Unità Siciliana - Le Api - Golfo di Gela

Unità Siciliana - Le Api - Golfo di Gela UNITÀ SICILIANA - Le Api -Territorio del Golfo di Gela
Comuni: BUTERA, GELA, MAZZARINO, NISCEMI, PIAZZA ARMERINA

09/03/2026

🗳️ REFERENDUM COSTITUZIONALE: IL VERO PROBLEMA NON È IL SÌ O IL NO, MA LA DEMOCRAZIA DI CARTAPESTA

👉Mentre il Mediterraneo si trasforma lentamente in un teatro di guerra permanente, mentre le grandi potenze riscrivono gli equilibri geopolitici con portaerei, sottomarini e droni, in Italia il dibattito politico viene ridotto a un rituale che sembra sempre più distante dalla realtà del Paese.

Il prossimo referendum costituzionale viene presentato come una grande battaglia sulla “giustizia”.

Peccato che con la giustizia reale dei cittadini abbia ben poco a che vedere.

Il cuore della questione non è la giustizia, ma la struttura del potere.

E quando si parla di potere, le parole vanno pesate con attenzione.

⚠️LA GRANDE ILLUSIONE DELLA “RIFORMA TECNICA”

Il racconto ufficiale è semplice: separare le carriere tra magistratura requirente e giudicante renderebbe il sistema più efficiente, più moderno, più rapido.

È il solito linguaggio da manuale di pubbliche relazioni istituzionali.

“Efficienza”, “modernizzazione”, “razionalizzazione”.

Parole eleganti che spesso servono a coprire trasformazioni molto più profonde.

Perché separare le magistrature non è una semplice questione tecnica.

È una scelta politica.

E come tutte le scelte politiche ridefinisce gli equilibri tra i poteri dello Stato.

🪢 IL NODO VERO: IL RAPPORTO TRA MAGISTRATURA E POTERE POLITICO

La questione centrale è semplice.

Se la magistratura che indaga — quella che esercita l’azione penale — viene progressivamente separata dal corpo della magistratura giudicante, il rischio è che finisca per diventare sempre più esposta all’influenza dell’indirizzo politico.

Non necessariamente oggi.
Non necessariamente domani.

Ma nel tempo.

Ed è qui che entra in gioco il principio fondamentale delle costituzioni moderne: le regole non si scrivono per il governo che ci piace, ma per quello che potrebbe arrivare dopo.

Le costituzioni nascono proprio per limitare il potere.

Non per facilitarlo.

⚖️ IL PROBLEMA NON È LA MAGISTRATURA: È L’EQUILIBRIO DEI POTERI

Chi si oppone a questa riforma viene spesso dipinto come un difensore corporativo delle toghe.

È una caricatura comoda.

Il punto non è difendere la magistratura come corporazione.

Il punto è difendere l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

In ogni democrazia matura il potere giudiziario deve restare il più possibile indipendente dal potere politico.

Non perché i magistrati siano infallibili.

Ma perché il potere penale è il potere più pericoloso che uno Stato possiede.

È il potere di indagare, accusare, arrestare.

Quando questo potere si avvicina troppo alla politica, la democrazia comincia lentamente a deformarsi.

⚡️IL REFERENDUM COME DISTRAZIONE DI MASSA

C’è però un’altra questione che nessuno sembra voler affrontare.

Mentre il Paese discute di riforme costituzionali, i problemi reali dei cittadini restano sullo sfondo:

• salari stagnanti
• crisi energetica
• servizi pubblici al collasso
• territori militarizzati
• infrastrutture al limite del collasso

In Sicilia questo paradosso appare ancora più evidente.

Un territorio utilizzato come piattaforma strategica nel Mediterraneo — tra Sigonella, MUOS e basi NATO — ma completamente escluso dalle grandi decisioni politiche che lo riguardano.

Roma discute di equilibri costituzionali.

La Sicilia continua a vivere dentro una struttura di potere che decide altrove.

🇮🇲LA QUESTIONE SICILIANA RESTA FUORI DAL DIBATTITO

Ed è qui che emerge il vero cortocircuito della politica italiana.

Si discute di riforme istituzionali senza affrontare il nodo più profondo della democrazia nel Paese:

la distanza tra i centri decisionali e i territori.

Per la Sicilia questa distanza non è teorica.

È quotidiana.

