11/10/2024
"COME AVVENNE CHE GLI ITALIANI FURONO PROTETTI DAGLI ETIOPI
Il duro atteggiamento inglese, e i suoi scopi - Un prestito britannico a caro prezzo rifiutato dal governo di Addis Abeba - Connazionali che trovano asilo nel Ghebbì imperiale - Un messaggio di gratitudine ad Haile Selassie
Non dirò che la polizia, grazie a certe esperienze, manifesti sincero entusiasmo per l'arrivo di un giornalista italiano ad Addis Abeba, tuttavia l'ufficio-stampa ha espresso il suo rammarico per non avermi potuto salutare all'aeroporto e l'indomani mattina un funzionario è venuto a prendermi all'albergo in macchina per portarmi al Ghebbì imperiale e darmi modo di assistere alla sfilata dei complementi in partenza per la Corea, che ho già descritto.
Ad Addis Abeba, dopo molte ore di volo che impediscono al viaggiatore di sgranchire le gambe, si arriva un po' stanchi (e le gambe indolenzite la notte, a letto, danno fastidio). In quelle ore si passa dal caldo umido del Cairo e dall'arrostitura di Port Sudan (dove l'apparecchio fa una brevissima sosta) ad oltre 2600 metri e anche di questo ci si risente. Ero salito sull'aereo indossando un abito bianco degno dell'estate romana e dell'egiziana, ma all'aeroporto locale, se non avessi potuto ricoprirmi di un impermeabile per fortuna giustificato dalla pioggia, che attualmente ha qui la sua stagione, avrei forse destato ilarità.
Fare la valigia per Paesi che distano dalla vostra residenza abituale qualche cosa come seimila chilometri è sempre una faccenda problematica: quando andai in Cina, non uno dei capi di vestiario dei quali mi ero accuratamente munito dimostro di corrispondere alle esigenze del clima asiatico. La valigia per Addis Abeba è senza dubbio la più sbagliata che io abbia mai fatto, però attribuisco alle scarpe bianche ed alla punta dei candidi pantaloni che sbucavano di sotto l'impermeabile la rapidità con la quale, all'aeroporto, mi hanno riconosciuto gl'italiani accorsi a salutarmi.
LA SENTINELLA E IL CALZOLAIO
Anche nel nostro mestiere qualche volta ci sarebbe motivo di commuoversi: uno solo sapeva che sarei arrivato e sono venuti in non so quanti, tutti sorridenti, premurosi, cordiali, gente semplice e gente - i semplici non si offendano - importante. Avrebbero ricevuto allo stesso modo qualsiasi altro connazionale, ne sono certo, ma intanto ricevevano me. Nel ringraziarli non debbo essere stato troppo felice. Mi hanno accompagnato in albergo, qualcuno ha assistito alla sostituzione del vestito bianco con un vestito di flanella, poi si è fatta una tavolata e ho vinto la stanchezza ed emozione per non perdere una parola dei racconti. Da quella indimenticabile serata è passato qualche giorno e italiani ho continuato a vederne: ho visto commercianti, camionisti, industriali, professionisti, tecnici e non uno s'è detto e m'è parso infelice o nostalgico, oppure ostile all'Etiopia; può darsi che ce ne siano, ma sinora, ripeto, non ne ho visti. Quanto alla scoperta del segreto dei rapporti fra italiani ed etiopici molto utile è, fra l'altro, la chiave inglese.
Dio mi guardi dall'essere anglofobo: ma se gl'inglesi, eccellenti in molte arti e scienze, hanno trascurato la psicologia sino a mettere nell'imbarazzo quelli che per essi vorrebbero testimoniare amicizia, la loro negligenza non autorizza a dar dell'anglofobo a chi deve tener conto dei fatti. Ora in Etiopia è accaduto che gli etiopici sono stati i protettori degl'italiani e gl'inglesi i persecutori: ecco tutto. Nei sei o sette mesi in cui fecero da padroni, gl'inglesi non solo mirarono a mandar via dall'Etiopia quanti più italiani fosse possibile, ma dimenticando d'essere i 'liberatori' di un Paese al quale dovevano restituire la sovranità si diedero a portar via i beni degli italiani, sui quali se mai, avrebbe dovuto accampar diritti il Governo etiopico.
Incominciarono con gl'impianti delle officine Fiat e avrebbero volentieri smontato, per spedirla nel Kenya o altrove, la centrale elettrica di Addis Abeba, costruita a suo tempo dalla Coniel, poco curandosi del non irrilevante dettaglio che la capitale 'liberata' sarebbe rimasta al buio. Senonchè al buio, potendo aver luce, nessuno resta volentieri, e quel tentativo indusse il Governo etiopico (già irritato perché dall'aerodromo era scomparso qualche hangar e perché erano stati smantellati gli impianti modernissimi della Pirelli) ad alzare la voce e a porre il veto. La centrale elettrica fu quindi rispettata e quasi nello stesso periodo avvenne che un bel mattino l'Istituto italiano per le ricerche batteriologiche, diffidato ad imballare d'urgenza microscopi, alambicchi, provini, boccali e tutto il resto, fu circondato da un cordone di truppe etiopiche incaricato d'impedire che l'ordine dei liberatori venisse eseguito: avvertito dal direttore professor Rizzotti, il palazzo imperiale era intervenuto. Su più modesta scala avvenne che una sentinella etiopica montò la guardia davanti alla bottega di un modesto calzolaio italiano che la potenza di occupazione teneva, inesorabile, ad espellere.
