La Comune di Ferrara

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Negli ultimi mesi diversi cittadini ferraresi stanno ricevendo avvisi di accertamento TARI, spesso accompagnati da sanzi...
30/05/2026

Negli ultimi mesi diversi cittadini ferraresi stanno ricevendo avvisi di accertamento TARI, spesso accompagnati da sanzioni e interessi, legati a differenze tra la superficie dichiarata anni fa e quella oggi risultante dai dati catastali.

Su questo tema La Comune di Ferrara ha presentato un’interrogazione.

Molte abitazioni sono state denunciate ai fini TARI molti anni fa, spesso negli anni ’90 o anche prima. In molti casi le dichiarazioni venivano compilate manualmente e il riferimento catastale non era espresso in metri quadrati come oggi, ma in vani.
Oggi, con il confronto tra banche dati e superfici catastali aggiornate, stanno emergendo situazioni di disallineamento che portano all’emissione di accertamenti retroattivi.
Il problema non è il principio di aggiornare i dati, ma il metodo.

Perché numerosi cittadini raccontano di essersi visti recapitare direttamente un accertamento con sanzioni, senza aver ricevuto prima alcuna comunicazione preventiva o invito a verificare e regolarizzare la propria posizione.

In molti casi sarebbe bastato un avviso:

“dai nostri dati risulta una differenza di superficie, la invitiamo a verificare ed eventualmente regolarizzare la posizione entro un termine stabilito”.

Molti avrebbero provveduto spontaneamente.

Per questo La Comune di Ferrara chiede all’Amministrazione di fare chiarezza su alcuni punti:

quanti accertamenti sono stati emessi nel 2025 e nel 2026;
quanti cittadini sono stati coinvolti;
se riguardino soprattutto vecchie posizioni dichiarative storiche;
se prima delle sanzioni siano stati inviati avvisi bonari o comunicazioni preventive;
e se il Comune intenda valutare una fase di regolarizzazione spontanea, almeno nei casi di semplici disallineamenti storici.
L’obiettivo non è mettere in discussione i controlli né il pagamento dovuto.
L’obiettivo è chiedere equità, proporzionalità e buon senso amministrativo.
Quando si interviene su posizioni dichiarative nate decenni fa, spesso in contesti molto diversi da quelli attuali, è ragionevole mettere i cittadini nelle condizioni di capire, verificare e, se necessario, regolarizzarsi prima di trovarsi direttamente davanti a sanzioni e interessi.

Negli ultimi mesi diversi cittadini ferraresi stanno ricevendo avvisi di accertamento TARI, spesso accompagnati da sanzioni e interessi, legati a differenze

Questa è politica? Il BravoAlan, che lascia in giro pizzini provocatori come se fossero liste della spesa senza avere il...
28/05/2026

Questa è politica?

Il BravoAlan, che lascia in giro pizzini provocatori come se fossero liste della spesa senza avere il coraggio di guardare negli occhi il destinatario, forse non ha capito che il mercato non è stato spostato da Piazza Travaglio nel Consiglio Comunale e nemmeno che il Consiglio Comunale non è un teatro, a differenza delle vignette, dove si mettono in scena, per esorcizzarle, le debolezze e le miserie umane , ma un luogo istituzionale dove si rappresentano i cittadini.
Tutti i cittadini.
Con pari dignità.
Non ci resta che sperare che il sipario si chiuda presto. Ne abbiamo viste e sentite abbastanza. Queste rappresentazioni “non s’hanno da fare”.

28/05/2026

Ho sentito il bisogno di dormirci su prima di esprimermi su quanto accaduto ieri in Consiglio comunale.
Di momenti bassi nella politica ferrarese in questi anni ne abbiamo visti diversi. Ma quanto successo ieri merita una riflessione in più.

La prima domanda che mi sono posta è: a cosa abbiamo assistito?
Una provocazione?
Un dispetto?
Un avvertimento collettivo?
Un’intimidazione?

A Fabio Anselmo e a suo figlio va la mia solidarietà personale. È stato usato un avvenimento di 5 anni fa, assolutamente privato, per mandare un messaggio ad un consigliere che si accingeva a presentare una mozione di sfiducia al sindaco.