Decisioni militari prese a Washington.
Decisioni strategiche prese a Roma.
Decisioni economiche prese nei grandi centri finanziari europei.

E la Sicilia resta sempre la stessa cosa:

un territorio funzionale agli interessi degli altri.

Una piattaforma.
Un nodo logistico.
Una portaerei nel Mediterraneo.

☝️IL PUNTO POLITICO

Il Movimento Siciliano d’Azione guarda a questo referendum con una consapevolezza più ampia.

Il problema non è semplicemente votare Sì o No.

Il problema è capire che la vera crisi democratica italiana nasce dal progressivo svuotamento del potere dei territori e delle comunità.

Quando la politica diventa un gioco di ingegneria istituzionale tra élite, mentre i cittadini restano spettatori, la democrazia perde il suo significato più profondo.

⁉️ UNA DOMANDA CHE RESTA APERTA

Ogni riforma costituzionale dovrebbe partire da una domanda semplice:

serve ad aumentare il controllo democratico dei cittadini sul potere?

Oppure serve solo a riorganizzare gli equilibri interni delle istituzioni?

Se la risposta è la seconda, allora il rischio è sempre lo stesso.

Che la politica continui a discutere di sé stessa mentre il Paese reale resta fuori dalla porta.

E in territori come la Sicilia questo rischio lo conosciamo fin troppo bene.

PERCHÉ IL MOVIMENTO SICILIANO D’AZIONE VOTA NO

Per queste ragioni il Movimento Siciliano d’Azione non ha dubbi.

In un sistema politico già fortemente sbilanciato verso il potere esecutivo, indebolire ulteriormente l’autonomia della magistratura significa ridurre ancora di più gli argini democratici.

E quando gli argini democratici si indeboliscono, i territori più fragili sono sempre i primi a pagarne il prezzo.

La Sicilia lo sa bene.

Una terra in cui troppo spesso il potere è arrivato dall’alto — politico, economico o militare — senza che i siciliani potessero realmente decidere.

Per questo la nostra posizione è chiara.

Non per difendere corporazioni.
Non per fare tifo ideologico.

Ma per difendere un principio semplice:

il potere deve essere controllato, non concentrato.

Per questo il Movimento Siciliano d’Azione voterà NO al referendum costituzionale.

Perché la democrazia non si rafforza accentrando il potere.
Si rafforza limitandolo.

06/03/2026

Quando si vuole le cose si possono fare per onorare la volontà popolare espressa dagli italiani nel lontano referendum sull'acqua pubblica!
Tanto di cappello al Presidente della regione Campania!

E ora? A quali giravolte dobbiamo assistere dal leghista Salvini che considerava i dazi di Trump una opportunità per l'I...
20/02/2026

E ora?
A quali giravolte dobbiamo assistere dal leghista Salvini che considerava i dazi di Trump una opportunità per l'Italia, e quale video registrerà la Meloni da divulgare sui social, disciamo per spiegare agli italiani che le toghe rosse della Corte Suprema americana sbagliano a interpretare la Costituzione in funzione anti Trump?

🔴La Corte suprema degli Stati Uniti ha bocciato la maggior parte dei dazi di Donald Trump

I dazi ora saranno annullati, con conseguenze che toccheranno anche l’Europa e l’Italia: https://fanpa.ge/KqUUh

21/01/2026

💰NON TUTTO È IN VENDITA: LA LEZIONE DELLA GROENLANDIA CONTRO L’IMPERIALISMO DI TRUMP

👉 Ci sono popoli che il potere globale considera merce.
Territori che l’imperialismo valuta come asset.
Terre che, nella mente coloniale, hanno un prezzo al metro quadro, un valore a barile, una quotazione strategica.

Poi esiste la Groenlandia.
E la sua risposta è una sberla storica in faccia all’arroganza imperiale.

A parlare è Tillie Martinussen, parlamentare groenlandese. Non una rivoluzionaria da slogan, ma una donna che pronuncia parole che pesano come pietre:

👉 con i soldi non puoi comprare la libertà.

Trump e la mentalità coloniale

Quando Donald Trump parla di comprare la Groenlandia, non sta facendo una battuta.
Sta mostrando la vera natura dell’imperialismo americano: tutto è acquistabile, tutto è negoziabile, tutto è sacrificabile—tranne il potere.

