10/03/2024
GRAGNANO. 8 MARZO FESTA DELLE DONNE. IL CORAGGIO DI CATERINA.
Apparteneva ad una ricca famiglia di proprietari terrieri, specie di selve momtane, con alcuni dei suoi componenti anche sindaci sia di epoca borbonica che savoia, ruoli prestigiosi come guardie personali nelle sfilate a cavallo dei re presso i castelli napoletani, sacerdoti ecc. Prima dell’abolizione del maggiorascato, che prevedeva che le proprietà delle famiglie importanti andassaro al primogenito per evitare che una divisione dell’asse ereditario, lo depauperasse a discapito del ruolo nobiliare, ai figli cadetti non restava che la carriera militare o quella ecclesiastica. Le donne erano ancora più sfortunate, perché selezionate qualche figlia per la loro bellezza da destinare a matrimoni per accrescere il prestigio familiare, le altre venivano “eliminate” dall’asse ereditario, chiudendole nei monasteri di clausura. Le cronache napoletane ci tramandano processi in vari monasteri, dove le monache che avevano “sbagliato”erano costrette a bere del veleno, per evitare lo scandalo che ne sarebbe derivato alle famiglie. Gragnano aveva ben due di questi monasteri, quello di San Nicola dei Miri e quello di San Michele Arcangelo che seguivano la rigida regola francescana di Santa Chiara, povertà, silenzio, prehiera. Scorrendo i loro nominativi negli archivi si nota che sono tutte o quasi appartenenti alle famiglie nobili della città. Certo anche in clausura avevano qualche privilegio legato al loro status nobiliare, potevano infatti essere accudite da domestiche o da novizie, che provvedevano alle loro incombenze fisiche, come cucinare, coltivare l’orto e altri lavori domestici. Entrambi i monasteri avevano un grande giardino murato che faceva parte dell’area claustrale proibita agli uomini e di un locale per le “aiutanti”, ognuno munito di cucina personale, posta al piano terra, come è ben visibile tra i ruderi del monastero di San Nicola, le cui destinazioni d’uso sono ancora leggibili. Le visite alle monache erano rare e vi dovevano assistere, separate da pesanti grate, altre due suore. Anche gli eventuali apporti in vestiario o alimenti venivano passati tramite un comunichino girevole. Le monache potevano accedere alle funzioni religiose sempre separate da grate (a San Nicola) o dall’alto (a San Michele), sempre da dietro pesanti cancellate. Nella chiesa di San Nicola, essendo anche parrocchia del borgo omonimo, c’era un locale a piano terra, con accesso riservato ai fedeli per la somministrazione di sacrementi come i battesimi o i matrimoni, ai quali le monache non potevano assistere. Tra i pochi uomini che potevano accedere ai monasteri, previo permesso vescovile per eseguire ad esempio lavori di manutenzione, vi era il sacerdote confessore. Tra le clarissee di San Nicola vi era la giovane Caterina, che rinchiusa ragazzina nel monastero, convinta dall’unico fratello, dopo qualche anno espresse al sacerdote il desiderio di lasciare la tonaca, perché si era resa conto di non avere nessuna vocazione. Il sacerdote, parroco a Castello di Gragnano, era appartenente ad una famiglia importante di metà ‘800, e aveva un nipote in età da ammogliarsi e così combinò il matrimonio. Una notte la ragazza, aiutata dalle altre monache, si calò dalle altissime mura del monastero, legando le solite lenzuole, e raggiunse il parroco e il nipote che l’aspettavano e con una carrozza la portarono nella storica arcipretura di Castello, dove i due vissero la luna di miele. Ovviamente la consolidata prassi dell’epoca era il matrimonio riparatore che poteva chiudere lo scandalo e così avvenne. Il fratello dovette cederle la metà di tutto l’enorme patrimonio familiare e intanto, cosa ancora più importante, si era rotto un tabù, perché fu evidente a tutti che quelle povere monache erano state quasi tutte costrette dalle famiglie in quello stato tremendo di clausura a vita. Bisognerebbe erigere una statua a Caterina per sua coraggiosa ribellione. foto dal web