Gravina Turistica e Storica

Gravina Turistica e Storica Luogo virtuale sulla storia e le bellezze della città di Gravina in Puglia

19/02/2026
Memorie di una città.....era la festa di Cristo, era l'anno 1863… Spalluti ArsenioNato il 7 ottobre 1853 da Michele e Ar...
01/06/2025

Memorie di una città.....era la festa di Cristo, era l'anno 1863

… Spalluti Arsenio

Nato il 7 ottobre 1853 da Michele e Arcangela Lagreca appartenente a famiglia in cui si erano avvicendati per 4 o 5 generazioni i geometri e gli agricoltori.

A 22 anni, aveva conseguito la laurea in Giurisprudenza, e mise a disposizione del pubblico i suoi studi e la sua esperienza guidando aziende agricole a sistema estensivo e aziende comunali in tempi tristi.

Con carattere rappresentò la continuità della tradizione borghese nostrana che alla pratica della umana solidarietà accoppiava la onestà del sentimento, la dignità del proprio ceto, la passione alla terra, l’amore al proprio paese.

Fu consigliere del Comune di Gravina, e senza discontinuità, dal 1880 al 1900, rappresentante del Comune di Gravina nel Comitato Forestale Provinciale si giovò della carica per evitare la distruzione del Bosco di Gravina (e dire che egli aveva tutto l’interesse di veder dissodata questa foresta perché ne sarebbe derivato un maggior valore alla tenuta « Caprarizza » contigua alla foresta stessa!) e per mantenere integro il patrimonio forestale della Provincia.

Fu Presidente della Commissione Censuaria del Comune di Gravina; Membro della commissione per la revisione delle liste elettorali lottò contro il Sindaco dell’epoca, l’avv. Lettieri, che si vantava dell’amicizia di Nicotera ed era per l’universalità del voto.

Ospitale e cortese egli vide passare proprio per la masseria « Caprarizza » posta sui margini del bosco comunale di Gravina tutti i più famosi cacciatori di Puglia e Lucania, tutte le principali autorità provinciali, e sempre prodigò ad essi i tesori della sua gentilezza nativa, mettendo in ombra volutamente le sue autentiche conoscenze in vari rami e occupandosi con vanto solo della produzione casearia della sua azienda ch’egli aveva tenuto lontana da ogni adulterazione e contaminazione prendendo a poco a poco contatto coi moderni sistemi di sfruttamento lattifero.

Un episodio doloroso segnò la sua giovinezza: il sequestro di persona subito ad opera del bandito Serravalle e la conseguente miracolosa ed inattesa liberazione con scaltrezza ad opera dei suoi parenti:

Era il 3 maggio 1863 e presso la chiesa di San Sebastiano si celebrava la festa del SS Crocifisso. Fra la gente accorsa vi era Arsenio Spalluti di anni 10 insieme al cognato Michele Silvestri. I due furono raggiunti dal sacerdote Matteo Abruzzese che dopo averli salutati li invitò a seguirli dovendo dare un occhiata al suo fondo seminato a fave.

Giunti al fondo il sacerdote disse ai due di aspettare dovendo dare un occhiata ad un altro fondo, insieme al piccolo Arsenio ed al cognato Silvestri si trovavano anche un certo Leonardo Lasorella e Nicola Picciolla.

Andiamo via disse il Silvestri ad Arsenio tanto don Matteo non ritorna ed è tardissimo. No, non andate via disse loro il Lasorella, aspettate ancora non vi conviene andarvene. E cosi fecero per non sembrare scortesi con don Matteo.

Ad un tratto dalla via seguita dal prete si videro sbucare degli individui a cavallo, entrambi armati.

Non fate un passo o siete morti disse uno dei due individui a cavallo e scesi dalla groppa legarono tutti, poi bendarono i due e li fecero salire sui cavalli e ammonirono gli altri presenti a tacere.

Al ritorno di don Matteo non dissero niente.