Nella sua testa:
• la terra è proprietà privata
• il sottosuolo è bottino
• i popoli sono numeri
• la sovranità è un optional

È la stessa logica che ha devastato i nativi d’America, gli Inuit dell’Alaska, il Medio Oriente, l’America Latina.
Predare, occupare, sfruttare, dimenticare.

🪧 La terra non si vende

In Groenlandia la terra non si possiede.
La terra appartiene a tutti.

Una concezione che per il capitalismo predatorio è incomprensibile.
Perché dove non puoi comprare la terra, non puoi comprare il popolo.

I groenlandesi lo dicono chiaramente:
• non rinunceranno alla sanità pubblica
• non rinunceranno all’istruzione gratuita
• non rinunceranno al welfare
• non rinunceranno alla sovranità

Nemmeno davanti a montagne di dollari.

Questa è civiltà, non arretratezza.

💴 La menzogna della ricchezza

Trump promette soldi.
Ma la Groenlandia risponde con una verità devastante:

👉 Non vogliamo essere ricchi come gli americani.

Perché quella ricchezza è costruita su:
• violenza
• avidità
• guerre
• invasioni
• suprematismo

Un modello che spara agli amici, tradisce gli alleati, distrugge i popoli e poi si stupisce se viene odiato.

🔗La paura del futuro coloniale

I groenlandesi sanno cosa succede quando arrivano gli americani.
Conoscono la storia dei popoli indigeni negli Stati Uniti.
Sanno cosa significa perdere diritti, identità, voce.

Sanno anche che Trump si circonda di ambienti legati al suprematismo bianco.
E sanno di non rientrare in quel modello.

Questa non è paranoia.
È memoria storica.

🇮🇲Un messaggio che parla alla Sicilia

Qui la lezione diventa nostra.

Perché anche alla Sicilia hanno insegnato per decenni che tutto ha un prezzo:
• le basi militari
• l’energia
• il territorio
• l’acqua
• la dignità

Ci hanno detto che i soldi compensano la perdita di sovranità.
Che lo sviluppo giustifica la colonizzazione.
Che l’obbedienza vale più dell’identità.

La Groenlandia ci sputtana questa narrazione.

La libertà non è una transazione

✊Tillie Martinussen lo dice senza retorica:

Se un giorno vorremo l’indipendenza, dovranno deciderlo i groenlandesi. Non una superpotenza da lontano.

Questo è il punto.
Questo è il confine invalicabile.

Nessun impero—americano, europeo o altro—ha il diritto di decidere per un popolo.

🚫Trump passerà. I popoli restano

L’imperialismo vive di presidenti.
I popoli vivono di tempo lungo.

I groenlandesi lo sanno:

Noi saremo qui per centinaia di anni dopo Trump.

E se arriverà la tempesta, la affronteranno come il meteo:
si resiste, si aspetta, si resta.

🗣️Monito per la Sicilia

Questa non è solo una storia del Nord del mondo.
È un avvertimento.

👉 Chi crede di poter comprare la Sicilia con promesse, fondi, compensazioni e prebende ha già perso.

Perché la libertà non è in vendita.
La terra non è una merce.
Un popolo non è un asset.

✊E quando un popolo lo ricorda, nessun impero è al sicuro.

18/01/2026
Legge di Bilancio 2026: La maggioranza di Schifani e il mercato delle vacche all'ARS!
20/12/2025

Legge di Bilancio 2026: La maggioranza di Schifani e il mercato delle vacche all'ARS!

La notizia su LiveSicilia.it

10/12/2025

🔥 **ITALIA 2025:

👉 LA SICILIA COME SERBATOIO DI SCHIAVI MODERNI**

E lo Stato continua a sorridere mentre svuota un popolo della sua gioventù

Giorgia, dici che “va tutto bene”.
Ma provi a dirlo guardando negli occhi una madre siciliana che ha visto partire l’unico figlio;
provi a dirlo davanti a quelle valigie che ogni giorno scendono da una scala mobile verso il Nord come fossero condannati al lavoro forzato del XXI secolo.

Perché questa è la verità che nessuno ha il coraggio di pronunciare:
La Sicilia è diventata il più grande bacino di schiavitù moderna d’Europa.
Manodopera da esportazione.
Giovani da sacrificare.
Competenze da regalare.

Un popolo intero trattato come rifornimento umano di un Paese che ha bisogno di braccia, menti, intelligenze… e se le prende dove può: al Sud.

