Un vero e proprio sistema di potere, radicato in una estesa rete di convenienze, governa stancamente una città segnata dalla fiacca e rassegnata a un triste declino. Dappertutto si respira la polvere del tempo che si viene depositando su ogni dove: istituzioni, struttura produttiva, assetto urbano. Negarlo, come fa il sindaco Daniele Manca per dovere di ruolo più che per convinzione, non serve a
niente: la situazione è sotto gli occhi di tutti. Così, invece di progetti di rilancio, ipotesi di sviluppo coniugati con un rinnovato spirito di iniziativa, si preferisce gestire rassegnate transumanze e fornire qualche insipido boccone riscaldato alla mensa del potere locale: roba piccola ma che basta per sdentate mascelle. Nulla si fa per arrestare il declino, per invertire la tendenza, per “cambiare verso” a questo malinconico stato di cose. Se chi governa la città continuerà a confondere la buona politica con l’agilità nel restare comunque dalla parte giusta del potere: ieri l’altro D’Alemiani, ieri bersaniani e oggi renziani, con pretese di certificazione ante marcia, come si sarebbe detto in altri tempi, sarà sempre più difficile. Dall’altra parte le opposizioni, che vivono il proprio ruolo non già con la messa a punto di un’ipotesi di alternanza, anche modesta ma vissuta come obiettivo politico principale, bensì accontentandosi di una miriade di punzecchiature, a volte anche ben motivate sia ben chiaro, ma che anche sommate, nella diversità delle provenienze, non fanno e non faranno mai, massa critica per una alternanza di governo nella città. E si può capire perché la gente, denominazione sociologica di quello che una volta si chiamava popolo, normalmente sceglie il certo, anche modesto, in luogo dell’incerto e spesso è costretta a scambiare questa che è una semplice sensazione di certezza con la credibilità che non c’è e che scatenati personalismi non possono garantire. E pare proprio che lo scopo più abbordabile delle opposizioni sia quello di assicurarsi un posto a sedere nel teatrino del consiglio comunale e quelle tre righe che la stampa locale può, di volta in volta, dedicargli, più simile al “pastone” che non ad articoli veri e propri. Bisogna convincersi che l’unica politica sensata da porgere alla città sia il ballottaggio, come obiettivo esclusivo di transito verso il cambiamento. Il ballottaggio, solo, può mettere in moto una riflessione interna al partito che governa oggi la città e la premessa di un profondo cambiamento mentre può riportare alle opposizioni quella vocazione locale che è indispensabile a costruire una politica di governo, in luogo dello scimmiottamento, ciascuno della propria identità nazionale di riferimento, per ricavarne il misero dividendo di qualche voto di appartenenza. Nei pochi giorni che separano il primo e il secondo turno si svelano le vere carte che ciascuno intende giocare e si porge agli elettori, pur dall’interno di un sistema elettorale del tutto carente, una reale possibilità di scelta democratica. Perché si tratta di liberarsi dei propri individualismi e dei radicati personalismi, di superare anacronistici steccati ed essere in grado di passare la ruota, come nelle gare di ciclismo, a quello della scuderia che è in grado di arrivare. Non deve essere considerato un sacrificio, ma anche se lo fosse la nostra città di certo lo merita ancora.