I sequestratori di Arsenio appartenevano alla banda di Paolo Serravalle che operava in quella zona, la compagine banditesca era composta da 10 malfattori.

La notte seguente due briganti si recarono alla masseria di Girolamo Spalluti, cognato di Arsenio, e consegnarono un biglietto che imponeva alla famiglia di pagare un riscatto di 15,000 ducati per i due sequestrati altrimenti sarebbero stati uccisi.

Don Girolamo che nulla sapeva del sequestro, esterrefatto esclamo di non possedere quella somma e di non sapere come fare. I due briganti non sentirono ragioni e riferirono che avrebbero ucciso i due se non avessero ricevuto la somma entro il giorno 7. Dopo la minaccia si congedarono mentre Girolamo si recò dalla madre del giovane per riferire dell’accaduto.

Figuratevi lo stupore e successivamente la paura della madre!

Immediatamente si tenne una specie di consiglio di famiglia e si deliberò di rispondere al capo banda Serravalle che il fanciullo non possedeva che solo beni in fondi, impossibili ad alienarsi poiché ancora minorenne.

Dopo aver ricevuto tale risposta i banditi non vollero sentire ragioni ma riferirono di volere solo il danaro altrimenti scanneranno il ragazzo.

In fretta dalla madre di Arsenio fu raccolta la somma di 6.000 ducati e consegnata al bandito Vincenzo Arato a cui corrispose un mancia di 60 ducati affinché si fosse adoperato a titolo personale per la liberazione del ragazzo.

Trascorsero molti giorni senza avere più notizie dei rapiti ma il 26 maggio giunse un altro biglietto, scritto proprio dal giovane Arsenio che riportava di essere tenuto costantemente nell’acqua e di morire di freddo.

Dopo pochi altri giorni il Serravalle incontro per caso il colono Vincenzo Loverio e gli intimò di andare dagli Spalluti per riferire che se entro il giorno dopo non avessero ricevuto ulteriori 2000 ducati i due sequestrati sarebbero stati uccisi.

Infatti il giorno successivo un messo consegnò ai banditi i 2000 ducati che furono sborsati da don Mario Spalluti cugino del fanciullo.

Ma non bastarono al Serravalle che richiese ulteriori 2000 ducati.

Al colmo della disperazione la madre del fanciullo riusci ad ottenere altri 1000 ducati che furono consegnati per il tramite di Vincenzo Loverio e questi unitamente ad un altro colono, Giuseppe Visci, raggiunsero il bosco Belmonte luogo dell’appuntamenti per la consegna.

I due coloni furono anch’essi sequestrati da Domenico Colasordo e Giuseppe Romano e portati nel luogo dove era il ragazzo.

Consegnati i denari i banditi non fidandosi si misero a contare il contante fu allora che i due coloni si gettarono addosso ai due malfattori riuscendo a bloccarli anche se il bandito Colasordo riuscì a prendere la pi***la e sparare un colpo che fortunatamente andò a vuoto.

A quel punto il colono Visci gli scaraventò un sonoro pugno e riuscendo a togliergli l’arma la punto al petto del bandito.

L’altro brigante tenuto ostaggio dal Laverio riuscì a liberarsi e fuggire.

Con il brigante in ostaggio i due coloni si recarono a Gravina e lo consegnarono alle guardie. Il Colasordo, menato nel corpo di guardia “cantò” raccontando che il basista era il prete don Matteo Abruzzese ma nel processo ritrattò.

Successivamente furono catturati gli altri briganti insieme al prete e i due contadini Lasorella e Picciolla al servizio del sacerdote.

Fu altresì arrestato un certo Francesco Savino che aveva avuto parte nel sequestro. Fu sottoposto ad accusa anche il Silvestri, cognato di Arsenio, per il quale non fu richiesto alcun riscatto e quella circostanza fece nascere dei sospetti sul suo conto.

