16/02/2019
PER GLI AMANTI DI STORIA ANTICA
I^ PARTE
Un racconto meraviglioso che non possiamo ignorare perchè ha prodotto parte della storia del nostro paese, lasciando una traccia indelebile che neppure il tempo potrà mai cancellare. Questa storia, da me raccontata, ha lo scopo di far conoscere a tutti, fatti ed avvenimenti veramente accaduti in un lontano passato:
“Un tale Donato Carosi, di famiglia nobile e patrizia melfitana, per la prima volta da Melfi pervenne in Abruzzo, prima ad Ortona ed poi a Lama dei Peligni, dove, con grande disappunto dei suoi, rimase per sempre con la sua discendenza, la quale in seguito passò anche a Celano e Chieti, città in cui godettero degli onori patriziali.
Il sopraddetto Donato, essendo venuto in disaccordo con i genitori per la sua vita libera ed errante che menava, prese nel 1585 i beni a lui spettanti e da Melfi si mise in viaggio. Viaggiò a lungo, finchè durante il cammino, conobbe due nobili Patrizi di Ortona a mare e con loro si fermò in quel paese, per qualche giorno, per venerare le Sacre Reliquie di San Tommaso Apostolo essendo egli persona di elevata fede e molto devota.
In quella occasione conobbe tale Giulia Liberatore e rimasto in quella città ben presto la sposò e poichè esercitava la professione di farmacista aprì anche una spezieria. Ma siccome costei, dopo poco tempo morì, lo lasciò vedovo e senza figli, sicchè Donato abbandonato Ortona chiuse la spezieria ed andò ad abitare a Villamagna.
In quel tempo a Villamagna, era Agente Generale della Casa del Principe Caracciolo di San Buono, un tale Notaio Francesco De Camillis di Lama dei Peligni, il quale, avendo contratto molta amicizia con il Donato, lo ospitò nel 1619 nella sua casa di Lama per qualche tempo. Qui conobbe la bellissima Maddalena Leporini, ricca ereditiera e figlia di Giuseppe Leporini e di Mattia Di Natale, ed innamoratosi perdutamente di lei, nel 1626 la sposò in seconde nozze.
Il 28 gennaio dello stesso anno fu loro assegnato in dote, una Torre a capo della piazza ed una casa ai due lati della torre stessa, “Il di cui pingue e dovizioso Patrimonio acquistato in dote con un convenevole Palazzo fornito di una gran Torre e Giardino, lo hebbe obbligato a quivi collocarsi”. Per cui Donato, da allora in poi, si stabilì definitivamente a Lama, dove acquistò anche molte terre e varie proprietà, essendo egli persona molto facoltosa.
Sul fronte di detta torre, verso il lato della casa, vi era scolpito il motto:” QUI SE VINCIT OMNIA VINCIT” ( chi vince se stesso, vince tutte le cose). Un lato della casa rispondeva sulla strada Sant’Antonio in confine con la famiglia Madonna, l’altro lato sulla strada di San Rocco o Monte Pio, in confine con la casa del Monte-Frumentario (oggi BASOLATA) e l’altro lato ancora col giardino di dietro che da Carosi fu poi ceduto ai Madonna.
Il Monte-Frumentario era una grande estensione di terreno collinoso coltivato a grano. La sua lunghezza si estendeva fino ad arrivare, oggi giorno, dove si trova il Distretto Sanitario e la Coal. Questa zona di Lama appartenuta alla ricca famiglia Leporini, in quel tempo era chiamata Borgo ed era il punto dove iniziavano le prime case del paese che erano state costruite più a valle.
Dal matrimonio di Donato Carosi e Maddalena Leporini nacquero sette figli di cui un solo maschio di nome Cosimo Angelo che, nel 1654, si ammogliò con Marta Pasquale – De Camillis nipote del prenominato notaio Francesco De Camillis.
Cosimo Angelo anch’esso di professione notaio, fu molto caro a Marino Caracciolo, principe di San Buono e a sua sorella, la principessa Giovanna. Divenne Signore di tutte le terre di Fonterossi ed ebbe in dote buona parte della grande eredità dei De Camillis oltre al palazzo a più vani con stalla, cantina, fondaci e giardino e con i terreni adiacenti, essendo questa famiglia molto ricca e rispettata alla pari delle altre famiglie, che in quel tempo vivevano a Lama.
Questo palazzo, che ancora oggi si tiene dalla famiglia Tabassi discendente ed erede della famiglia Carosi-De Camillis in un primo tempo era più ristretto e si estendeva verso nord finchè nella seconda metà dell’800 l’ingegnere Giuseppe Tabassi lo ampliò per dare maggiore importanza a questa parte del paese e vi costruì una nuova facciata ed un portale in pietra stile settecentesco.