INTIMIDAZIONE
Fabio Anselmo, nella sua carriera professionale di avvocato, ha affrontato processi contro mafia, camorra e ’ndrangheta.
A caldo, non ha esitato a definire così l'accaduto.

Ma io mi chiedo se Fabbri potesse davvero pensare di intimidire Anselmo.
A meno di non pensare che il sindaco si senta talmente forte, o talmente intoccabile, da non misurarne fino in fondo il peso e le conseguenze.

Nel post pubblicato nelle ore successive sul suo profilo istituzionale emerge la spiegazione di Fabbri.

Ha scritto di aver lasciato sul banco dell’opposizione quell’articolo “solo per ricordare (…) quanto i fatti personali, specialmente in politica, possano far male”.

Queste parole dicono una cosa chiara: il sindaco è stato male. Si è sentito ferito per quanto accaduto dopo l’incidente e per le reazioni politiche che ne sono seguite.
Ed è umano. Comprensibile.

Ma il paragone non regge.
Perchè sostenere che siamo di fronte, sia nell'uno che nell'altro caso, a “fatti personali”, genera un equivoco molto serio.

Perché da una parte c’è una vicenda che ha coinvolto il sindaco della città, responsabile della salute oltre che figura istituzionale da cui ci si aspetta rigore e responsabilità nell’esercizio del suo ruolo pubblico.

Dall’altra c’è una vicenda privata e familiare.

Sono due piani profondamente diversi.

Ma torniamo alla spiegazione di Fabbri.
Se quel gesto è stato il modo scelto per esprimere dolore, rabbia o risentimento politico, allora come va interpretato?

Il sindaco aveva tutto il diritto di dire di essersi sentito colpito. Aveva il diritto di contestare duramente accuse e richieste di dimissioni. Aveva il diritto di esprimere la propria amarezza, anche con fermezza.

Ma aveva anche tutti gli strumenti istituzionali per farlo.
La presenza in aula.
La parola.
Un intervento politico.
Una replica pubblica.
Un chiarimento netto davanti alla città.

Ha scelto invece un’altra strada. Non istituzionale.

C’è poi un altro passaggio del suo post che mi colpisce particolarmente.

Scrive di aver compiuto quel gesto “per ricordare all’opposizione” quanto i fatti personali possano far male.

E allora emerge un’ulteriore osservazione.

Perché il gesto colpisce una persona precisa, nei suoi affetti più cari, richiamando una vicenda privata e familiare che la riguarda.

Ma il messaggio, nelle parole del sindaco, sarebbe rivolto a tutta l’opposizione.
Come a dire: colpisco uno per parlare a tutti.

Un fatto personale che diventa strumento per mandare un messaggio politico collettivo.
Quasi un cortocircuito.

Per questo la domanda che continuo a farmi da ieri è molto semplice.

Questa è politica?

È politica quando il dissenso viene vissuto come un’offesa personale?
È politica quando si smette di distinguere tra responsabilità pubblica e vicende private?
È politica quando l'arrecare dolore diventa strumento politico?

Anche questo venerdì, 22 maggio, saremo nella sede della lista civica La Comune di Ferrara, dentro al palazzo municipale...
20/05/2026

Anche questo venerdì, 22 maggio, saremo nella sede della lista civica La Comune di Ferrara, dentro al palazzo municipale, per incontrarci conoscerci e discutere dei problemi della città. Nel nostro spazio ci incontriamo regolarmente per discutere di progetti concreti, confrontarci sulle priorità del territorio e raccogliere le vostre segnalazioni.

https://www.lacomunediferrara.it/grandi-eventi-piccole-paghe/        Ogni volta che una città ospita un grande evento, i...
17/05/2026

https://www.lacomunediferrara.it/grandi-eventi-piccole-paghe/ Ogni volta che una città ospita un grande evento, il dibattito pubblico si accende immediatamente attorno ai numeri.
Quanti turisti arriveranno.
Quanti alberghi saranno pieni.
Quanto aumenteranno gli incassi di bar, ristoranti e attività commerciali.
Quanta visibilità otterrà la città sui media nazionali e internazionali.