I sette imputati furono giudicati dalla Corte d’Assise di Trani il 25 giugno del 1864 e condannati, il brigante Colasordo ad anni 20 di lavori forzati: il brigante Romano alla stessa pena ma per anni 10; il sacerdote a 15 anni di lavori forzati; Leonardo Lasorella e Picciolla a 7 anni di reclusione; Il Savino ad anni 3. Il Silvestri, cognato del Spalluti, fu assolto.

Con il cognato Girolamo Spalluti, Arsenio ebbe un rapporto speciale al pari di un un fratello, e che da egli imparò molte nozioni.

Laureatosi, come abbiamo detto, nel 1875 egli aveva portato ai poveri l’ausilio della sua competenza nel giure e non come praticante delle Preture e dei Tribunali, ma come consulente senza compenso alcuno. Morto il cognato Don Girolamo si diede alla cura dell’azienda agricola ereditata che aveva la sua preziosa gemma nella Masseria « Curiale » alias «Caprarizza» della superficie di 400 Ettari, famosa pei suoi allevamenti di bestiame equino e vaccino e per la produzione dei caciocavalli. Egli purificò ed affinò tali allevamenti portandoli ad un’eccellenza singolare, e migliorò la produzione cerealicola delle altre Masserie di sua proprietà, quella denominata« Locuoccio» e quella nomata « Lama Giannini ».

Arsenio Spalluti ebbe la tardiva riconoscenza dei suoi concittadini che si raccolsero intorno alla sua salma quando la morte ne spezzò la robusta tempra il 30 ottobre 1935.

Nelle foto, ritratti di Arsenio e foto ricordo della sua liberazione dal rapimento.

Gravina storica1966 marzo 7In quella piazza, oggi dedicata ad Arcangelo Scacchi, Canio Musacchio tenne molti dei suoi me...
01/03/2025

Gravina storica

1966 marzo 7

In quella piazza, oggi dedicata ad Arcangelo Scacchi, Canio Musacchio tenne molti dei suoi memorabili discorsi ed è proprio li che si volle eternare la sua memoria nel primo centenario della nascita.

Lo scoprimento del busto fu la conclusione di una cerimonia semplice ma altamente significativa.

Lo scultore Cesare Marino lo rappresentò con lo sguardo pensoso ma nello stesso tempo dritto quasi a scrutare il futuro e l’avvenire che egli sognava per la nostra popolazione.

Oratore ufficiale il sottosegretario Guadalupi che illustrò la figura del nostro concittadino, i suoi alti valori morali.

Nel ricordo di Musacchio si sono ritrovati uniti la Giunta Comunale coordinata dal Sindaco Onofrio Petrara, il sen. Stefanelli; l’on. Lenoci; il prefetto di Bari; i capo gruppi consiliari Cilifrese del P.S.I. , Corrado del P.S.I.U.P, Tarricone del P.C.I., Pallucca del P.S.D.I., Ricciardelli della D.C e altri rappresentanti del mondo sindacale, civile, politico e militare.

Raccontare la citta'.....passataL’ antica consuetudine della celebrazione della messa solenne nel giorno dell’Epifania n...
02/01/2025

Raccontare la citta'...
..passata

L’ antica consuetudine della celebrazione della messa solenne nel giorno dell’Epifania nella chiesa di San Sebastiano, con la cerimonia che iniziava di notte e si protraeva fino all’alba del giorno dopo, creava problemi di sicurezza, poiché la porta della città veniva lasciata aperta con pericoli di agguati e invasioni.

Il vescovo di Gravina mons. Nicola Cicirelli invano propose di spostare la celebrazione ad un’altra ora più confacente. Lo evidenzia anche da Roma nella sua “Relatio ad Limina” del 1765: «in Conventu FF Reformati viget abusum celebrandi solemniter matutinum de nocte, et cantandi missam advenniente aurora in corum ecclesia sita extra moenia civitatis, passi bus de cento viginti ab distante, die solemni
festo Epiphania, absurda inde advenientia, et partis mea solicitudinis (…), nume a V. S. Congregatione Oraculum exposto, patrociniumque imploro ut penitis eradicet abusus, et missa solemnis celebratur fiat
hora debita, et non matutina».