📉 **175 MILA GIOVANI PARTITI:

LA PIÙ GRANDE DEPORTAZIONE ECONOMICA D’EUROPA**

Dal 2022 ad oggi – secondo Svimez – 175 mila giovani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Sud.
Non “persone che emigrano”:
centinaia di migliaia di vite sottratte, drenate, drenate via da un sistema che non le ha mai volute davvero.

È come cancellare Salerno.
È come spegnere Cagliari.
È come svuotare tre volte Trapani.
È come staccare la spina a un’intera Reggio Calabria in un solo colpo.

Questa non è statistica.
È inumana violenza istituzionale.

E mentre la Sicilia si svuota, mentre le case restano con le luci spente, mentre le famiglie si spezzano, il governo cosa fa?

Sorride.
Stringe mani.
Taglia nastri.
E ripete il mantra: “va tutto bene”.

🩸 PARTONO COME PROFESSIONISTI, ARRIVANO COME SUDDITI

I nostri giovani partono laureati, competenti, poliglotti, formati nelle università del Sud.
Arrivano a Milano, Torino, Bologna… e vengono trattati come neocoloni del 2025:
• li pagano meno;
• li affittano a prezzi da strozzinaggio;
• gli dicono “qui funziona così”;
• li tengono in competizione tra loro come gladiatori sociali;
• li considerano sostituibili, sacrificabili, intercambiabili.

È la stessa logica che un tempo reggeva le miniere di zolfo.
Solo che ora non c’è più la polvere nelle narici:
c’è la solitudine, la precarietà, l’identità sospesa in un mondo che non li riconosce.

👁️ **LE ISTITUZIONI NAZIONALI NON CI STANNO “PERDENDO”:

CI STANNO USANDO**

Non siamo di fronte a un errore.
Non è una “crisi demografica”.
Non è una “fuga naturale di talenti”.

È una strategia politica ed economica:

👉 svuotare il Sud;
👉 importare manodopera a basso costo;
👉 ridurre la Sicilia a colonia residenziale per anziani e turisti;
👉 mantenere dipendenza economica e sudditanza politica.

Lo Stato ha bisogno dei nostri giovani,
ma non ha alcun interesse che restino qui.

Perché un giovane siciliano che resta è un cittadino.
Un giovane siciliano che parte è uno schiavo funzionale.

Lo sanno loro.
Lo sappiamo noi.
E continuiamo a far finta di niente.

💔 LE LACRIME NASCOSTE DELLA PARTENZA

La politica chiama “mobilità”.
Noi la chiamiamo tragedia sociale.

Perché dietro ogni valigia ci sono:

– madri che stringono i figli troppo forte per non lasciarli andare;
– padri che guardano in basso per non mostrare gli occhi lucidi;
– nonni che sanno che forse quella sarà l’ultima volta che li vedranno;
– fratelli che imparano a crescere senza il punto di riferimento più grande;
– giovani che dormono male la notte prima, perché sanno che la loro vita sta per spezzarsi in due.

E nessun decreto, nessun PNRR, nessuna passerella istituzionale potrà mai raccontare questo dolore.

⚠️ **PERCHÉ SE NE VANNO?

PERCHÉ LO STATO CI HA RESI SCHIAVI MODERNI**

Se ne vanno perché qui non si lavora se non hai un padrino politico.
Se ne vanno perché non puoi crescere se non porti voti a qualcuno.
Se ne vanno perché la Sicilia non offre futuro,
perché il futuro lo hanno sequestrato le clientele, i clan di potere, i signori delle nomine.

E mentre lo Stato continua a sfruttarci come serbatoio umano,
noi dovremmo credere che “va tutto bene”.

🔥 **SVEGLIA, SICILIA.

PERCHÉ LA SCHIAVITÙ MODERNA È GIÀ QUI.**

Questo non è un problema generazionale.
È un problema nazionale.
È un problema politico.
È un problema di dignità.

La Sicilia non sta perdendo giovani:
sta perdendo il diritto di esistere come comunità.

E finché lo Stato continuerà ad usarci come carburante sociale per il Nord,
noi non potremo mai pretendere giustizia da chi trae vantaggio dalla nostra miseria.

Per questo lo diciamo chiaramente:

👉 O la Sicilia torna a decidere per sé stessa,
👉 o la Sicilia continuerà a essere colonizzata attraverso i suoi figli.

Noi abbiamo scelto da che parte stare.

