Al fine di valorizzare la chiesa del Salvatore è nato un comitato spontaneo di cittadini, libero, senza connotazioni politiche/partitiche per sostenere la candidatura di Villa Matarazzo nel censimento della campagna del FAI Fondo ambiente Italiano 2022 Correva l'anno 1656, Napoli e tutta la provincia, fu colpita dalla peste portata da Masone, un tale che aveva partecipato alla rivolta di Masaniell
o contro gli spagnoli. Il morbo cominciò a propagarsi in tutta la città ed in breve ci furono migliaia di vittime. Resina fu tra i casali della provincia uno dei più colpiti dall'epidemia e riportò un numero considerevole di morti. Una colonia di cittadini resinesi e dei comuni limitrofi per scampare alla pestilenza, si rifugiarono in aperta campagna sulle pendici del Vesuvio un luogo lindo e salutare, ubicato dove esisteva un piccolo eremo luogo di orazione e penitenza retto da vecchi eremiti laici. La peste che d'improvviso colpì Napoli e dintorni, d'incanto scomparve, sembra, grazie ad una torrenziale pioggia purificatrice caduta il 24 agosto 1656. Fatto è che da quel giorno non si ebbe più mortalità. Sulla collina dell'Eremo, circa duecento rifugiati resinesi scampati al pericolo del morbo per testimoniare la riconoscenza verso il Redentore che li aveva beneficiati, stabilirono, come risulta da atto notarile di edificare la chiesa del Salvatore. Con un obolo personale edificarono la chiesa con annessa dimora per il prete officiante, in più con le offerte di numerosi altri fedeli costituirono dote per il suo mantenimento. Fu comprato anche il castagneto intorno alla chiesa, trenta miglia di territorio, che formava buona parte della collina, con la somma raccolta dal taglio del legname si provvedeva all'acquisto dell'olio da ardere perpetuamente nella lampada votiva innanzi alla statua del Salvatore. Da questo rituale è nato il detto: "Pare 'a lampa 'o Salvatore". Tratto dal libro "IN MEDIO IGNIS NON SVM AESTVATA" di Giorgio Cangiano