II^ PARTE
Nel terremoto del 1706, la primitiva torre (dove vi era scolpito il motto sopra descritto) cadde in parte, nel 1857 la torre fu ancora per una parte demolita, perchè pericolante. Rimase solo il piano terra e il piano superiore. In seguito anche il resto della torre fu abbattuta e tutto il terreno circostante compreso le mura della casa fu dato in enfiteusi a Madonna Carlantonio, a Borrelli, a Ricchiuti, ai Masciarelli ed altri ancora. Sul sito dove la torre poggiava fu costruita un palazzo a cura dell’ingegnere Giuseppe Tabassi. Questo fabbricato venduto poi alla famiglia Tozzi, dal barone Giampietro Tabassi (mio nonno), è esistito fino a qualche decennio fa, ma poi è stato demolito per ampliare l’attuale piazza del paese.
Le famiglie Carosi e De Camillis, spaventate dalla peste che imperversava e che faceva molte vittime, con i familiari, servitù e masserizie se ne salirono nel 1656 alla grotta di Sant’Angelo, (dove vi era un altarino con la statuetta di San Michele Arcangelo, che fu fabbricato dal celestino Padre Roberto da Salle) e lì rimasero per due mesi. Celebravano tutti i giorni la Santa Messa e l’altarino fu utilizzato per quello scopo sino alla seconda metà del 1800.
Tutta la famiglia si salvò dal contagio. Molti anni dopo nel 1763 due pastorelli trovarono nella grotta San’Angelo uno stivale (con la scarpa piena di doppie di 72 ducati l’una), probabilmente dimenticato o smarrito da quei signori Carosi e De Camillis.
In seguito la continua ricerca di monete causò la distruzione del fabbricato ed ora ne rimangono pochi resti.
Nella grotta vi era il comodo dell’acqua, che usciva da un foro e due stanzette ricavate nella roccia. Per questa grotta vi si accedeva lungo un sentiero attraverso il bosco che ora non esiste quasi più.
Dal matrimonio di Cosimo Angelo nacquero diversi figli. Il primogenito FRANCESCO ereditò in seguito tutti i beni di famiglia, e nel 1681 si unì in matrimonio con la nobildonna Isabella Amorosi di Celano, figlia di Pietro Amorosi, barone delli Pizzi. Francesco Carosi divenne Governatore delle doganelle, e il 2 giugno 1694, con atto del pubblico parlamento di Lama, ricevuto dal notaio Domenico Antonio Trozzi, fu dichiarato cittadino benemerito, per i grandi benefici prestati a favore di questo paese.
Tra i beni che la famiglia Carosi possedeva, vi era anche una Villa, fondata nel 1600 dall’Abate Don Donato, chiamato VILLA FONTE ROSSI che sorgeva all’attuale borgata di Fonterossi nei pressi di Lama. L’iscrizione sulla facciata della piccola torre della colombaia diceva così:
D.O.M.
Questa villa, costruita da Donato, antenato della famiglia
Carosi, essendosi portato qui per caso dalla città patria
di Melfi, avendo lasciato i genitori Alessandro e Porzia
De Silvis-Cavuoti, la famiglia e le sostanze.
Amplificata dal genitore Cosimo Angelo ed infine crollata
per il terremoto del 3 novembre 1706, Francesco e
Donato Abate Carosi agli eredi ed ugualmente
agli amici donarono dopo averla restaurata, sotto gli
auspici della Santissima Madonna Immacolata Concezione.
Anno 1709 dal parto della Vergine. (tradotto dal latino)
Accanto alla villa i fratelli Francesco e l’Abate Donato costruirono anche una ca****la dedicata all’Immacolata Concezione. Inoltre in onore della Madonna disposero un digiuno con pane ed acqua, per il giorno 17 agosto di ogni anno. Inoltre disposero l’obbligo di confessarsi e comunicarsi, sempre in quel giorno.
Se detto giorno cadeva di domenica, il digiuno predetto si spostava al 16 del suddetto mese e cioè al sabato. Tale disposizione si obbligava a tutti di non lasciarla mai; fuorchè a causa di infermità o altro motivo che non fosse stato a qualcuno permesso. Si otteneva così l’intercessione di Ns. Signora di essere liberati da tutti i mali e disgrazie, come da terremoto, da fulmini, da peste e simili.
Tale digiuno indetto in questo giorno, uscito in sorte alla famiglia, era d’obbligo fare osservare a tutti della casa. L’intercessione era la seguente: “L’ACQUA CHE BEVI NEL VENERAR MARIA, FA’ CHE IL FUOCO DE’ TUONI ESTINTO SIA”.
Inoltre questa famiglia, per i privilegi ecclesiastici di cui godeva, ogni anno faceva fare la festa a Fonterossi in onore della Santa Immacolata Concezione con la partecipazione ed il contributo di tutta la popolazione. Francesco Carosi, desideroso di perpetuare e mantenere tutti i beni ereditati, prima di morire, con suo ultimo testamento chiuso dato a conservare al Notaio Domenico Antonio Trozzi di Palena e dal medesimo aperto e pubblicato il 21 agosto 1733 dopo la di lui morte, istituì e stabilì il Maiorascato e Fidecommesso in perpetuo.
G. Tabassi
N.B. segue "Breve Storia dell'antico Feudo di Fonterossi, della famiglia (Carosi-Tabassi), "Baroni di Villa Fonte Rossi" in territorio di Lama dei Peligni.
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