Partito Comunista Italiano Federazione di Livorno

Partito Comunista Italiano Federazione di Livorno E'la pagina della federazione livornese del PCI
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20/06/2026

Per chi mi segue da anni è cosa abbastanza nota che su Facebook (su Instagram non è possibile e non permette grosse analisi scritte) scindo in maniera netta l'attività politica da quella sportivo/lavorativa, infatti ho due pagine separate per comunicare. Due sono i motivi: il primo è che in passato sono incappato in inchieste disciplinari per cosa scrivevo sui social da parte della mia federazione (...), di conseguenza me ne sono creata una apposita da segretario di partito - al tempo in cui lo ero - in modo da non dare alibi a chi avrebbe potuto contestarmi cosa scrivessi nel mio ambito di lavoro; la seconda è per avere un slegato dal personaggio sportivo su ciò che postavo, scindendo a compartimenti stagno i due ambiti dove pubblicavo. Niente di complicato, al contrario di ciò che può sembrare, basta solo selezionare dove posti una cosa o l'altra evitando anche intercessioni di pubblico diverso. Ieri ho ricordato quello che è stato un amico, un'ispirazione, un sostenitore della mia parabola sportiva. Oggi voglio ricordare l'uomo che ha insegnato, nel momento "peggiore" della nostra storia, nel senso delle polemiche e del tritacarne mediatico a cui eravamo sottoposti, a legittimare le idee del tifoso, inteso facente parte di una comunità pensante e attiva in una città. Igor aveva imparato dal padre, portato sin da giovane in manifestazione, ai tempi dell'evoluzione del grande PCI, cosa significavano le idee di giustizia sociale e riscatto delle classi popolari, il rispetto per la sacralità del lavoro e di chi suda il salario, poi la solidarietà umana e la lotta contro le ingiustizie. Questi valori in lui sono rimasti tutta la vita, ma ciò che più di tutti lo ha permeato è l'importanza, il diritto, la libertà di un gruppo di persone, tanto più ragazzi come eravamo noi al tempo, di esprimere i propri pensieri, le proprie idee, a modo loro, anche dentro uno stadio, per di più in un momento storico nel quale in questa città veniva di delegittimata ogni giorno con articoli e pesanti inquisizioni. Per paradosso poi mentre lottavamo con un presidente del consiglio, e con una classe politica più in generale, che attraverso il calcio era finita al suo posto. Igor ci ha sempre legittimato ed anche nei momenti di grandi polemiche per fatti o prese di posizioni nette, considerate dall’ scomode e addirittura nocive per l’evoluzione della squadra amaranto (leva usata puntualmente!). Ma lui replicava con frasi come questa nella foto, oppure dopo gli sciami di polemiche diceva che a lui era stato insegnato non tanto di giudicare o condannare, quanto di capire perché certi fatti accadevano. Insomma, ci ho pensato due giorni, ma dopo che ho visto Salvini ed altri destri locali fare quello che in comunicazione si chiama "hype jacking del lutto” (cavalcare un tema per prendere visibilità) mi sento di dire che Igor non aveva quel nome per caso, che ogni volta che veniva chiamato Zar o Re io mi incazzavo e glielo dicevo ridendo (lo avesse sentito chi ti ha chiamato Igor…) e che, anche se non è mai stato un divisivo, per natura, visto che era il campione di tutti, quando veniva sotto la curva con una bandiera in mano, come nella foto non proprio amaranto, era perché aveva dei valori e sapeva - senza fare troppo rumore - da che parte stare.

OLTRE LA DEMAGOGIA DELLA DESTRA E LA RETORICA DELLA SINISTRA NEOLIBERALELa verbosità securitaria della destra non è altr...
17/06/2026

