07/09/2026
SUL TERMOVALORIZZATORE
La posizione che esprime Fano Cresce, sulla base delle informazioni oggi disponibili, è di contrarietà alla realizzazione del termovalorizzatore previsto dal Piano regionale. Una contrarietà prudenziale, che nasce prima di tutto da una questione di metodo.
Crediamo che su un tema estremamente complesso e destinato a incidere per decenni sul futuro del territorio, le scelte non possono essere prese di pancia, né sulla base di schieramenti precostituiti. Devono poggiare su dati solidi e su una valutazione trasparente delle alternative disponibili.
Il metodo dovrebbe essere sempre lo stesso: raccolta dei dati, analisi, interpretazione dei risultati, confronto tra le alternative e, solo alla fine, scelta.
E proprio per questo crediamo servano più occasioni di approfondimento e confronto: tavoli di lavoro, incontri pubblici aperti anche a posizioni diverse, momenti nei quali cittadini, tecnici e politica possano discutere sulla base di informazioni condivise. La consapevolezza viene prima del posizionamento.
La nostra impressione è che, nel percorso che dovrebbe portarci alla realizzazione di un impianto così importante, manchi ancora più di un tassello.
Il Piano regionale contiene analisi e scenari tecnici, e sarebbe sbagliato negarlo. Ma restano aperte alcune questioni che non possiamo trattare con leggerezza.
Prendiamo, ad esempio, le stime sulla produzione dei rifiuti utilizzate per dimensionare l’impianto. Si tratta di proiezioni costruite principalmente sull’orizzonte del 2030, che tengono conto dell’evoluzione della produzione dei rifiuti, della raccolta differenziata, del riciclo e dei cambiamenti demografici. La prima domanda è quindi inevitabile: quali sono i margini di incertezza di queste previsioni?
Si parla di circa 270 mila tonnellate annue di rifiuti urbani, alle quali si aggiungerebbero circa 100 mila tonnellate di rifiuti speciali, una componente la cui quantificazione e futura evoluzione appaiono ancora meno chiaramente definite.
Ma c’è un problema ancora più rilevante: il dimensionamento prende come riferimento soprattutto il 2030, mentre un impianto di questo tipo, qualora venisse realizzato, dovrebbe funzionare per decenni. Che cosa accadrà quindi nel 2035, nel 2040 o nel 2050?
Come cambieranno la produzione dei rifiuti, la popolazione, il riciclo, le tecnologie di recupero e gli obiettivi europei di riduzione?
Un errore di dimensionamento avrebbe conseguenze importanti in entrambe le direzioni. Un impianto troppo piccolo non risolverebbe il problema; uno sovradimensionato rischierebbe invece di richiedere, per restare sostenibile nel tempo, flussi di rifiuti difficilmente compatibili con l’obiettivo di produrne sempre meno e riciclarne sempre di più, fino a creare la necessità di reperire materiale anche al di fuori del territorio regionale.
E resta inoltre da capire fino a che punto siano state confrontate, con lo stesso livello di approfondimento, tutte le alternative possibili.
Per questo, oggi, la nostra posizione è prudenzialmente contraria.
Un “no” che non vuole essere un “non nel nostro giardino”, perché spostare semplicemente il problema qualche chilometro più in là servirebbe solo a creare contrapposizioni tra territori.
La nostra idea è molto più semplice: prima i dati, poi il confronto tra le alternative, infine le scelte.