Il linguaggio è quasi sempre lo stesso: “indotto”, “attrattività”, “opportunità”, “rilancio del territorio”.
Parole che costruiscono un immaginario preciso, nel quale il grande evento viene raccontato come un motore economico capace di produrre benefici diffusi e quasi automatici.

Ed è vero che, almeno in parte, questi benefici esistono.
Sarebbe ingenuo negarlo.
I grandi eventi generano movimento, consumi, turismo, servizi, occupazione temporanea.
Il problema è che raramente ci si ferma a osservare come quella ricchezza venga distribuita e, soprattutto, su quale modello di lavoro si regga realmente l’intera macchina organizzativa.

Dietro le immagini delle piazze piene, dei concerti sold out e delle città trasformate in palcoscenici permanenti, esiste infatti una parte molto meno visibile: quella del lavoro occasionale, precario e spesso sottopagato che rende possibile l’evento stesso.

Turni lunghissimi, orari notturni, prestazioni concentrate in poche giornate ad altissima intensità, responsabilità elevate e compensi che in alcuni casi si aggirano attorno ai 4 ai 5 l’ora.
Cifre che, al netto della retorica sull’“opportunità di lavorare”, raccontano una realtà ben diversa da quella celebrata nelle conferenze stampa.

Ed è qui che emerge una contraddizione profonda.
Da un lato si parla continuamente di valorizzazione delle città, di sviluppo urbano, di crescita economica e di investimenti culturali.
Dall’altro, una parte significativa del lavoro che rende possibile tutto questo viene trattata come una semplice voce da comprimere nei costi organizzativi.

È come se l’evento fosse diventato così importante da giustificare qualunque sacrificio.
Anche quello della dignità del lavoro.
Il paradosso è evidente: più il grande evento viene raccontato come simbolo di modernità e innovazione urbana, più rischia di fondarsi su meccanismi economici antichi, basati sulla precarietà e sulla debolezza contrattuale di chi lavora dietro le quinte.

Eppure questa dimensione rimane quasi invisibile nel dibattito pubblico.
Perché il grande evento produce entusiasmo collettivo.
Produce orgoglio cittadino.
Produce consenso.
Per alcuni giorni la città si sente al centro del mondo, e questo effetto emotivo finisce spesso per neutralizzare qualsiasi riflessione critica sulle condizioni materiali che permettono quello spettacolo.

È la logica dell’eccezione.
Siccome il grande evento dura pochi giorni, allora tutto sembra temporaneamente accettabile: orari estremi, ritmi massacranti, compensi bassi, assenza di tutele adeguate.
L’eccezionalità dell’evento diventa una sorta di giustificazione implicita.

Ma quando una città costruisce la propria strategia economica e identitaria sulla continua successione di eventi, festival, concerti e grandi manifestazioni, l’eccezione smette di essere eccezione.
Diventa sistema.

Ed è forse questo il punto più interessante — e più preoccupante — della questione.
Molte città contemporanee, soprattutto quelle a forte vocazione turistica o culturale, stanno progressivamente trasformandosi in piattaforme esperienziali permanenti.
Spazi progettati per attrarre pubblico, generare flussi, produrre immagini condivisibili, alimentare la narrazione della città viva, dinamica, attrattiva.

In questo modello urbano il cittadino rischia lentamente di diventare secondario rispetto al visitatore.
E il lavoro rischia di essere considerato non per la sua qualità, ma soltanto per la sua funzionalità immediata all’evento.

Più che comunità stabili, si costruiscono comunità temporanee.
Più che relazioni durature, si organizzano esperienze intensive.
Più che economie territoriali solide, si incentivano economie intermittenti legate al calendario degli eventi.

Naturalmente il problema non è il concerto, il festival o la manifestazione in sé.
Il problema è il modello di sviluppo che si costruisce attorno a questi strumenti.

Perché una città che investe milioni nella propria immagine pubblica dovrebbe investire con la stessa forza anche nella qualità del lavoro che quella immagine contribuisce a produrre.

Altrimenti il rischio è evidente: città sempre più belle da raccontare, ma sempre più fragili da vivere.
Città capaci di attirare migliaia di persone per qualche giorno, ma incapaci di garantire stabilità e dignità economica a chi le rende funzionanti ogni giorno.

