08/03/2026
🍞 𝐋𝐚 𝐛𝐫𝐢𝐨𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 – 𝐑𝐮𝐛𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞
📍 𝘙𝘪𝘧𝘭𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦𝘳𝘦, 𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘵𝘳𝘰𝘱𝘱𝘰
Per la prima volta l’intelligenza artificiale finirà a processo. Succederà in California, dove un padre ha fatto causa a Google: secondo l’accusa, il chatbot dell’azienda avrebbe contribuito a costruire nella mente del figlio trentaseienne un mondo delirante, fino a spingerlo al suicidio.
Ci sarebbero tante cose da dire su questo caso.
È terribile pensare che un essere umano possa essere portato a togliersi la vita da un algoritmo.
Ma è altrettanto terribile constatare che la nostra impotenza sia tale da dover ricorrere a un tribunale per frenare una tecnologia di cui dovremmo essere noi i padroni.
Detto questo, non possiamo negare che il modo in cui sapremo gestire il rapporto con l’IA inciderà profondamente sul nostro futuro.
Può essere un aiuto prezioso in moltissimi campi. Il problema è che, sempre più spesso, rischia di anestetizzare i nostri cervelli e, purtroppo — come la vicenda americana ci ricorda dolorosamente — anche i nostri cuori.
Queste tecnologie stanno soffocando, da un lato, la fantasia e, dall’altro, la capacità di analisi autonoma: proprio quelle qualità che i robot hanno sempre “invidiato” agli esseri umani.
E forse, proprio per questo, rischiamo anche di non saperci più relazionare davvero con il prossimo.
Di non saper più empatizzare.
Di non essere più capaci di "gettare il cuore oltre lo schermo".
Prima lo capiamo meglio è.
Perché, alla fine, nessuna normativa ci salverà.
Buona domenica 🌱
G.