Movimento Siciliano d’Azione
Non siamo nati per consolare le ferite.
Siamo nati per riaprire gli occhi a un popolo che non può più vivere inginocchiato.

08/12/2025

**8 DICEMBRE 1816:
IL GIORNO IN CUI CI CANCELLARONO PER POTERCI GOVERNARE**

Ci sono date che non si commemorano: si denunciano.
L’8 dicembre 1816 è una di queste.
È il giorno in cui la Sicilia viene cancellata dal libro delle nazioni libere da un re spergiuro, corrotto dall’ansia del potere e schiavo di corti napolitane che non hanno mai compreso — né voluto comprendere — la natura indomabile del nostro popolo.

LA FINE DI UNO STATO, L’INIZIO DI UNA COLONIA E IL DOVERE DI UNA NUOVA COSTITUENTE SICILIANA**

L’8 dicembre 1816 non è una data storica qualunque: è una frattura geopolitica.
Segna il passaggio dalla Sicilia come soggetto politico sovrano — con Parlamento, costituzione, capitoli, ordinamenti propri — alla Sicilia come oggetto di amministrazione esterna.
Non è un cambiamento di nome, ma la cancellazione dell’ultimo Stato storico del Mediterraneo che ancora manteneva una sua piena autonomia giuridica e istituzionale.

Ferdinando III, che era re di Sicilia, non della Sicilia, compie il più grave atto di spergiuro della nostra storia recente:
rinnega la Costituzione del 1812, la Carta che egli stesso aveva sottoscritto davanti alle rappresentanze siciliane e che sanciva il principio della separazione delle Corone.
Un principio sacro, non negoziabile, scolpito nella tradizione giuridica medievale e moderna del Regno.

Ma nel 1816 la logica non è il diritto: è la ragion di Stato napoletana.
Una ragion di Stato che vede nella Sicilia non una nazione da governare, ma una ricca piattaforma territoriale da accorpare e sfruttare, eliminando per sempre ogni possibilità di autonomia politica.

**DALLO STATO ALLA PROVINCIA:
UN PROCESSO DI ASSOGGETTAMENTO PIANIFICATO**

La creazione del “Regno delle Due Sicilie”, lungi dall’essere un atto di unificazione, fu un atto di sottomissione istituzionale.
Nella nuova costruzione politica:
• il Parlamento siciliano era abolito, sostituito da un’amministrazione centrale napolitana;
• la Costituzione siciliana veniva revocata, privando la Sicilia dei suoi diritti secolari;
• i Capitoli del Regno venivano annullati, cancellando le garanzie storiche che proteggevano la nostra autonomia;
• la sovranità fiscale e giudiziaria passava a Napoli, sottraendo alla Sicilia gli strumenti fondamentali del potere statale.

Quel giorno, la Sicilia non p***e solo il nome.
P***e lo Stato.

E quando un popolo perde lo Stato, non entra in un altro Stato:
entra in una gerarchia di dominazione.

È il primo laboratorio di ciò che, dopo il 1860, diventerà la grande amputazione della nostra dignità politica sotto la nuova bandiera italiana.

UNA QUESTIONE NON NOSTALGICA, MA GEOPOLITICA

Oggi, studiare e denunciare quel passaggio non è un esercizio di romanticismo storico: è un dovere politico.
Perché la Sicilia è ancora oggi dentro la stessa logica di rapporto:
• decisioni politiche accentrate fuori dall’isola;
• marginalizzazione economica strutturale;
• estrazione di risorse (energetiche, fiscali, logistiche) verso i centri di potere continentali;
• dipendenza infrastrutturale mantenuta deliberatamente;
• subalternità narrativa utilizzata per giustificare il mancato sviluppo;
• delegittimazione della classe dirigente locale per impedirne la maturazione statuale.

Il risultato?
Una Regione che è solo “autonoma” nella retorica, ma totalmente dipendente nella sostanza.

Il 1816 non è un capitolo chiuso: è un algoritmo politico ancora attivo.

**LA DISSOLUZIONE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE:
UNA MACCHINA CHE SI DISTRUGGE DA SOLA**

Il regime costruito con violenza nel 1816 dura appena quarant’anni.
E non perché l’Italia porti modernità:
crolla perché è un’invenzione innaturale, perché soffoca due popoli, perché pretende di annullare identità statuali secolari in nome di una centralizzazione autocratica.