Mons. Cicirelli consigliava di non lasciare aperta la porta di Sant'Agostino per evitare l'ingresso nella citta' di malavitosi e nemici.

Solenne Pontificale della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo Gravina, Cattedrale
25/12/2024

Solenne Pontificale della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo
Gravina, Cattedrale

Gravina storicaNel XVIII secolo a capo di ogni università vi era un governatore, detto anche capitano, giudice o consult...
14/08/2024

Gravina storica

Nel XVIII secolo a capo di ogni università vi era un governatore, detto anche capitano, giudice o consultore, dipendente dal preside della provincia di cui l’università faceva parte.

Nelle città regie il governatore veniva nominato dal viceré; nelle città feudali invece dal signore, il quale, delegato dal re a giudicare i suoi vassalli, si era arrogata la facoltà di delegare altri all’ufficio.
Tale magistrato veniva nominato per un anno sottoposto al sindacato dei cittadini.

A Lagonegro in Basilicata venivano eletti i sindacatori del governo i quali dovevano giudicare, alla cessazione della carica, sull’opera del governatore, sul modo e sulla condotta da questi tenuta nell'amministrazione della giustizia ed il governo del paese.

A Lagonegro il re Carlo quinto ed il suo successore avevano concesso che coloro che dovevano esercitare la giurisdizione dovevano essere di terre demaniali e tale privilegio venne numerose volte difeso dai cittadini di quell’università.

Nel 1730 venne nominato governatore di Lagonegro Angelo Larione Bardi nato nella città di Gravina, feudo degli Orsini. In tal modo non venne rispettato il privilegio concesso da Carlo V e per questo motivo la cittadinanza ricorse al viceré affermando che l’università è si pronta ad insediare nel possesso del governo di questa città il dottore signor Angelo Larion Bardi, in esecuzione del ricevuto dispaccio di S.E. signore viceré ma di informarsi e protestare qualora don Angelo Larione Bardi non fosse nato nella città di Gravina.

Su questo rispose direttamente Angelo Larione Bardi che affermò di essere verissimo di essere nato nella città di Gravina ma da vent'anni circa con la sua famiglia era emigrato nella città di Modugno e dopo aver venduto i suoi beni al duca di Gravina aveva comprato effetti nel territorio di Bari, che da cinque anni si trova reintegrato nella nobiltà delle famiglie di Fiorenza, di avere esercitato la carica di Uditore in Lecce dove attualmente risiede la sua famiglia.

Ma la sua opposizione non venne presa in considerazione ed il Bardi fu costretto a lasciare Lagonegro ed il vicerè nomino' governatore Domenico del Vallo, dottore nell’uno e l’altro diritto ( cioè laureato in diritto civile e in diritto canonico) e perché nato in Napoli.

Raccontare la citta'...Il 25 luglio 2001 alle ore 00:30 torna alla Casa del Padre mons. Giuseppe Vairo, già  vescovo di ...
25/07/2024

Raccontare la citta'...

Il 25 luglio 2001 alle ore 00:30 torna alla Casa del Padre mons. Giuseppe Vairo, già vescovo di Gravina ed Irsina.

Era nato a Paola(Cosenza) il 24 gennaio 1917. Studiò molto il pensiero di Sant’Agostino e di San Tommaso, approfondito dal pensiero del filosofo Maritain.

Presto grande attenzione nella lettura della vita, dei pensieri e della spiritualità di San Francesco di Paola attraverso gli scritti del sacerdote Francesco Mottola; proprio quest’ultimi lo formarono deciso ma nello stesso tempo umile nel carattere e caritatevole verso il prossimo.