Per questo il dibattito sui grandi eventi non dovrebbe limitarsi ai numeri dell’indotto o alle presenze turistiche.
La domanda più importante è probabilmente un’altra:
che tipo di città stiamo costruendo quando l’attrattività diventa più importante della qualità del lavoro?

Dietro a tutto questo, alla fine, emerge anche un grande vuoto politico.
Una visione sempre più schiacciata sull’immediato, sull’urgenza del presente, sulla necessità di “far funzionare” continuamente qualcosa senza interrogarsi davvero sulla direzione che si sta prendendo.

I grandi eventi diventano così il simbolo perfetto di una società che vive alla giornata: intensa, spettacolare, continuamente accesa, ma spesso incapace di costruire prospettive durature per chi la sostiene concretamente.

Nel frattempo si soffoca lentamente anche un desiderio più profondo e intimo: quello delle persone di poter migliorare la propria posizione sociale attraverso il lavoro.
Perché quando il lavoro diventa intermittente, precario, sottopagato e privo di prospettiva, smette di essere uno strumento di emancipazione e si riduce a semplice sopravvivenza temporanea.

Ed è forse questa la contraddizione più amara del nostro tempo: città sempre più capaci di organizzare esperienze straordinarie, ma sempre meno capaci di offrire stabilità, riconoscimento e futuro a chi quelle esperienze le rende possibili.

I grandi eventi diventano così il simbolo perfetto di una società che vive alla giornata: intensa, spettacolare, continuamente accesa, ma spesso incapace di

15/05/2026
Comunicato StampaLicenziamenti Versalis, La Comune di Ferrara: "Cronaca di una crisi annunciata. La nostra mozione ignor...
13/05/2026

Comunicato Stampa
Licenziamenti Versalis, La Comune di Ferrara: "Cronaca di una crisi annunciata. La nostra mozione ignorata ora è tragica realtà.

Ferrara, 13 Maggio 2026
"I licenziamenti in Versalis non sono una sorpresa, ma la conferma di quanto avevamo denunciato mesi fa in Consiglio Comunale. La nostra mozione, che chiedeva trasparenza sui piani industriali e una transizione urgente verso la chimica verde, è stata respinta. Oggi i lavoratori ne pagano il prezzo".

Così La Comune di Ferrara commenta i recenti tagli occupazionali nel sito petrolchimico estense.
Nel documento presentato mesi fa, il gruppo consiliare aveva messo nero su bianco i punti critici che oggi portano alla contrazione occupazionale:
L'incertezza industriale - La mancanza di piani certi da parte di Versalis e LyondellBasell e il progressivo disimpegno di Eni dalla chimica di base.
Il ritardo nella transizione - L'assenza di investimenti reali nella chimica circolare e nell'economia del riciclo, nonostante l'eccellenza del Centro Ricerche "Giulio Natta".
Il fattore energetico - Una crisi sistemica europea che rende i siti chimici italiani non competitivi senza interventi strutturali sui costi e sull'innovazione di processo.

"Non basta più esprimere solidarietà o chiedere tavoli istituzionali a crisi già esplosa," prosegue la nota. "Serve un Grande Accordo di Programma che vincoli ogni euro di finanziamento pubblico (PNRR, FESR) alla garanzia dei livelli occupazionali e alla riconversione ecologica del sito.

Avevamo proposto il progetto 'Polo Natta 2.0' per trasformare Ferrara nel polo nazionale del riciclo avanzato: questa resta l'unica via d'uscita per non desertificare il nostro territorio."

La Comune di Ferrara torna a chiedere con urgenza l'istituzione di un Tavolo Permanente di Crisi e Transizione che coinvolga Ministeri, Regione, Università e Parti Sociali, non per gestire l'ennesimo licenziamento, ma per imporre un futuro industriale sostenibile a una proprietà che sembra aver già deciso di abbandonare Ferrara.

