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“Chiediamo al Sindaco e all’Amministrazione di realizzare un video, una dichiarazione pubblica rivolta a tutti i cittadi...
25/10/2026

“Chiediamo al Sindaco e all’Amministrazione di realizzare un video, una dichiarazione pubblica rivolta a tutti i cittadini, in cui si impegnino a mantenere il Bosco di Palo così com’è: un grande spazio verde, libero, naturale e accessibile a tutti.
SENZA chioschi. SENZA bar. SENZA giostrine. SENZA strutture commerciali. SENZA concessioni a privati.
E soprattutto senza bandi o concessioni pluriennali, magari approvati a ridosso delle prossime elezioni, che possano vincolare le future amministrazioni.”

Lettera aperta al sindaco Grando e all’Amministrazione Comunale “Il Bosco di Palo è pubblico. Facciamo in modo che rimanga davvero tale. Gentile Sindaco Alessandro Grando, gentili rappresentanti dell’Amministrazione comunale, partiamo da una premessa doverosa: l’acquisizione dei cinque etta...

“Chiediamo al Sindaco e all’Amministrazione di realizzare un video, una dichiarazione pubblica rivolta a tutti i cittadi...
24/10/2026

“Chiediamo al Sindaco e all’Amministrazione di realizzare un video, una dichiarazione pubblica rivolta a tutti i cittadini, in cui si impegnino a mantenere il Bosco di Palo così com’è: un grande spazio verde, libero, naturale e accessibile a tutti.
SENZA chioschi. SENZA bar. SENZA giostrine. SENZA strutture commerciali. SENZA concessioni a privati.
E soprattutto senza bandi o concessioni pluriennali, magari approvati a ridosso delle prossime elezioni, che possano vincolare le future amministrazioni.”

https://www.instagram.com/p/De3un0DihZV/?mdxt=MTh2d3dnM2M2ODU5MA==

LETTERA APERTA AL SINDACO E ALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI LADISPOLIIl Bosco di Palo è pubblico. Facciamo in modo che r...
23/10/2026

LETTERA APERTA AL SINDACO E ALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI LADISPOLI

Il Bosco di Palo è pubblico. Facciamo in modo che rimanga davvero tale.

Gentile Sindaco Alessandro Grando, gentili rappresentanti dell’Amministrazione comunale,

partiamo da una premessa doverosa: l’acquisizione dei cinque ettari di terreno che, aggiungendosi ai tre già di proprietà comunale, porteranno alla realizzazione di un grande parco pubblico di otto ettari al Bosco di Palo è una bellissima notizia per Ladispoli. Un risultato importante, per il quale ci sentiamo sinceramente di complimentarci con il Sindaco, con l’Amministrazione e con tutti coloro che hanno contribuito a raggiungerlo.

È un investimento sul futuro della città, sulla tutela del territorio e, soprattutto, sulla qualità della vita dei cittadini.

Ma proprio perché riconosciamo il valore di questa operazione, sentiamo il bisogno di rivolgere all’Amministrazione una richiesta. E vogliamo farlo subito, oggi, 23 ottobre 2026, nel giorno stesso in cui viene annunciato questo importante traguardo.

Il Bosco di Palo deve rimanere pubblico. Veramente pubblico.