Il fallimento di quella costruzione è il fallimento del presupposto stesso che l’ha generata:
si può dominare un territorio, ma non si può abolire una nazione.

Il 1860 arriva come una nuova occupazione, non come una liberazione.
La Sicilia passa semplicemente da un dominatore all’altro.
E ciò che l’Italia eredita dai Borbone non è solo un regno, ma il progetto di una Sicilia addomesticata.
Un progetto che continua oggi, sotto forme moderne ma con la stessa logica coloniale.

LA QUESTIONE SICILIANA È UNA QUESTIONE DI STATO, NON DI AMMINISTRAZIONE

Il nodo centrale non è il malgoverno locale, non è la corruzione, non è la mafia:
sono tutte conseguenze, non cause.

Quando un territorio è privato del proprio Stato, perde:
• la capacità di pianificare il futuro,
• la capacità di trattenere la ricchezza,
• la capacità di formare una classe dirigente autonoma,
• la capacità di gestire le proprie risorse strategiche.

La Sicilia non è arretrata:
è stata istituzionalmente arretrata, prima dai Borbone, poi dall’Italia liberale, poi dall’Italia repubblicana.

Il problema non è Palermo.
Il problema è Roma, ieri come Napoli fu il problema del 1816.

**OLTRE LA MEMORIA:
VERSO UNA NUOVA COSTITUENTE SICILIANA**

L’8 dicembre 1816 ci insegna una verità semplice e inaggirabile:
senza sovranità, un popolo non decide nulla.
E senza uno Stato proprio, la Sicilia continuerà ad essere una piattaforma logistica, militare, energetica, fiscale e narrativa del potere centrale.

La commemorazione non basta.
Serve un progetto.

Serve il ritorno a ciò che ci hanno tolto:
un processo costituente siciliano, moderno, democratico, aperto, basato sulla volontà del popolo siciliano.

Non una restaurazione del passato, ma la costruzione di un futuro in cui:
• il gettito fiscale resta in Sicilia;
• le infrastrutture dipendono dal governo siciliano;
• le risorse energetiche non sono espropriate da Roma;
• la continuità territoriale non è un favore, ma un diritto;
• la nostra identità culturale non è folklore, ma fondamento statuale.

**ANTUDO NON È UNO SLOGAN:

È UNA DOTTRINA POLITICA**

Significa:
«Ribellati, e difendi la tua terra.»

È il principio su cui nacque il Vespro.
È il principio che fu tradito nel 1816.
È il principio che deve guidare la Sicilia nel XXI secolo.

L’Italia ha costruito la sua unità sulla cancellazione delle nostre istituzioni.
La Sicilia deve costruire la sua libertà sulla restituzione di ciò che le spetta:
lo Stato, la dignità, la sovranità.

02/12/2025

🚫 𝑺𝑪𝑯𝑰𝑭𝑨𝑵𝑰 𝑪𝑶𝑵𝑻𝑹𝑶 𝑺𝑪𝑯𝑰𝑭𝑨𝑵𝑰 :

👉 𝑳’𝑨𝑹𝑻𝑬 𝑫𝑰 𝑺𝑪𝑶𝑭𝑭𝑬𝑺𝑺𝑨𝑹𝑺𝑰 𝑷𝑼𝑹 𝑫𝑰 𝑴𝑨𝑵𝑻𝑬𝑵𝑬𝑹𝑬 𝑼𝑵𝑨 𝑷𝑶𝑳𝑻𝑹𝑶𝑵𝑨

In Sicilia non c’è più bisogno di guardare le commedie in TV:
la nostra politica ha deciso di occuparne il palinsesto.

Martedì, all’ARS, andrà in scena la mozione di sfiducia a Renato Schifani.
Un appuntamento che dovrebbe essere politico, istituzionale, serio.
E invece è diventato la prova generale del teatro dell’incoerenza.

Schifani lo sa: i numeri non gli tornano.
Si mette lì, col pallottoliere del potere in mano, a fare addizioni di paura.

23 voti dell’opposizione.
3 di Sud Chiama Nord.
7 della Democrazia Cristiana.
Totale: 33.

La maggioranza scricchiola.
La soglia per cadere è 36.
E in un Parlamento dove il “franco tiraggio” è sport regionale, basta un deputato col nervo poetico, uno con la coscienza che si sveglia all’improvviso, o un autonomista col braccio troppo leggero…
e il castello viene giù.