Enrico Beccarini- già Vice-Presidente del Centro Ricerche “Giulio Natta” di Ferrara

Link alla nostra mozione nel primo commento.

https://www.lacomunediferrara.it/costi-e-benefici-della-politica-dei-grandi-eventi-a-ferrara/       Recentemente, dopo u...
13/05/2026

https://www.lacomunediferrara.it/costi-e-benefici-della-politica-dei-grandi-eventi-a-ferrara/ Recentemente, dopo un grande concerto di musica TECHNO a Genova, si è riaccesa la discussione sulla politica dei grandi eventi a Ferrara.

La politica dei grandi eventi, e in particolare dei concerti, è oggi uno dei pilastri del marketing territoriale all’interno di una strategia che opera più sul brand che sul tessuto urbano. Non dovrebbe trattarsi solo di cultura, intrattenimento o strumenti di distrazione di massa, ma di una leva strategica per riposizionare una città nel mercato globale, attrarre capitali e, a volte, rifondare l’identità di quartieri degradati o post-industriali.

Con questa premessa, la domanda è: sta funzionando? Siamo sicuri che la strategia adottata a Ferrara dal 2019, sotto la guida di Alan Fabbri, stia portando i benefici attesi?

Un po’ di storia
Tralasciando il panem et circenses di Giovenale, in Italia questa strategia trova le sue origini nell’ESTATE ROMANA, organizzata a metà degli anni ‘70 dall’assessore Renato Nicolini a Roma.

Quello che oggi consideriamo marketing territoriale ha mosso i primi passi tra il 1976 e il 1985 tra le rovine del centro storico e le borgate romane. L’obiettivo originario era civile e politico: riportare la gente in strada, avvicinare il pubblico alla cultura e promuovere un mix culturale unendo cinema d’autore, rock, musica classica e teatro d’avanguardia. L’idea era usare la cultura per dare dignità urbana a zone che erano dormitori senza anima.

Oggi, invece, la politica dei grandi eventi è spesso legata a obiettivi economici (turismo, vendita biglietti, indotto), rischiando di oscurare gli scopi civili a favore del business privato. Eventi che dovrebbero far sentire il cittadino parte di una comunità rischiano di trasformarlo in un semplice “consumatore” di uno spettacolo blindato.

Benefici
Il primo beneficio teorico dell’organizzare grandi eventi in una città è la creazione di un “destination brand”. La copertura mediatica di una superstar internazionale ha ricadute sul turismo e sul tessuto economico. Se ben pianificata, questa politica può destagionalizzare i flussi e fungere da acceleratore per progetti urbanistici, recuperando aree dismesse e lasciando nuove infrastrutture alla città (come nel caso del Campovolo a Reggio Emilia).

Oltre all’indotto turistico per hotel e ristorazione, ci si aspetta una crescita della coesione sociale e del senso di sicurezza urbana.

Costi
Uno dei risvolti negativi è la gentrificazione: le città che puntano tutto sul turismo vedono i centri svuotarsi e i costi abitativi salire alle stelle. Inoltre, bisogna valutare quante attività artigianali o commerciali perdono introiti quando una città o un quartiere viene “blindato” per un evento.

In termini di marketing/promozione del brand, i costi sostenuti da un’amministrazione non sono sempre commisurati ai risultati.

Spesso campagne social mirate producono visibilità simile, se non superiore, con costi molto inferiori. C’è poi il rischio delle “cattedrali nel deserto”: infrastrutture create per un singolo evento che restano inutilizzate e in degrado una volta spenti i riflettori.

Infine pesano i costi sociali: l’impatto ambientale, i rischi legati all’affollamento e i disagi per i residenti (mobilità limitata, rumore, vibrazioni, inquinamento luminoso).

Il caso Ferrara
L’ultima polemica ruota attorno al confronto tra i grandi eventi a Ferrara e a Genova. Implicitamente un confronto tra la governance del sindaco Fabbri e della sindaca Salis. Il sindaco Fabbri ha pubblicato un’intervista su Facebook sostenendo che la stessa iniziativa a Genova sia stata considerata geniale, mentre a Ferrara sia stata criticata. La premessa è però errata: le situazioni non sono affatto identiche.

Analisi delle Location

Piazza Trento Trieste (Ferrara):
Costi comunali: 600.000 euro
Superficie: 0,26 ettari
Capienza stimata (linee guida Piantedosi – 2 pers/m²): circa 5.200 persone (nonostante la capienza di 12.000 dichiarata dal Sindaco)
Impatto: 30 giorni di chiusura, mercato spostato, eventi fino a notte fonda.

