02/07/2026
Contro l’europeicidio serve una svolta politica
La morte di Louis non può essere archiviata come l’ennesimo fatto di cronaca nera. È il segnale di una condizione più ampia, che riguarda tutta l’Europa: spazi pubblici sempre meno sicuri, istituzioni incapaci di proteggere i propri cittadini e una società abituata a indignarsi per qualche giorno prima di dimenticare tutto.
Europeicidio significa dare un nome a questo processo: non soltanto sangue versato, ma europei abituati alla propria vulnerabilità, alla sostituzione culturale e demografica, alla perdita di sovranità nei quartieri, nelle scuole, nelle strade, nei trasporti e nelle città. Significa trasformare ogni tragedia in un caso isolato, ogni richiesta di sicurezza in una colpa morale, ogni istinto di difesa in qualcosa da giustificare.
Da Narbona a Southampton, da Belfast a Modena, il copione è sempre lo stesso: shock, indignazione, polemica, rimozione. Questo ciclo va spezzato: queste morti non devono diventare contenuti da consumare sui social, ma criteri politici da cui ripartire per cambiare rapporti di forza, leggi e priorità.
L’unica risposta politica possibile all’europeicidio è la Remigrazione: controllo reale dei confini, rimpatri, fine dell’immigrazione di massa, riconquista degli spazi pubblici e difesa concreta dei popoli europei. Non accetteremo che chi nomina il problema venga criminalizzato mentre chi lo ha prodotto continua a governarlo come fosse inevitabile. Louis, e tutte le vittime di questa Europa disarmata, meritano più di un minuto di commozione. Meritano un moto d’orgoglio e appartenenza a una storia che non deve chiedere scusa per esistere. Meritano una svolta politica.