19/09/2019
Roberto Brunelli un atleta di Cremona, cieco dalla nascita, che conosciamo bene per la sua tenacia e il suo impegno! 👏🏽👏🏽👏🏽
«Non era d’accordo, mia moglie: quando gliel’ho detto mi ha guardato e mi ha risposto che ero pazzo. E forse aveva pure ragione». Lo ammette solo ora Sergio Brunelli, non lunedì, quando in gioco c’era un patto. Da due anni giurava a suo figlio Roberto, non vedente dalla nascita, che lo avrebbe portato al mare in bicicletta. Quella promessa è una sveglia alle sei del mattino che profuma di panini al prosciutto mangiati in una piazzola sul ciglio della strada. È il grido di libertà lanciato a squarciagola alla fine di tre giorni in viaggio lungo gli argini del Po.
Sono 270 chilometri per toccare l’acqua del mare, macinati a bordo di un tandem giallo, il mezzo che li tiene uniti e racconta un po’ di loro anche a Cingia de’ Botti, il paese di mille abitanti in provincia di Cremona dove vivono. Li si vede sfrecciare per quelle vie a qualsiasi ora, sempre a bordo della loro due ruote. Papà Sergio, 69 anni, davanti; dietro, il figlio Roberto, che di anni ne ha trentadue e fa il centralinista in una casa di riposo, riceve le telefonate e fissa gli appuntamenti con il codice Braille. È autonomo, vive da solo col suo cane Josh che lo guida in ogni passo. Lunedì scorso, però, a guidarlo c’era papà. Il viaggio è cominciato all’alba. «Siamo ciclisti di pianura, noi, mica esperti», ripete Sergio che nel suo elogio della lentezza rispolvera un detto dei suoi nonni: «Chi va piano, va sano e lontano».
Nel portabagagli del loro tandem i vestiti, un impermeabile, due panini. Il resto verrà lungo il viaggio. Si parte alle sei, la prima sosta è a pochi chilometri da casa per guardare la cartina e progettare il tragitto. Poi dritti verso la meta; l’arrivo a Rosolina Mare sarà in tre tappe e tre giorni. In mezzo, tra le curve che si lasciano alle spalle la Lombardia e varcano la soglia del Veneto, Sergio racconta al suo Roberto ogni dettaglio del viaggio, gli fa da cicerone traducendo a parole quello che i suoi occhi non vedono. «Paese dopo paese, spiegavo a mio figlio come fosse la strada che stavamo percorrendo. Lui da dietro faceva sì con la testa e io capivo che capiva». Poi il primo incidente di percorso. «Abbiamo bucato la gomma posteriore — racconta Sergio —. Nel piccolo paese di Guarda Veneta abbiamo trovato un signore anziano che ha messo una pezza sulla ruota e ci ha dato una mano a ripartire. Poi ci sono stati i settanta chilometri col vento contro, una fatica immane. Lungo quella strada e durante le soste abbiamo incontrato diverse persone, come Chiara e Maurizio, che hanno condiviso il viaggio con noi. Roberto, a tutti, raccontava la sua storia, diceva che eravamo in viaggio per portare il nostro tandem in riva al mare e che ce l’avremmo fatta. Un signore che procedeva in senso contrario al nostro ha deciso di unirsi a noi, ha girato la bici e ci ha fatto da guida». ✏️ Enrico Galletti