Giuseppe era un appassionato lettore non solo di testi sacri ma anche di saggi letterari italiani e stranieri. Colleghi al seminario con lui lo hanno descritto come un soggetto dotato di forte capacità, i suoi superiori ne ebbero modo di constatarlo unitamente alla facoltà di possedere una forte memoria.

La Prima tonsura nel 1937, l’ordinazione sacerdotale il 16 giugno 1940, contava 23 anni non ancora compiuti.

Fu ordinato sacerdote nel Santuario di Laurignano dal vescovo di Cosenza mons. Aniello Calcara che lo volle subito suo segretario.

Anche da sacerdote Giuseppe continuò negli studi, approfondendo le materie che aveva studiato che lo facilitarono nella sua missione.

Nel 1946 si abbonò alla rivista Problemi e Opinioni che trattava e pubblicava testi di avanguardia nel pensiero religioso e cattolico e che non erano per altro ben accolti nelle scuole teologiche romane e nei seminari. Questa nuova forma di pensiero teologico divenne addirittura forma di rinnovamento conciliare e mons. Vairo ne fu un discepolo.

A Roma ebbe modo di conoscere uno di questi precursori della “Nouvelle Theologie” J. Maritain e intraprese con lui rapporti di amicizia.

Fu eletto vescovo titolare di Utina il 8 luglio 1961 e ausiliare della Arcidiocesi cosentina.

Il 20 agosto 1961 la consacrazione episcopale.

Il 21 luglio viene ricevuto in udienza privata dal Santo Padre Giovanni XXIII, si intrattiene affabilmente con lui rievocando i suoi antichi ma nitidi ricordi calabri e cosentini, un aneddoto racconta che riferì al Papa dei timori che la nuova carica avrebbe comportato e che ne avrebbe volentieri fatto a meno, il Papa gli rispose :>.

Continuarono i suoi impegni di sempre in seno all’archidiocesi fino al 19 gennaio 1962 quando dallo stesso Papa Giovanni viene trasferito alla Diocesi unita di Gravina e Irsina, aveva 44 anni.

Era dotato di una intelligenza e di una sapienza superiore alla media, la cultura, specie in materia sacra, di cui era dotato mons. Vairo spaventava molti, egli non riusciva ad adattarsi alle formalità proprie del vescovo ma andava oltre e al s**o, pretendeva cristiani sinceri e talvolta rimproverava i sacerdoti per alcune mancanze; ma sapeva essere un buon compagno durante le poche ore di libertà da impegni pastorali, in cui spesso si incontrava con seminaristi e sacerdoti nel Seminario per qualche agape fraterna e per qualche partita a carte.

Ipotizzò ed ispirò una Diocesi della Murgia in cui Gravina doveva conservare il ruolo centrale.

Per il suo sapere sulle dottrine spesso era incaricato di preparare interventi per la Conferenza Episcopale Pugliese e l’Arcivescovo di Bari Nicodemo individuò in Vairo un’ottima preparazione lo volle suo consulente per cui utilizzò per i suoi interventi scritti e orali, i fogli compilati da mons. Giuseppe durante lo svolgimento del Concilio Vaticano.

A Gravina mons. Giuseppe continuò la preparazione al Concilio Vaticano II indetto da Papa Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 e che fu aperto ufficialmente dal Papa l’11 ottobre 1962. Sostanzialmente Indicazioni preparatorie allo stesso Concilio erano già contenute nella Lettera Pastorale di introduzione al suo ministero episcopale; prese contatti con gli altri vescovi pugliesi, stilò con il vescovo di Monopoli Ferrero delle linee guida che furono approvate dai presuli il 23-24 gennaio 1964 riunitisi a Molfetta. Mons. Vairo rivolse ai padri sinodali nove interventi.

