una frase in risposta a Mussolini ed al suo: “Spegnete quei cervelli!”, riferito a Gramsci e Pertini, prigionieri a qualche chilometro di distanza. Quel ragazzo appena venticinquenne era Aldo Moro, e formulava una frase che avrebbe segnato la nascita della nostra Costituzione una manciata di anni dopo. L'inizio di una filosofia politica che riconosceva il pieno godimento dei diritti della persona in quanto tale, piuttosto che in virtù di concessioni statali.
Un'affermazione d'impatto totale, laddove ai “sudditi” del fascismo non veniva concessa altro che una manciata di diritti, che ripercorre il suo filo rosso sino agli ultimi cinquantacinque giorni di vita del Parlamentare di Maglie, il quale tentò di comprendere le motivazioni che spinsero i suoi rapitori, le BR, e di spiegare loro che “Bisogna stare tutti insieme, con lo Stato, per combattere il più grande flagello dell'umanità: la povertà”.
Il pensiero di Moro, e della centralità della persona nel riconoscimento dei diritti del cittadino è oggi più che mai centrale nella nostra società, rivolto più che mai al futuro. È l'idea di una comunità in cui l'uguaglianza, la potenza della cultura e del confronto, non vengono riconosciute perché “giuste”, ma perché implicite della dignità degli esseri umani.
Riflessioni potenti, che se applicate ai giorni nostri, diventano persino poderose.
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