OLTRE LA DEMAGOGIA DELLA DESTRA E LA RETORICA DELLA SINISTRA NEOLIBERALE

La verbosità securitaria della destra non è altro che un’arma di distrazione di massa, progettata per difendere i privilegi di classe e nascondere il fallimento del sistema capitalista. Mentre i salari reali crollano, il carovita strangola i lavoratori e i servizi pubblici vengono smantellati, l’economia di guerra detta le sue regole.
Le ricette della destra e di alcuni organi istituzionali come la Prefettura – basate su un aumento indiscriminato dei "controlli straordinari" e sulla militarizzazione delle zone sensibili – non colpiscono le cause profonde della criminalità. Oggi i decreti sicurezza vengono utilizzati esclusivamente per reprimere il dissenso politico, gli scioperi e le proteste sociali. Di fatto, si lasciano impuniti i veri crimini sociali, come l'evasione fiscale miliardaria, la guerra, le morti sul lavoro e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il livello della sicurezza non si misura con il numero di volanti nelle strade, ma con la dignità garantita a ogni essere umano sotto il profilo economico e sociale.
I recenti e gravissimi episodi di violenza avvenuti all'interno e nei pressi del parco Pertini e in altre zone di Livorno, impongono una riflessione politica profonda e seria. La sinistra di classe non può e non deve trincerarsi dietro al silenzio per timori elettoralistici o per un tatticismo fine a sé stesso, né tanto meno cedere il passo alla narrazione tossica delle destre, sempre pronte a cavalcare la paura per raccogliere consenso e a invocare ricette fallimentari e velleitarie.
La sicurezza dovrebbe essere un diritto fondante in una società realmente democratica, ma per il PCI essa non coincide con l'uso muscolare della forza o con la retorica dei "muri". La vera sicurezza si costruisce restituendo gli spazi pubblici alla collettività, combattendo la marginalità e aggredendo le cause profonde del degrado sociale. I parchi storici come il Parterre non devono essere trasformati in zone d'ombra della città. La risposta corretta agli episodi di microcriminalità non è la chiusura degli spazi o l'illusione che qualche pattuglia in più possa risolvere problemi strutturali a lungo termine. Mentre esponenti della destra locale — forse colti da amnesia, dimenticando che sono loro a governare il paese — si affrettano a utilizzare questi episodi per invocare stati d'assedio o per alimentare discriminazioni, è necessario ribadire che l'ordine pubblico deve muoversi di pari passo con la giustizia sociale. È il capitalismo che produce tutto questo: la guerra tra poveri e il decadimento culturale e politico sono lì a dimostrarlo. Come comunisti, crediamo fermamente che solo con il superamento di questa società si possa realmente vivere in un mondo senza capri espiatori e zone nere, utili e funzionali solamente alla ricerca del consenso.

13/06/2026
11/06/2026

Perché raccontare la vita di Anton Ukmar?
Vogliamo mostrare la complementarità fra i due. Barontini , capace di muoversi tra ras etiopici, reti diplomatiche e comandi militari; Ukmar come fu un quadro disciplinato multilingue, abituato a passare da un paese all’altro e a costruire strutture politiche e militari in condizioni estreme. In Etiopia misero al servizio degli arbegnuoc, i patrioti etiopi, le competenze maturate nella guerra di Spagna e nell’antifascismo europeo.

Chi fu Ukmar, protagonista di "A bullet around Europe"?

Anton Ukmar, nome di battaglia “Miro”, fu uno di quei militanti antifascisti la cui vita attraversa quasi tutti i fronti del Novecento: Trieste slovena e operaia, clandestinità comunista, esilio, Spagna, Etiopia, maquis francese, Resistenza italiana e dopoguerra giuliano. Nato a Prosecco, presso Trieste, il 6 dicembre 1900, in una famiglia contadina di origine slovena, lavorò prima come giardiniere e poi nelle ferrovie; nel primo dopoguerra entrò nei circuiti socialisti e comunisti e nel 1926-27 aderì al Partito comunista, svolgendo attività sindacale e clandestina tra Trieste e Genova.

La sua identità politica nacque dentro un doppio conflitto: classe operaia e questione nazionale slovena sotto il fascismo. Dopo il licenziamento e il foglio di via, rientrò a Trieste e si avvicinò a Borba, organizzazione clandestina slovena che praticava anche azioni armate contro obiettivi fascisti; ricercato, fuggì nel 1929, passando per Jugoslavia, Francia e poi URSS, dove frequentò la scuola di partito.

Nel 1936 Ukmar fu inviato in Spagna, dove operò nelle strutture delle Brigate internazionali e della XII Brigata Garibaldi: più politico-organizzatore che comandante di prima linea, fu responsabile del lavoro politico e poi commissario dell’ufficio quadri; venne anche ferito sul fronte dell’Ebro. Fu qui che il suo destino si intrecciò con quello di Ilio Barontini, già celebre per Guadalajara e per la sua esperienza internazionale. Dopo la sconfitta repubblicana e l’internamento in Francia, Ukmar fu fatto uscire da Argelès-sur-Mer per una missione eccezionale: raggiungere l’Etiopia e aiutare Barontini e Domenico Rolla nell’organizzazione della resistenza locale contro l’occupazione fascista italiana.

Dopo l’Etiopia, Ukmar tornò in Francia, fu internato a Vernet e poi a Castres, evase e combatté nel maquis. Dopo l’8 settembre 1943 rientrò in Italia; il PCI lo destinò alla Liguria, dove divenne una figura centrale della Resistenza genovese: membro del Triumvirato insurrezionale ligure, capo della Delegazione brigate Garibaldi e poi comandante della VI zona operativa, che comprendeva Genova, il litorale e l’entroterra sino ad aree piemontesi.

Nel dopoguerra Ukmar tornò nell’area giuliana, ancora segnata dal conflitto tra Italia, Jugoslavia e amministrazione alleata. Ricevette la cittadinanza onoraria di Genova, poi operò a Trieste e Capodistria; fu condannato per aver diretto uno sciopero vietato dagli Alleati, passò nella Zona B e infine si stabilì a Capodistria/Koper. Morì il 21 dicembre 1978.

"A Bullet around Europe" racconta questa vita con filmati inediti. Dopo, con Sandi Volk, esperto della vita di Ukmar e più in generale della storia della resistenza, discuteremo sul ruolo degli internazionalisti come lui ed Ilio nella seconda guerra mondiale.