Nel 1966 viene nominato Amministratore Apostolico di Acerenza in provincia di Potenza; nello stesso anno scrive la Lettera Pastorale dal titolo “La libertà Cristiana; incentrare tutto in Cristo” con cui introduce il CONGRESSO EUCARISTICO organizzato nella Diocesi di Gravina ed Irsina l’anno successivo.

Fu Amministratore Apostolico dell'Arcidiocesi di Acerenza della quale divenne Arcivescovo il 22 dicembre del 1970, rinunziando alle sedi di Gravina-Irsina il 23 dicembre 1971.

Arcivescovo Metropolita di Acerenza, il 5 marzo 1973 è stato nominato anche vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, diocesi che resse con fermezza e dolcezza negli anni difficili della contestazione ecclesiale arrivando a scomunicare il sacerdote don Marco Bisceglia.

Il 25 ottobre 1976 lasciava le Chiese di Melfi-Rapolla-Venosa e gli veniva affidata la sede vescovile di Tricarico, che resse fino al 3 dicembre 1977, quando veniva trasferito alla sede arcivescovile metropolitana di Potenza, della quale prese possesso nel gennaio 1978. Il 12 febbraio 1979 fu sollevato dalla responsabilità della chiesa arcivescovile di Acerenza. Arcivescovo di Potenza - Muro L.- Marsico N. e Metropolita di Basilicata, ne ricevette il segno del pallio da papa Paolo VI il 29 giugno 1978.

Eletto Presidente della Conferenza Episcopale di Basilicata, ha conservato quest’ufficio fino alla fine del suo servizio episcopale.

E' stato anche amministratore dell'arcidiocesi di Matera-Irsina e ultimo vescovo di Muro Lucano.

Affrontò con grande impegno, lungimiranza e spirito pastorale i problemi provocati in Basilicata e specialmente nelle sue diocesi dal terremoto del 23 novembre 1980.

Come per il suo predecessore mons. Aldo Forzoni, anche per egli si stanno raccogliendo testimonianza propedeutiche ad una causa di beatificazione.

Era giugno ….. 1933 giugno Erano state segnalate da tempo i ritrovamenti di antiche tombe romane sulle pendici del colle...
15/06/2024

Era giugno …..

1933 giugno

Erano state segnalate da tempo i ritrovamenti di antiche tombe romane sulle pendici del colle “Marassano” posto all’estremo del tratturo in agro di Gravina e ciò in seguito alla segnalazione dell’agricoltore Capone Pietro che aveva mostrato ad un giornalista delle monete di bronzo della prima età imperiale.
Insieme alle monete nello scavo un rozzo vasetto.

Marassano è un piccolo colle che sorge subito dopo la masseria > di proprietà Sottile Meninni e dalla quale prende il nome il tratturo che ad essa conduce partendo dalla sinistra della carrozzabile che porta al bosco comunale poco prima della Casina Cucuglielli.

Su questo colle situato all’estremo limite del bosco si rinvennero tombe indicate e circoscritte da pietre di diverse forme e grandezza.

In alcune di queste tombe avanzi di scheletri umani distesi orizzontalmente. In altre scheletri abbinati, molte non avevano corredo funebre ma in alcune vi erano vasellame rozzo, disegni rudimentali, presenza di armi a foggia di pugnali e residui di elmi.

Era giugno ….. 1917 giugno 09  Echi dal fronte di guerra Il tenente medico Pietro Savino, dell’Ufficio di sanità della 7...
15/06/2024

Era giugno …..