È in quel momento che Schifani comprende il valore improvviso, quasi mistico, dei 7 deputati cuffariani.
Quelli che fino a ieri erano “il problema morale della Sicilia”.
Quelli che rappresentavano il “vecchio sistema”.
Quelli su cui tuonava fuoco e indignazione istituzionale.

Oggi?
Oggi sono la cintura di sicurezza della sua poltrona.

🤜 𝑳’𝑨𝑼𝑻𝑶 -𝑺𝑶𝑳𝑽𝑬𝑵𝑻𝑬:
𝑳’𝑼𝑶𝑴𝑶 𝑫𝑬𝑳𝑳𝑬 𝑫𝑼𝑬 𝑽𝑬𝑹𝑰𝑻À

Non passa neanche un minuto e il Presidente “dalla schiena dritta” diventa il Presidente “dalla schiena flessibile”.

Dimentica.
Rimuove.
Archivia mentalmente tutto ciò che ha detto nelle conferenze stampa, nelle interviste, negli editoriali dove denunciava:
• il sistema cuffariano,
• il clientelismo endemico,
• le camarille di partito,
• i metodi che avrebbero avvelenato l’autonomia siciliana.

Dimentica perfino la sua epurazione fulminea degli assessori Albano e Messina, sbattuti fuori per “ragioni di opportunità” pur non essendo neanche sfiorati dalle indagini.

Oggi quei principi non servono più.
Oggi servono voti.

⏰ 𝑳𝑬 𝑵𝑶𝑴𝑰𝑵𝑬 𝑫𝑬𝑳𝑳’𝑶𝑹𝑨 𝑿:

𝑪𝒐𝒎𝒆 𝒇𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒂𝒄𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒂 𝑫𝒄 𝒊𝒏 𝟑 𝒎𝒊𝒏𝒖𝒕𝒊**

Qualcuno gli ricorda che proprio pochi giorni fa aveva bloccato le nomine degli enti guidati da uomini vicini a Cuffaro:
IACP, Consorzi universitari, Parchi.

Un segnale politico chiaro, netto, persino coraggioso.

E lì, mentre lo avvisano che quei sette deputati potrebbero sentirsi traditi, Schifani sbianca.
Sudano i polsi.
I numeri tornano a danzare davanti ai suoi occhi.

Che fare?

Semplice.

Convocare una giunta-lampo e nominare TUTTI i cuffariani.

Detto, fatto.
La coerenza va in archivio, sigillata accanto ai reperti archeologici.
La legalità e la trasparenza si prendono un giorno di ferie.
Il buon senso chiede asilo politico altrove.

☝️ 𝑺𝑰𝑨𝑴𝑶 𝑶𝑳𝑻𝑹𝑬 𝑳𝑨 𝑽𝑬𝑹𝑮𝑶𝑮𝑵𝑨:

𝑺𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒅𝒆𝒇𝒊𝒏𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒄𝒐𝒍𝒍𝒂𝒔𝒔𝒐 𝒆𝒕𝒊𝒄𝒐**

Martedì, probabilmente, Schifani sopravvivrà alla mozione di sfiducia.
Potrà pure uscire dall’Aula col petto gonfio a dichiarare la “solidità della maggioranza”.

Ma la verità è un’altra:
ha già perso il resto.

Ha perso credibilità.
Ha perso autorevolezza.
Ha perso la faccia.
Ha perso la coerenza che un presidente dovrebbe difendere come un’armatura.

E soprattutto ha perso il contatto con la Sicilia reale, quella che è stanca di essere governata a colpi di poltrone regalate, di nomine pilotate, di compromessi tossici.

✋𝑳𝑨 𝑴𝑶𝑹𝑨𝑳𝑬 È 𝑪𝑯𝑬 𝑵𝑶𝑵 𝑪’È 𝑷𝑰Ù 𝑴𝑶𝑹𝑨𝑳𝑬

I numeri, martedì, diranno se Schifani resta o cade.
Ma la storia – quella vera – ha già emesso il verdetto:

un governo che tiene in piedi se stesso sacrificando principi e coerenza
è un governo che ha già smesso di governare.

E chi guida un’Isola cedendo al ricatto dei numeri
non è un presidente.
È il custode precario di una poltrona che non gli appartiene più.

Indirizzo

Via Danimarca, 30
Gela
93012

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