Non soltanto sulla carta, non soltanto negli atti di proprietà del Comune, ma nella sua natura, nella sua destinazione e nella possibilità per ogni cittadino di viverlo liberamente.
Vorremmo che quegli otto ettari rimanessero ciò che sono sempre stati nell’immaginario e nella memoria di tanti ladispolani: un grande spazio verde, un prato, un bosco, un luogo dove passeggiare, correre, giocare, incontrarsi o semplicemente sedersi sull’erba senza dover consumare nulla, pagare nulla o sentirsi ospiti di qualche attività privata.
Senza chioschi, senza bar, senza giostrine, senza attrezzature o strutture commerciali di qualsiasi genere. Senza che, con il pretesto della riqualificazione, si finisca per concedere porzioni di questo patrimonio collettivo a soggetti privati che possano trarne profitto.
Perché non tutto ciò che è pubblico deve necessariamente produrre un guadagno economico. Esistono luoghi il cui valore sta proprio nel non essere sfruttati commercialmente. E il Bosco di Palo, secondo noi, è uno di questi.
Naturalmente, questo non significa rinunciare alla cura, alla pulizia, alla sicurezza e alla manutenzione dell’area. Significa semplicemente distinguere tra ciò che serve a preservare un bene comune e ciò che rischia di trasformarlo, lentamente, in un’occasione di profitto per pochi. E vorremmo chiedere anche un’altra cosa, altrettanto importante: nessun bando o concessione pluriennale, magari decennale, approvato a ridosso delle prossime elezioni amministrative, che possa vincolare per anni le scelte di chi verrà dopo.
Perché un patrimonio pubblico di questa importanza non dovrebbe diventare un’eredità ingombrante per le future amministrazioni, di qualsiasi colore politico esse siano. Né tantomeno un terreno sul quale prendere oggi decisioni difficilmente reversibili domani.
Il Sindaco, annunciando l’acquisizione, ha detto ai cittadini che da oggi potranno considerare quel luogo come proprio, perché effettivamente lo è.
Ecco, vorremmo prendere sul serio queste parole. Fino in fondo.
Se il Bosco di Palo è nostro, di tutti noi, allora chiediamo che rimanga tale. Senza recinzioni commerciali, senza concessioni che ne limitino la libera fruizione, senza la necessità di inventarsi qualcosa da costruirci sopra per giustificarne l’esistenza.
A volte la migliore forma di valorizzazione di un luogo è semplicemente lasciarlo essere ciò che è, prendendosene cura.
Prato era, prato è e prato deve restare. Soprattutto PUBBLICO.

Non è una polemica, né una critica preventiva. È una richiesta rivolta con rispetto e con la stessa soddisfazione con cui oggi accogliamo questa notizia.
Ci piacerebbe che l’Amministrazione assumesse fin da subito un impegno chiaro e pubblico in questa direzione, affinché questo risultato possa essere ricordato, anche tra venti o trent’anni, come la scelta di aver restituito alla città un pezzo della propria natura, senza chiedere nulla in cambio. Perché il Bosco di Palo non ha bisogno di diventare qualcos’altro. Ha soltanto bisogno di rimanere di tutti.
Per favore.

Ladispoli, 23 ottobre 2026
Incontro/collettivo Adelante

Quello che è successo ieri a Napoli non è stato semplicemente un momento di tensione durante una manifestazione del cosi...
09/07/2026

Quello che è successo ieri a Napoli non è stato semplicemente un momento di tensione durante una manifestazione del cosiddetto campo largo. Ridurre tutto a una contestazione di Potere al Popolo o a uno scontro tra sigle sarebbe fin troppo semplice. La vicenda, invece, racconta molto di più e fotografa una crisi che la sinistra italiana si trascina da decenni.

Non mi interessa difendere Potere al Popolo. Chiunque fa politica può essere criticato e contestato. Il punto non è questo. Il punto è che, ancora una volta, emerge una contraddizione enorme: si continua a parlare di unità della sinistra, ma questa unità viene costruita esclusivamente tra gruppi dirigenti e partiti, senza un reale confronto con quel mondo fatto di associazioni, movimenti, comitati, realtà territoriali e sinistra radicale che da anni opera nelle periferie, nei luoghi di lavoro, nelle lotte per la casa, nella difesa della sanità pubblica e dei diritti sociali. Realtà che, quando va bene, vengono ignorate e, quando diventano scomode, vengono persino osteggiate.

