31/05/2026
Tutti da più parti continuano a dire , a spiegare, a fare la conta delle donne che non ci sono più . L’inasprimento delle pene, che pure ha la sua importanza , non porta a risultati concreti per la diminuzione dei femminicidi. Non so come sia possibile rimanere indifferenti di fronte a tale mattanza . La cosa più sconcertante è quella di rischiare di abituarci a questo orrore , come quello delle guerre e dei civili , spesso bambini, vittime inermi dell’orrore umano. Gli strumenti per provare a contrastare la violenza contro le donne esistono …… perché non utilizzarli?
PAOLA CORTELLESI: «I FEMMINICIDI NON SONO RAPTUS, MA IL FRUTTO DI UNA CULTURA DEL POSSESSO»
“Quando sento parlare di femminicidi, ho spesso l’impressione di ascoltare la stessa storia ripetersi all’infinito. Cambiano i nomi, i luoghi e le circostanze, ma il meccanismo resta sempre uguale. C’è quasi sempre una relazione finita, un uomo che non accetta la libertà dell’altra persona e una violenza che nasce dall’idea di possesso.
Per questo faccio fatica ad accettare che questi delitti vengano raccontati come improvvisi raptus di follia. Se una dinamica si ripete con una frequenza così impressionante, non siamo davanti a episodi isolati o imprevedibili. Siamo di fronte a un problema culturale che continua a manifestarsi in forme diverse ma con caratteristiche molto simili.
Ogni volta ascoltiamo descrizioni rassicuranti di chi ha commesso il crimine. Si dice che fosse una persona tranquilla, un vicino educato, un padre affettuoso. Eppure, dietro quell’immagine, spesso emergono parole e comportamenti che raccontano altro: il bisogno di controllo, la volontà di decidere della vita di un’altra persona, l’incapacità di accettarne l’autonomia.
Frasi come «o sei mia o di nessun altro» non sono semplici espressioni di gelosia. Sono il segnale di una mentalità che considera l’amore come possesso e non come libertà. Ed è proprio questa visione distorta delle relazioni che dovrebbe essere messa in discussione con maggiore forza.
Ciò che mi colpisce è anche il rischio dell’assuefazione. Sentiamo queste notizie così spesso da rischiare di considerarle una tragica normalità. Entrano nelle nostre case attraverso i telegiornali, scorrono tra una notizia e l’altra e, a volte, finiscono per perdere la capacità di indignarci come dovrebbero.
Credo che una delle risposte più importanti risieda nell’educazione. Il rispetto di sé e degli altri, la gestione delle emozioni, il riconoscimento dei confini personali e il valore dell’affettività dovrebbero essere insegnati fin dall’infanzia. Sono temi che riguardano la crescita di ogni individuo e che possono contribuire a costruire relazioni più sane e consapevoli.
Parlare di rispetto, di corpo, di affettività e di educazione sentimentale non significa affrontare argomenti secondari. Significa investire nella formazione delle future generazioni e cercare di contrastare quelle radici culturali che, ancora oggi, alimentano discriminazioni, violenze e soprusi.
Per questo ritengo che il tema non debba essere affrontato solo quando accade una tragedia. È una riflessione che dovrebbe accompagnare la società ogni giorno, perché solo riconoscendo il problema e lavorando sulle sue cause profonde si può sperare di costruire un futuro diverso.”