1917 giugno 09
Echi dal fronte di guerra
Il tenente medico Pietro Savino, dell’Ufficio di sanità della 7 divisione di fanteria ricevette dal generale Ravelli, un encomio solenne per aver moltiplicata la sua attività nell’amorevole cura di numerosi feriti.
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1923 giugno 20
S.E. Mons. Giovanni Maria Sanna, vescovo di Gravina ed Irsina, venne ricevuto in maniera privata dal Papa
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1924 giugno 20
Venne trasportato presso l’Ospedale di Gravina tale R.G. di anni 52 per fratture esposte, ferite varie e contusioni.
Mentre lavorava in un pastificio venne tirato per il ma**co da una impastatrice che lo fece sb****re violentemente a terra.
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1926 giugno 19
Erano le due di notte quando il contadino Leonardantonio Caruso si recava al lavoro presso una masseria, alquanto distante dalla sua abitazione.
Quasi vicino alla masseria venne colpito ben 5 volte da una scure da parte di tale T.M. contadino anch’egli.
Compiuto il misfatto il feritore si dava alla fuga ed il ferito venne poi soccorso da passanti e successivamente trasportato all’Università di Clinica Chirurgica in Bari.
Dall’interrogatorio si venne a sapere che i motivi erano di infedeltà coniugale : il ferito era in intimi rapporti con la moglie del feritore. I tre protagonisti erano coinquilini.
Ovviamente ci fu l’arresto.

Raccontare la città…..Anno 1848La sera dell’11 novembre 1848, il giudice di Gravina, don Costantino Fiorese, si recava i...
22/04/2024

Raccontare la città…
..Anno 1848

La sera dell’11 novembre 1848, il giudice di Gravina, don Costantino Fiorese, si recava insieme a don Domenico Porzia a teatro, sito nel vecchio Palazzo ducale degli Orsini, quando un falegname, tal Michele De Antoniis, audacemente lo affrontò, e in nome del popolo gli intimò di ritirarsi.

Subito molta gente si serrò addosso al Fiorese gridandogli: .

Alle provocazioni l’offeso non rispose ma svincolandosi a stento dalla stretta e abbandonando una specie di pastrano che aveva indosso, il pulper, nelle mani della folla, affretto il passo ed entrò in teatro.

Pallido in viso e preso dall’ira esclamo: “Briganti, domani vi farò vedere quello che saprò fare!>>.

Ma la folla continuava a gridare e lo spettacolo era a rischio, molti signori consigliarono al Fiorese di andare via.

Infatti usci' ma accompagnato da don Pasquale Pellicciari, don Luca Santomasi, don Francesco Antonio Calderoni ed altri che sperarono col loro ascendente di calmare il tumulto.

Ma appena fuori la turba disperse la debole scorta ed impossessatosi della persona del giudice con la forza lo fecero salire su di una carrozza già pronta a partire alla volta di Grumo sotto la vigilanza di quattro persone: Angelantonio Ceci, Domenico Marsico, Francesco Paternoster e Raffaelle Mazzilli, tutti armati di schioppo.

Si pensò che dietro agli autori dell’assalto vi fossero terze persone che avevano interesse affinché il giudice andasse via.

L’inchiesta accertò che Michele De Antoniis era una persona devota a don Pasquale Pellicciari, anzi alcuni dissero che era a servizio di esso e subito si pensò che l’oltraggio al Fiorese fosse stato proprio architettato dal Pellicciari infatti si accertò che tra i due, già intimi amici, non corressero più buoni rapporti come un tempo per certe letture del giornale Mondo Vecchio e Mondo Nuovo e per disaccordo l’amicizia si era raffreddata e probabilmente nel Pellicciari si celva un sentimento di rancore verso il Fiorese.

Fu pure assodato che nell’ottobre 1848 il Pellicciari insieme al fratello don Michele ed al legale don Michele Andreacci si era recato in Altamura per portare lagnanze e ricorsi contro il procedere del giudice Fiorese davanti al Giudice istruttore don Ferdinando Ruggiero.

Si ipotizzo anche che dovendo il Fiorese comporre il Consiglio di Sicurezza pubblica non v’incluse il Pellicciari. Insomma furono queste le accuse per spiegare nel Pellicciari l’animus nocendi.

Intanto il Fiorese lasciato Grumo proseguì per Trani dove presentò al Procuratore Generale del Re un rapporto scritto, et pour cause! sull’avventura capitatagli.