Fa ancora più riflettere che si continui a definire “campo largo della sinistra” una coalizione nella quale trovano spazio forze politiche come il Movimento 5 Stelle, che fino a pochi anni fa governava con la Lega. Nulla di illegittimo, sia chiaro. Ma allora qualcuno dovrebbe spiegare con chiarezza cosa significhi oggi definirsi di sinistra. Perché se basta un’alleanza elettorale per riscrivere la propria identità politica, allora quella parola ha ormai perso qualsiasi significato.

Da almeno quarant’anni assistiamo allo stesso fenomeno. Si evita accuratamente perfino di pronunciare la parola “sinistra”, sostituendola con espressioni più rassicuranti come “campo progressista”, “area democratica” o “campo largo”. Ma cambiare le parole non cambia la sostanza. La sinistra non è un marchio elettorale né una formula comunicativa: dovrebbe rappresentare una visione della società fondata sul lavoro, sulla giustizia sociale, sulla redisuzione della ricchezza, sulla difesa dei diritti e sulla riduzione delle disuguaglianze. Eppure, proprio su questi temi, chi oggi pretende di rappresentarla è stato spesso assente, quando non addirittura protagonista di politiche che hanno contribuito ad allontanare milioni di persone dalla partecipazione politica.

Per questo faccio fatica a credere che il cosiddetto campo largo rappresenti una vera ricostruzione della sinistra. Sembra molto di più l’ultimo tentativo, quasi disperato, di mettere insieme pezzi diversi esclusivamente per recuperare consenso, raccogliere voti e provare a fermare Giorgia Meloni. Un’operazione di sopravvivenza politica più che un’unione di intenti. Perché se il collante principale è impedire la vittoria dell’avversario, e non ricostruire un’identità politica capace di restituire al popolo i valori storici della sinistra, allora non si sta costruendo un’alternativa: si sta semplicemente organizzando una coalizione elettorale.

Ed è forse questa la questione più seria. Si continua a parlare di “suicidio politico”, ma il suicidio della sinistra non è iniziato ieri a Napoli e non dipende certo dalla contestazione di Potere al Popolo. Quel processo è iniziato molti anni fa, quando una parte della classe dirigente ha scelto di conservare il nome “sinistra”, svuotandolo però progressivamente dei suoi contenuti, della sua cultura politica e del suo rapporto con i territori e con le classi popolari.

Quello che abbiamo visto ieri, quindi, non è la causa della crisi. È il suo effetto. Ed è anche il segnale che non basta chiamare una coalizione “campo largo” per ricostruire una comunità politica. Perché una vera unità nasce da valori condivisi, da una visione comune e da un rapporto autentico con la società. Non da un accordo tra partiti stipulato con l’obiettivo di vincere le prossime elezioni.

Forse la domanda che dovrebbe aprire un dibattito serio è molto più semplice: esiste ancora una sinistra che vuole rappresentare il popolo, oppure esiste soltanto un cartello elettorale che continua a definirsi di sinistra perché non ha trovato un nome migliore?

In un’Europa sempre più silenziosa davanti a Gaza, l’Irlanda continua a rappresentare una delle poche voci politiche rea...
20/05/2026

In un’Europa sempre più silenziosa davanti a Gaza, l’Irlanda continua a rappresentare una delle poche voci politiche realmente critiche verso il governo israeliano.

Catherine Connolly, eletta Presidente d’Irlanda con oltre il 63% dei voti, è una storica figura della sinistra indipendente irlandese, da anni impegnata su temi come diritti sociali, lotta alle disuguaglianze, emergenza abitativa, neutralità militare, clima e difesa della causa palestinese.

Negli ultimi anni Connolly ha definito I*S°R... uno “stato terrorista”, accusando il governo Netanyahu di portare avanti politiche assimilabili a genocidio, occupazione e punizione collettiva contro il popolo palestinese. Dichiarazioni che hanno provocato durissime polemiche internazionali ma che raccontano anche un sentimento molto diffuso nella società irlandese.

