31/05/2026
L’ANGOLO DELLA CULTURA
2 giugno 2026: ottant'anni da una scelta
Ci sono date che ormai pronunciamo per abitudine, senza più sentirne il peso e la consistenza. Il 2 giugno è una di queste. Tra ponte, parata, bandiere, questa ricorrenza rischia di ridursi a un giorno evidenziato in rosso sul calendario.
Quest'anno, però, la data porta con sé un numero che merita attenzione. Sono passati ottant'anni.
Il 2 e 3 giugno 1946, infatti, gli italiani furono chiamati alle urne per decidere la forma dello Stato: Monarchia o Repubblica? Vinse la repubblica, con circa il 54 per cento dei voti. Lo stesso giorno l'Assemblea Costituente, venne incaricata di scrivere la Costituzione, entrata poi in vigore il 1° gennaio 1948.
Per molti versi, fu anche un voto davvero di tutti: le donne italiane parteciparono per la prima volta a una consultazione nazionale. Un fatto che oggi diamo per scontato e che allora era una conquista recentissima.
Ricordiamo il drammatico contesto: il Paese usciva da una "guerra civile" che lo aveva spezzato, le città ferite, l'economia in ginocchio e la memoria del fascismo ancora calda. In quelle condizioni, milioni di persone si misero in fila per scegliere non un governo, ma un principio. A chi appartiene la sovranità? Al Popolo Sovrano o a una Dinastia aristocratica?
Qui sta, credo, il significato profondo che il 2 giugno conserva.
Non festeggiamo un risultato acquisito, una volta per tutte. Celebriamo una decisione che va rinnovata. La Repubblica non è un monumento da restaurare, è un esercizio quotidiano da coltivare. Fatto di partecipazione, disaccordo civile, istituzioni che reggono perché qualcuno le tiene in piedi.
Ottant'anni dopo, purtroppo, le domande di allora tornano sotto forme nuove. Chi decide? In nome di chi? Quanto conta il voto di ciascuno? Quanta fiducia siamo disposti a concedere e quanta vigilanza a mantenere? Interrogativi a cui nessuna parata, da sola, potrà rispondere.
Per questo, prima di archiviare il 2 giugno come una festività qualunque, forse vale la pena fermarsi un istante a riflettere. Ottant'anni fa qualcuno scelse al posto nostro e scelse bene.
A noi, oggi, resta la responsabilità di non sprecare quella scelta.
Di Giancarlo Ibba
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