19/01/2021
Esattamente vent’anni fa nasceva la Dauniarchè, dall’iniziativa di un piccolo gruppo di giovani professionisti, animati dall’entusiasmo di conoscere e valorizzare le nostre bellezze culturali e dalla volontà di costruire qualcosa per la nostra terra, tutti insieme. Nel tempo, quel piccolo gruppo è cambiato, modificando sostanzialmente le sue basi e adattandosi alle esigenze del mercato del lavoro. Si potrebbero elencare le centinaia di commesse eseguite in tutta Italia ma, in realtà, il curriculum più significativo riguarda l’esperienza sociale ed umana, accumulata in questo lungo percorso professionale.
A prescindere dal successo lavorativo, le spinte e gli ideali iniziali si sono faticosamente adattati alla realtà. I principi di “mutualismo”, “lealtà” ed “unione” hanno lottato quotidianamente con individualismi mascherati. Ai valori di “cultura” e “bellezza” perseguiti, si sono sovrapposti concetti fuorvianti di “informazione superficiale” ed “apparenze estetiche”. Una lezione di vita il cui risultato positivo sul mercato è inversamente proporzionale all’esito dell’osservazione dal punto di vista sociale ed umano.
Fintanto che si continueranno a preferire contesti sociali torbidi, ipocriti ed ignavi, una impresa di successo, che non riflette in nessun modo le caratteristiche della sua sede di origine e che non deve ringraziare il politico, il barone o il funzionario di turno, non potrà mai sentirsi gratificata fino in fondo. Se onestà, integrità e qualità di forze pulite non sono bastate per ricevere rispetto e considerazione, ma, al contrario, rappresentano un fastidioso fattore controcorrente, motivo di ludibrio che scatena le critiche più basse sin quasi l’ostracismo, il traguardo dei vent’anni è raggiunto soltanto in parte.
In questa nuova comunicativa social, che in tempi di lockdown ha amplificato il parterre di opinionisti ed esibizionisti, dubito fortemente che un simile post possa essere letto con attenzione e ricevere consensi. In questa società liquida alla Bauman, fatta di vetrine virtuali, non ha posto nessuna riflessione che vada oltre il mero calcolo matematico e che prescinda dalle ostentazioni più effimere. Sicuramente avrebbe attirato maggiori lettori, l’esibizione di un fatturato o la pubblicazione di una galleria fotografica dei vari rinvenimenti archeologici ed archivistici “importanti”, argomenti più appetibili per i salottini provinciali. Sono poco interessanti le amare constatazioni seppur in antitesi con i numeri, ma il degrado socio-culturale è strabordante e non si può restare impassibili, unendosi alla indifferenza, al sarcasmo o all’indolenza generali e, ancor meno, al corposo nucleo di sedicenti “baluardi di onestà intellettuale e morale”, che curano soltanto l’apparenza agendo verso tutt’altra direzione.
L’osservazione della bellezza di un’opera d’arte o dell’ingegno umano del passato dovrebbe forgiare lo spirito critico ed alimentare la sensibilità d’animo, che si manifestano concretamente in gentilezza e garbo del comportamento, nel saper vivere civile, come frutto del “fare cultura”.
È questo il traguardo da raggiungere.
Dopo vent’anni di strenuo lavoro ed impegno, non scevro dai fisiologici errori umani, si assiste impotenti all’assenza di risultati proporzionati, tra i traguardi lavorativi raggiunti ed il livello socio-culturale del contesto, interno ed esterno. Accanto all’ostentato nozionismo con i tecnicismi per pochi o all’intrattenimento temporaneo fine a se stesso, la gentilezza d’animo è ormai relegata alla letteratura dantesca ed il garbo è figlio della piaggeria contingente.
Abbiamo ereditato un patrimonio inestimabile che, oltre a versare in condizioni deprecabili nella maggior parte dei casi, non ha trasmesso nulla dei valori che rappresenta, non ha determinato nessun arricchimento morale e mentale. E non solo nelle vecchie generazioni, ma anche nelle nuove che, perseguendo il solco già tracciato, confidano nel supporto nepotista, che garantisce gli oboli mercenari, e si crogiolano nella convinzione che un pezzo di carta in più li trasformi in intellettuali capaci o, peggio, in esseri umani competenti ed intelligenti anche a livello emotivo.
Dopo tanti anni pieni di soddisfazioni e gratificazioni, emerge in antitesi questo bilancio umano e sociale profondamente amaro, che segnerà inevitabilmente il nostro futuro. È impensabile continuare a lottare soltanto per un profitto provvisorio che non ha uditori, fertili semi per generare realmente i frutti della cultura.
Ringrazio Monica Sala , storica archivista di grande spessore, che ha contribuito alla crescita della nostra società per oltre dieci anni come vicepresidente e che ha costruito con pazienza e dedizione il nostro settore archivistico. Ringrazio l’attuale vicepresidente Costanza Di Muro, archivista di impeccabile professionalità, che continua a condurre le attività archivistiche con grande impegno e zelo. Degli archeologi dovrei inserire un lungo elenco di tutti coloro che, in questi anni, hanno lavorato con vera professionalità e passione, curando il bene comune con leale spirito di gruppo. Ma sono certa che molti di loro si saranno già riconosciuti nelle mie parole.
Maribel Battiante