Nel suo percorso politico ha sostenuto il riconoscimento dello Stato di Palestina, criticato apertamente NATO e militarizzazione europea e costruito gran parte della sua identità pubblica attorno ai temi della pace, della giustizia sociale e dell’autodeterminazione dei popoli. Nel discorso d’insediamento ha promesso una presidenza fondata su “pace, neutralità e cambiamento climatico”.

E c’è un dato politico che colpisce: mentre gran parte dell’Europa continua a usare toni ambigui davanti a decine di migliaia di morti civili palestinesi, in Irlanda una figura con posizioni così nette è stata eletta con un consenso enorme.

Un segnale politico e culturale che racconta molto del clima che sta cambiando in Europa sul tema Palestina.

18/05/2026

Quando un signor “Gianfranco” qualsiasi dice “I comunisti, siete zecche, comunisti parassiti, quando c’era lvi…”

Ieri abbiamo visto un annuncio immobiliare su una delle nuove ville realizzate a Marina di San Nicola dove, una volta so...
15/05/2026

Ieri abbiamo visto un annuncio immobiliare su una delle nuove ville realizzate a Marina di San Nicola dove, una volta sorgeva lo skatepark.
Prezzo di vendita: 480 mila euro.

E non si tratta di un caso isolato. Gli annunci immobiliari nella zona mostrano ville e nuove costruzioni che arrivano tranquillamente tra i 480 e gli 600 mila euro, con prezzi medi che superano i 4 mila euro al metro quadro. Partire da questi numeri è importante per capire la sproporzione enorme dell’operazione che riguarda il nuovo skatepark di Marina di San Nicola.
Ed è giusto fare una premessa chiara, perché lo abbiamo sempre detto anche quando parlavamo dello skatepark di via Firenze: opere di questo tipo sono importanti e quando si creano spazi di aggregazione per i giovani vanno riconosciute indipendentemente da chi le realizza. Uno skatepark non è solo sport. È socialità, cultura urbana, presidio sociale, comunità.

Ma proprio per questo il tema non può essere semplicemente “meglio di niente”.

Perché qui parliamo di un’enorme operazione immobiliare privata costruita su un’area comunale dal valore altissimo dove il ritorno economico per il costruttore è evidente già guardando il prezzo delle singole ville. E in cambio alla collettività viene restituita una struttura realizzata ai minimi termini.

È bene chiarire una cosa che spesso non viene detta: dove oggi sorge il “nuovo” skatepark esisteva già una pista in cemento. Non si è costruita una vera nuova struttura da zero. Sopra una base già esistente sono stati installati moduli prefabbricati e rimovibili con un investimento che appare, e siamo sicuri conti alla mano, molto distante dagli standard di skatepark realmente progettati per durare, aggregare e diventare punti di riferimento giovanili.

Per capire la differenza basta guardare cosa fanno altre città simili.
A Belluno, per esempio, il Comune ha stanziato circa 150 mila euro per uno skatepark progettato insieme ai ragazzi, alle scuole e alle associazioni giovanili, realizzato in calcestruzzo strutturale permanente, con una superficie di circa 290 metri quadrati e pensato come intervento di rigenerazione urbana e aggregazione sociale.

E il punto politico è tutto qui.
Perché uno skatepark non è qualche rampa da appoggiare sopra una piattaforma già esistente per poter fare una inaugurazione. È il modo in cui una città decide di investire davvero sui giovani, sugli spazi pubblici e sulla socialità. E invece anche questa operazione dà la sensazione di seguire il solito schema visto troppe volte a Ladispoli: enormi vantaggi economici per il privato e compensazioni minime per la collettività. Una restituzione simbolica più che un reale investimento pubblico all’altezza del valore generato dall’intervento immobiliare.