Non essendo possibile asserire che operai, impiegati e commercianti italiani costituissero una minaccia per le forze britanniche (dei militari non c'erano che le famiglie, e donne e bambini non usano impugnare le armi) c'è da chiedere perché mai gli inglese tenessero tanto a mandar via i nostri dal primo all'ultimo, al tempo stesso distruggendo le tracce di ogni nostra opera e attività. Lo scopo era evidentemente duplice: da una parte bandire gli italiani dall'Etiopia per punirli e per schiudere la via alla propria penetrazione, dall'altra ridurre la terra del Negus a condizioni tali da farne una Giordania o un Irak.
E' noto che ad un certo momento l'Inghilterra ha offerto al Governo di Addis Abeba un prestito che è stato rifiutato, perché a titolo di garanzia, si reclamavano controlli sulle dogane e di altro genere. L'Imperatore intervenne a favore degl'italiani e degli istituti e delle aziende dirette dai nostri, avendo temuto per l'avvenire del paese. E sembrerà incredibile - ma è documentato da cento episodi - che mentre il Sovrano agiva nel campo politico, si adoperavano a proteggere ed a nascondere gl'italiani gli stessi etiopici che durante l'avanzata inglese avevano assillato le nostre truppe con la guerriglia.
UNA RINUNZIA SIGNIFICATIVA
Conosco un ministro oggi al potere che una sera si precipitò da amici italiani per invitarli a dormire tutti a casa sua giacché gl'inglesi stavano per arrestarli e potrei nominare gl'italiani che trovarono asilo proprio nel vecchio Ghebbì imperiale. Erano una ventina all'incirca, e in un palazzo di Sua Maestà sarebbero rimasti al sicuro, se un connazionale al servizio dei liberatori non li avesse traditi. Gl'inglesi arrivarono con un grosso autocarro e sfondati i cancelli fecero irruzione: i nostri, avvertiti, avevano aiutato a fuggire il colonnello Frantina, di Napoli, che da militare si sarebbe trovato nella situazione più critica, quindi cercarono dei nascondigli. Alla cattura si sottrassero soltanto due: il costruttore D'Alessandro ed un altro che ebbe la geniale e audace idea di starsene, mentre si svolgeva la razzia, nella cabina di un autocarro, fermo nel cortile.
Risoluti a far partire tutti gl'italiani, gl'inglesi terrorizzarono con queste razzie, aggressioni e sparatorie - come oggi accade in Eritrea - quanti si ostinavano a non muoversi. Distribuiti uomini e donne in attesa di evacuazione in vari campi, fissando l'ordine di partenza dei convogli, incominciarono a lottare con la furberia dei nostri, che riuscivano a provvedersi di tessere di due o tre campi, e così guadagnavano tempo, favoriti - va detto anche questo - da inglesi amici che accordavano proroghe.
Infine, siccome il Governo etiopico si opponeva all'evacuazione totale, fissarono a cinquecento il numero degli italiani che avrebbero potuto rimanere, però convinti che anche questi se ne sarebbero andati. Li riunirono, infatti, e ammonirono che i cinquecento (poi ne rimasero, manco a dirlo, molti di più) avrebbero dovuto sottoscrivere una rinunzia alla protezione britannica: gli italiani risposero che avrebbero sottoscritto non con una, ma con dieci mani. Fu, per la storia della penetrazione europea in Africa, una memorabile giornata; e la pagina non è da strappare, bensì da completare con l'aggiunta che a nessuno dei nostri è stato mai torto un capello da un etiopico e che ritiratisi gl'inglesi il Governo imperiale ristabilì rapidamente l'ordine, togliendo agli ultimi cosiddetti partigiani la voglia di tendere agguati notturni e di sparare a tradimento contro gl'italiani.
Questo spieghi come mai il 23 dello scorso luglio, compiendo Haile Selassie 59 anni, al Sovrano sia stato inviato il breve messaggio che segue: 'Nella ricorrenza del genetliaco di Vostra Maestà Imperiale, noi italiani residenti in Etiopia, sempre grati della generosa ospitalità concessaci e della personale benevolenza di Vostra Maestà, facciamo voti sinceri di augurio per la buona salute di Vostra Maestà Imperiale. Innalziamo viva preghiera a Dio perché Egli, miracoloso e misericordioso, protegga sempre Vostra Maestà e l'Imperiale famiglia'.
Tutti ottimi italiani, i firmatari, e la serie delle firme è aperta dai più colti, dai più autorevoli e più seri. Privi da anni di protezione diplomatica e assistenza consolare, essi parlano del Sovrano come del loro protettore ed amico, e degl'inglesi un po' diversamente."
(LA STAMPA 9 Agosto 1951, Articolo di Italo Zingarelli)
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