Nello scritto il Fiorese riporta di aver intuito che dietro i popolani di Gravina vi fosse qualcun altro.

Il processo su subito istituito ed i primi atti furono uno scambio di rapporti fra Ceppaglia, consigliere distrettuale di Altamura, e don Patrizio Scacchi che assunse le provvisorie funzioni di Giudice regio di Gravina.

Il 17 novembre don Ferdinando Ruggiero si portava in Grumo, dove era ritornato il Fiorese e dove lo aveva raggiunto la moglie, per il primo interrogatorio in seguito al quale fu iniziata la processura per , elevandone l’imputazione a carico dei fratelli don Pasquale e don Michele Pellicciari, Michele De Antoniis, Tommaso Pizzi, Michele Loglisci, Domenico Marsico, Francesco Paternoster, Domenico Barbera ed un’altra ventina circa di gravinesi.

L’istruttoria andò per le lunghe, stante il gran numero degli imputati da udire, quello grandissimo dei testi interrogati a carico e il non meno grande di quelli a discarico.

Il Pellicciari fece per sé un’abilissima difesa; impugnò innanzi tutto l’esistenza di rancori fra esso ed il Fiorese, col quale disse di aver serbato fino alla sera dell’11 novembre cordiali rapporti; la lettura del giornale non averli mai tratti a litigare ma solamente a discutere da buoni amici.

E proprio sul giornale nel numero 48 si accusava il Fiorese di far monopolio di grani in danno del popolo, tracciando un bozzetto poco lusinghiero sulla sua persona e della sua indole; l’articolo era firmato “I tredici”.

Contro quell’accusa si protestò il 26 aprile 1848 con un foglio volante intitolato: >, e firmarono tale manifesto molti del ceto dei signori di Gravina compreso la firma del fratello di Pasquale Pellicciari.

Quest’ultimo anzi, nella sua difesa, accennando all’articolo diffamatorio verso il Fiorese disse di essersi molto interessato affinché quel giornale avesse in prosieguo pubblicata una rettifica ai fatti. Però rimase la convinzione del Fiorese, e forse non sbagliava, che l’ispiratore delle accuse fosse stato proprio il Pasquale Pellicciari.

Infatti tra le firme del foglio di risposta non compariva quella di Pasquale Pellicciari.

Ma il Pellicciari aggiunse, per dimostrare la propria amicizia al Fiorese, che quella sera si rese cura della moglie del giudice confortandola sulla sorte del marito ed ancora di prendersi cura dei figli del Fiorese avendo in casa un precettore nella persona di don Angelo De Gregorio.

Ma a queste buone scuse si opponevano delle prove non prive di eloquanza.

Fu altresì accertato che nel di seguente alla cacciata del Fiorese nessuno dei signori andò a teatro meno che il Pellicciari ed alcuni suoi aderenti; fu assodato aver don Pasquale Pellicciari elargito all’impresario 18 carlini affinché nella sera dell’11 novembre avesse dato ingresso agli operai che non potevano permettersi l’ingresso.

Poi altri interrogatori a confronto ed a discolpa e si chiese l’invio del processo essendo già stati arrestati col Pellicciari i più compromessi inquisiti.

Il 14 dicembre la Gran Corte, a maggioranza di 4 voti, dichiarava il non luogo a procedere circa l’arresto del detenuto don Pasquale Pellicciari rimettendolo in libertà provvisoria salvo ulteriori indagini.

Un anno dopo, il 20 dicembre 1850 si ricordarono degli altri reclusi e pronunciava il verdetto condannando il De Antoniis ad otto anni di reclusione e d il Piizzi, Marsico e Paternoster ed altri a quattro anni di reclusione e spese.

Altri imputati furono prosciolti pur rimanendo sottoposti a rigorosa sorveglianza da parte della Polizia.

nella foto sotto: Palazzo Orsini a Gravina

Indirizzo

Piazza Benedetto XIII
Gravina In
70024

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