E la cosa forse più grave è che, al netto degli annunci iniziali, chi vive davvero il mondo dello skate sembra essere stato coinvolto pochissimo. Associazioni, ragazzi, skater, tecnici e addetti ai lavori che dello skate fanno una passione quotidiana, uno sport e spesso anche un lavoro avrebbero potuto contribuire a progettare uno spazio realmente funzionale, moderno e utile per le nuove generazioni.

Perché questi luoghi funzionano davvero solo quando vengono costruiti insieme a chi li vive ogni giorno. Altrimenti il rischio è sempre lo stesso: realizzare l’ennesima opera pensata più per la foto dell’inaugurazione che per diventare un vero presidio urbano e sociale nel tempo.

Il 23, probabilmente si parla di un’inaugurazione, ci saranno foto, sorrisi e tagli del nastro, ma resta una domanda semplice: davvero una città come Ladispoli non poteva pretendere qualcosa di più all’altezza del valore economico enorme di tutta questa operazione?

Perché ancora una volta si ha la sensazione che alla città venga restituita solo una piccola briciola in cambio di una torta gigantesca.

Buon compleanno Marx: idee ancora attuali sul lavoro e sul capitaleOggi parlare di lavoro in Italia significa parlare di...
05/05/2026

Buon compleanno Marx: idee ancora attuali sul lavoro e sul capitale

Oggi parlare di lavoro in Italia significa parlare di precarietà, salari bassi e vite sospese. Non è una percezione, è un dato reale: negli ultimi anni i salari sono diminuiti in termini reali fino a circa il 9% rispetto al 2008 e sempre più persone lavorano senza riuscire a vivere dignitosamente, con oltre l’11% di lavoratori a rischio povertà .

Questo è il punto da cui ripartire per capire quanto Marx sia ancora attuale.

Marx descriveva un sistema in cui il lavoro produce ricchezza ma non la trattiene, in cui il capitale cresce mentre il salario resta indietro. Oggi quel meccanismo non è scomparso, si è trasformato. Il lavoro non è più solo in fabbrica, ma è nei servizi, nella logistica, nelle piattaforme digitali, nella cosiddetta gig economy, dove milioni di persone lavorano a chiamata, senza tutele, spesso governate da algoritmi .

I nuovi operai non sono più solo quelli delle catene di montaggio. Sono i rider, i lavoratori dei servizi, i precari della scuola, della sanità, del commercio. Sono persone che lavorano, ma non accumulano sicurezza, non costruiscono futuro. Il precariato oggi non è un’eccezione, è diventato una condizione strutturale fatta di contratti brevi, part time involontari e discontinuità .

Marx parlava di sfruttamento come squilibrio tra ciò che si produce e ciò che si riceve. Oggi questo squilibrio si traduce in un dato semplice: si lavora di più, si guadagna meno, si vive peggio. E quando il lavoro diventa instabile, diventa anche più difficile rivendicare diritti, salari migliori, condizioni dignitose. La precarietà non è solo economica, è anche politica, perché indebolisce la capacità di organizzarsi e di lottare .

Negli ultimi decenni si è perso qualcosa di fondamentale: la consapevolezza collettiva. La lotta di classe non è scomparsa, è stata frammentata. I lavoratori non si riconoscono più come parte di uno stesso conflitto, ma vivono condizioni diverse che però hanno una radice comune.

Ed è proprio qui che Marx torna attuale. Non come figura da celebrare, ma come chi ha messo a fuoco un nodo che esiste ancora: il rapporto tra lavoro e capitale, tra chi produce e chi accumula.

Oggi più che mai quel nodo è davanti a noi. E senza rimettere al centro il lavoro, il salario e i diritti, senza ricostruire una coscienza collettiva, continueremo a vivere dentro lo stesso squilibrio, solo più moderno e più invisibile.

04/05/2026

Le news dal litorale Romano. Ladispoli, Cerveteri, Bracciano, Santa Marinella, Civitavecchia, Tolfa

02/05/2026

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