Fortezza Nuova - Sabato 13 giugno ore 17:45
Aspettando la Barontini

Bella giornata di solidarieta con Cuba socialista,contro l'imperialismo e il colonialismo e  per l'autodeterminazione de...
09/06/2026

Bella giornata di solidarieta con Cuba socialista,contro l'imperialismo e il colonialismo e per l'autodeterminazione dei popoli . Un grazie ai compagni presenti e a tutti coloro che hanno reso possibile l'evento. Socialismo o barbarie!

08/06/2026
06/06/2026

La situazione estremamente drammatica che oggi affrontano i lavoratori della Pierburg purtroppo non è una novità nello scenario dell’automotive livornese e nazionale. Stiamo parlando di un comparto industriale presente e radicato nel territorio che rendeva Livorno una città operaia, con un tessuto sociale e politico ben diverso da quello odierno. Oggi, l'economia di guerra miete vittime quotidianamente.
Non si può non evidenziare come le parti sociali, un pezzo della politica istituzionale e non, siano giunte tardivamente a comprendere il processo di ristrutturazione capitalistico che anche nella nostra città, dagli anni novanta in poi, si stava manifestando. La grave deindustrializzazione che ha colpito e continua a colpire la nostra area lo dimostra chiaramente. Detto questo, è evidente che, sconfessando i propositi fatti nei tavoli istituzionali in cui si dichiarava di garantire un percorso volto a tutelare i livelli occupazionali e industriali, Rheinmetall ha mirato solo e soltanto alla tutela economica aziendale e dei propri azionisti. La vendita dei siti di Livorno e Lanciano contraddistingue definitivamente le modalità con cui i grandi gruppi finanziari si rapportano ai diritti dei lavoratori e al rispetto degli impegni presi. Si rende necessario, quindi, esigere quelle garanzie occupazionali e industriali concordate che, in questo momento, sembrano essere trascurate. Rheinmetall non ha una crisi d’azienda, bensì è uno dei maggiori gruppi industriali nel settore della difesa in Europa, con prospettive di grande crescita; in virtù della drammatica corsa al riarmo, per loro risulta utilissimo smantellare il settore civile.
Come PCI Toscana siamo al fianco ed esprimiamo la nostra solidarietà e vicinanza ai lavoratori e alle lavoratrici degli stabilimenti di Livorno e Lanciano che hanno scioperato e organizzato un presidio davanti ai cancelli delle fabbriche. La mobilitazione contro questo stato di cose — per difendere il lavoro, la dignità, per non pagare il prezzo di un’operazione decisa sopra le loro teste e per rivendicare il diritto di non essere numeri nell’apparato produttivo finanziario — non può gravare solo sulle spalle degli operai della Pierburg. È determinante l’unità nella lotta per i due stabilimenti, elemento a nostro avviso indispensabile per la sensibilizzazione di tutta la vicenda e della vertenza in atto. Non c’è futuro per nessuno se l'unica politica industriale diventa la produzione di armamenti.
Segreteria Regionale PCI Toscana

NON E' MAI  UNA FATALITA'Il Partito Comunista Italiano manifesta il proprio sdegno e la propria rabbia per l'ennesimo la...
04/06/2026

NON E' MAI UNA FATALITA'

Il Partito Comunista Italiano manifesta il proprio sdegno e la propria rabbia per l'ennesimo lavoratore morto sul lavoro e invia un messaggio di cordoglio alla famiglia e ai conoscenti della vittima. Quanto accaduto oggi a Rosignano non è una fatalità, ma il risultato diretto di un sistema che mette il profitto davanti alla vita umana.
Ogni volta che un operaio non torna a casa la sera, la retorica istituzionale si attiva con il solito copione di "cordoglio" e "vicinanza alle famiglie". La verità, però, è molto più cruda. Dietro la piaga dei morti sul lavoro ci sono responsabilità politiche ed economiche precise: subappalti a cascata, tagli sui corsi di formazione, ritmi di produzione insostenibili e controlli praticamente inesistenti nei cantieri e nelle fabbriche a causa dei tagli del governo su questo settore come altri. Oggi, la sicurezza viene trattata come un costo da tagliare per rimanere competitivi sul mercato. Le aziende risparmiano sui dispositivi di protezione e sui tempi di manutenzione dei macchinari, scaricando il rischio interamente sulle spalle della classe lavoratrice.
Non basta più indignarsi. La morte di un lavoratore è un attacco a tutta la classe operaia e richiede una risposta collettiva e conflittuale.
Finché la vita di chi fatica varrà meno del dio denaro, la scia di sangue non si fermerà. Per questo per il PCI è imprescindibile l’introduzione nella legislazione competente del reato di omicidio sul lavoro. Solamente attraverso il cambiamento dell’attuale sistema politico, economico e sociale si potrà invertire la rotta e porre fine alla disumanizzazione a cui i lavoratori sono sottoposti.

Indirizzo

Piazza Unità D'Italia N 8
Livorno
57100

Orario di apertura

Lunedì 16:00 - 18:00
Martedì 16:00 - 18:00
Mercoledì 16:00 - 18:00
Giovedì 16:00 - 18:00
Venerdì 16:00 - 18:00

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