Piazza Matteotti (Genova):
Costi comunali: 140.000 euro
Superficie: 0,4 ettari
Capienza stimata(linee guida Piantedosi – 2 pers/m²): 8.000 persone
Impatto: 2 giorni di cantiere, evento in tardo pomeriggio/prima serata.
Le differenze sono evidenti: orari, fruibilità della piazza e spesa pubblica sono molto più impattanti a Ferrara. In una città rinascimentale, privare cittadini e turisti di aree di pregio per settimane rappresenta un costo sociale altissimo.

Poi il disturbo del riposo e i possibili danni alla salute dei residenti sono molto diversi tra un evento sporadico che finisce in prima serata e più spettacoli, consecutivi che finiscono a notte fonda, spesso oltre la mezzanotte ( ammesso che le norme regionali dell’ Emilia Romagna sulle attività rumorose temporanee li consentano).

A Ferrara, precludere per lunghi periodi l’accesso a luoghi come Piazza Ariostea o il Parco Bassani (area verde fondamentale per la città) compromette la sostenibilità sociale.

Anche sul fronte della rigenerazione urbana, Ferrara sembra aver perso un’occasione: anziché riqualificare aree dismesse, si è scelto di occupare per mesi il Parco Bassani (come nel caso del concerto di Bruce Springsteen nel 2023), sottraendolo alla comunità.

In sintesi, la politica dei grandi eventi funziona se l’evento è il mezzo e non il fine: lo scopo ultimo deve restare la qualità della vita dei cittadini e la resilienza economica del territorio nel lungo periodo. L’attuale amministrazione ferrarese sembra non avere l’obiettivo di perseguire la sostenibilità di molti dei grandi eventi che organizza/autorizza. Un evento dovrebbe essere progettato, pianificato e realizzato in modo da minimizzare l’impatto sociale, ambientale ed economico negativo e massimizzare l’impatto positivo sulla società, sull’economia e sull’ambiente.

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03/05/2026

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L’intitolazione della rotonda tra via Gramicia e via Bacchelli a Bettino Craxi — politico controverso, fuggito all’ester...
30/04/2026

L’intitolazione della rotonda tra via Gramicia e via Bacchelli a Bettino Craxi — politico controverso, fuggito all’estero per sottrarsi alla giustizia evitando una condanna per corruzione — sembra volta a ottenere l’approvazione dei vertici del potere più che a onorare la verità.

Questo contrasta con una politica onesta, che dovrebbe invece celebrare figure esemplari per combattere la disaffezione verso le istituzioni e ispirare le future generazioni ai valori della legalità.

Anche il racconto di una città vivace e prospera non trova riscontro nella realtà. Gli spazi pubblici vengono chiusi alla libera circolazione per eventi musicali e divertimento, che non sappiamo se abbiano davvero portato beneficio alle imprese cittadine. Sappiamo invece che il Comune ha erogato per essi finanziamenti cospicui.

Lo spazio quindi si restringe sia concretamente che metaforicamente con la riduzione delle opportunità concrete e della ricchezza, tanto che il Comune, per evitare il dissesto, ha deciso di vendere Amsef e anche contratto un prestito da un milione di euro.

Cosi la percezione della realtà appare distorta: molti sembrano ‘mangiare la foglia’ non perché abbiano intuito la verità, ma come se fossero storditi da uno stupefacente.

Al risveglio dall’illusione, i ferraresi si accorgeranno, troppo tardi, che nelle tasche non è rimasta ricchezza, ma solo spiccioli: come le monetine lanciate contro Craxi in segno di disprezzo.

https://www.lacomunediferrara.it/spazio-pubblico-intitolato-a-craxi-zonari-messaggio-pericoloso-soprattutto-ai-giovani/ Qui l’intervento completo di Anna Zonari

Indirizzo

Sede Gruppo Consiliare, Palazzo Municipale, Piazza Municipio 21, Secondo Piano
Ferrara
44121

Orario di apertura

10:00 - 13:00

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